ANTONIO ROSMINI, FILOSOFO DEL DIRITTO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

lpIl delirio giuridico, urlato nel lupanare neopagano di Bruxelles, esige la raccolta dei cattolici responsabili intorno a quei maestri del diritto, in prima linea Antonio Rosmini-Serbati, che sono insorti tempestivamente ed efficacemente contro le mostruosità nascoste nelle pieghe sontuose/fumose delle filosofie di conio germanico e di orizzonte sodomitico.

Autorevole filosofo del diritto e profondo conoscitore/ammiratore dell’opera di Rosmini, Francesco Petrillo sostiene opportunamente che “i temi rosminiani non mirano a cercare le regole, per esempio in Dio o, ancora per esempio, nel rapporto Dio-eterno-mondo-uomo, ma a definire l’idealità della giuridicità, intesa come giustizia dell’uomo e per gli uomini, da applicare, di volta in volta, ai casi reali concreti” (“La lezione di Antonio Rosmini-Serbati. Princìpi giuridici fondamentali e diritti umani”,  Solfanelli editore, Chieti 2013, pag. 65).

Di conseguenza la dottrina del roveretano ha le qualità necessarie a  fare presa sulla mentalità contemporanea, infatti “si presenta, dal punto di vista politico e sociale, più coincidente col pensiero di Emmanuel Mounier e Jacques Maritain che non col pensiero di Agostino e Tommaso agli occhi del lettore sociologico e politologico” (ibidem).

Petrillo dimostra che, secondo Rosmini, il diritto esige, quale presupposto della giustizia, una metafisica  del soggetto umano, cioè una sicura via d’uscita dal positivismo giuridico, che infetta le moderne democrazie.

Di qui l’assioma che confuta l’assolutismo democratico dei rivoluzionari senza nulla concedere al fragile pensiero dei reazionari del XIX secolo: “la persona dell’uomo è il diritto umano sussistente; quindi anche l’essenza del diritto

Rosmini, “giurista cattolico nel senso più contemporaneo del termine”, ha liberato il diritto da ogni altra ascendenza o discendenza, “caratterizzandolo come scienza dell’uomo e per l’uomo: una scienza dell’arte di dare all’uomo la verità dell’uomo”.

Studiando la strumentalità del diritto, il Roveretano “dà forse alla scienza giuridica contemporanea un apporto più profondo, più immediatamente fruibile da parte dei giuristi odierni, anche cattolici, di quanto contenutisticamente va a fornire loro, studiando il fine del diritto, e cioè prospettando la teodicea politica” (op. cit., pag. 67).

L’interpretazione personalistica della filosofia rosminiana del diritto, proposta da Petrillo, coincide, per certi versi, con l’autorevole pensiero di Michele Federico Sciacca, secondo cui “per il Rosmini, l’uomo in quanto persona, ha dei diritti che gli ineriscono, di cui la sorgente è la persona stessa; non solo perché gli vengono riconosciuti da un’autorità esteriore, la società, lo Stato o altro, come se gli potessero esser tolti, ma perché assolutamente suoi, ineriscono al suo essere persona e all’essere che è come uomo” (Cfr. “Tematica del pensiero politico-giuridico di A. Rosmini”, in “Interpretazioni rosminiane”, Marzorati, Milano 1963, pag. 175).

I diritti naturali, peraltro, si manifestano storicamente senza essere di origine storica: “Non un diritto naturale astratto fuori dalla storia ma in essa calato; non suo prodotto, ma esso padre del diritto positivo di formazione storica” (Michele Federico Sciacca, “Interpretazioni rosminiane”, op. cit. pag. 75).

Petrillo, in sintonia con Sciacca, sostiene che il principio fondamentale giuridico “è da ricondursi necessariamente a una morale universale, obbligo dell’uomo verso il bene oggettivo – quindi dovere dell’uomo verso il diritto soggettivo di ciascun essere umano – esso può essere soltanto azione partecipata dall’oggettività morale, cioè dal dovere morale” (Cfr.: Francesco Petrillo, “La lezione di Antonio Rosmini-Serbati, op. cit., pag. 84).

Pertanto lo studio della filosofia rosminiana del diritto è un arduo dovere, che incombe a quei candidati all’azione politica, che aspirano ad uscire dal labirinto della destra liberale, sede della capitolazione (inavvertita?) alla tirannia dei poteri eversivi, che celebrano, nel nome di Nietzsche sinistrorso avventizio, il divorzio della ragione dalla volontà.

Per i militanti della destra fratta e disarmata, lo studio di Rosmini offre altresì l’occasione di scoprire e valutare seriamente il paradosso rappresentato dalla presenza di una profonda radice cattolica nella filosofia non cattolica di Giovanni Gentile, un autore precipitosamente  affondato nel brodo nero dell’esoterismo di destra.

Per i cattolici si tratta dell’occasione propizia all’uscita dalle finzioni babeliche in tutte le direzioni del falso ecumenismo e della modernità immaginaria.

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