ANTONIO ROSMINI, LO SVELAMENTO DEL NIRVANISMO HEGELIANO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo


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Beato Antonio Rosmini

 

Non  si trova la via d’uscita dalla catastrofe morale causata dall’immanentismo moderno, se non si ammette che la fase incandescente della crisi inizia dal sistema hegeliano, regno di pensieri mobili e di fitte oscurità, dove il qualunque incauto avanzamento è condannato a sprofondare nel nichilismo.

Questa opinione è confermata dalla disavventura dei nuovi teologi, i quali si sono piamente illusi di addomesticare e battezzare l’assioma dell’ateologia hegeliana (“Dio è veramente Dio solo se ritrova se stesso nell’assoluta devastazione”) appropriandosi della chimera rivoluzionaria [1].

Nella sequela della loro illusione, i nuovi avventurosi teologi hanno incontrato la figura di un “dio pneumatico”, principio opposto all’Ipsum Esse e perciò assolutamente difforme dal Dio della teodicea tradizionale e del dogma cattolico.

Di questa nuova e deforme figura teologica hanno avuto facilmente ragione gli epigoni francofortesi di Hegel e di Schelling, i maestri del nichilismo postmoderno, che, dalla teologia idealistica hanno estratto i fumi necessari a confondere le menti degli intellettuali neo cristiani.

L’infelice decisione del compianto don Verzé, che ha elevato il cupo e desolante Massimo Cacciari ad una prestigiosa cattedra milanese, fa parte di quella storia della teologia, intitolata, da Cornelio Fabro, “al ritorno alla gnosi e al tradimento del messaggio salvifico mediante la resa al mondo[2].

Cacciari, infatti, è il banditore di una teologia nichilistica, che confessa senza ritegno, l’intenzione di capovolgere la vita cristiana, per ricondurla alla radura dello gnosticismo: “L’imitatio Christi consisterà, allora, nel movimento stesso del decrearsi.  L’atto autentico del soggetto sta nel negare la propria esistenza, nell’atto di ritirarsi da sé[3].

Ora il discorso su Antonio Rosmini non può iniziare che dal riconoscimento del suo grande merito: aver previsto, con largo anticipo sugli eventi, la conclusione nichilistica e neopagana del mondo moderno.

Rosmini, nella “Filosofia del diritto”, riprendendo un severo giudizio di Giambattista Vico su Pierre Gassendi (1595-1655), scriveva: “[nei secoli decadenti] il pensiero languente perdersi agevolmente nel sofisma e nella frivolezza, si fa connivente ai sensi: sono i secoli lassi, leggeri effeminati, corrotti, ne’ quali le nazioni precipitano, l’umanità dà di sé stessa un tristo spettacolo”.

Rosmini comprese con strabiliante lungimiranza l’indirizzo del pensiero hegeliano alla distruzione della filosofia occidentale, dove avrebbe introdotto l’Avidyâ, la debolezza del pensiero denunciata ma non superato dal panteismo indiano [4].

Con straordinario acume Rosmini colse il vizio fondamentale del ragionamento hegeliano nella pretesa di oltrepassare il criticismo kantiano, la dicotomia noumeno-fenomeno, supponendo che “nelle stesse forme logiche dovea essere contenuta anche la materia del sapere[5].

Tale supposizione implica che le cose non oggetto del pensiero umano non hanno l’essere e, in ultima analisi, che “l’essere puro e il puro niente è lo stesso[6].

Posto tale assioma la logica, da scienza del ragionamento, si trasforma in mistica intellettuale, pensamento della notte oscura, che si affatica a mostrare, violando con geniali acrobazie il principio di non contraddizione, “che nel pensiero [nell’Io assoluto] si contiene ogni cosa, e forma e materia, e l’universo e Dio stesso”.

Hegel avanza fino ad di affermare che “il mondo è un elemento dell’Io”, ossia che “nessun fenomeno ha sostanza propria e vera, tutto è concetto dello spirito”.

L’unico esistente è l’Io assoluto, la contraddittoria divinità immanente, il divenire e l’eterno ritorno: nell’atto di nascita  la filosofia ultramoderna dichiara la causa della propria decadenza.

Profondo conoscitore delle filosofie orientali, Rosmini comprese, un secolo prima dei postmoderni, la puntuale convergenza dell’idealismo soggettivistico hegeliano (il mondo è un elemento dell’Io) e di quello buddista (il mondo non è che un’illusione) e poté indicare l’esatta causa del ripiegamento della filosofia hegeliana nel nichilismo gnostico: la convinzione che gli oggetti reali, per esistere veramente, dovrebbero cessare di essere se stessi e confondersi in quel nulla, che è, propriamente, l’idea.

Nel vuoto dell’idealismo la filosofia si riduce, come ha insegnato Simone Weil, a mistica decreazionista.

Questi brevi cenni ci sembrano sufficienti a mostrare la centralità del pensiero rosminiano nel dibattito sul nichilismo [7].

Gianni Baget Bozzo ha opportunamente ricordato che “la lotta contro il nichilismo è un elemento fondamentale del Cattolicesimo”.

Purtroppo l’inflazione di documenti sociologici prodotti dai teologi di giornata minimizza e banalizza il problema, identificando consumismo e nichilismo: “l’uso del termine consumismo sembra condannare il consumo e ridurre quindi il problema al suo aspetto materiale”.

La riflessione su Rosmini in definitiva può indirizzare a una seria riflessione sul significato metafisico, non superficialmente moralistico, del consumismo postmoderno.

 

 


[1] “Fenomenologia dello spirito”, I, 24. Nella  “Scienza della logica” lo stesso giudizio è esposto in forma diversa: “Partizione generale dell’essere: l’essere è anzitutto determinato in generale contro altro”. Come osserva Alessandro Massobrio, la chiave ermeneutica del pensiero hegeliano “è un no assoluto e tenebroso che si oppone ad un sì astratto e generico”.

[2] Cfr.: “L’avventura della teologia progressista”, Rusconi, Milano 1974, pag. 19.

[3] Cfr. la presentazione di: Andrea Emo, “Il dio negativo”, Marsilio, Venezia, 1989, pag. VII.

[4] “Teosofia”, III, 822. La presenza nel XIV sec. d. C., di una scuola indiana (quella del filosofo Madva) è stata recemente oggetto di un brillante studio di Sebastian Kunkler.

[5] Bruno Perazzoli ha dimostrato che, nella conversione intellettuale di Michele Federico Sciacca la lettura rosminiana fu determinante. C’è una dichiarazione di Sciacca che smentisce la leggenda di Rosmini kantiano: “Rosmini prese di petto il pensiero moderno e soprattutto la critica kantiana e dalle sue esigenze fece scaturire l’oggettività e il realismo della verità. Per questo io debbo al Rosmini la liberazione da Kant e dall’idealismo trascendentale, pur continuando a pensare da moderno, anzi da modernissimo”. Cfr. AA. VV., “Michele Federico Sciacca e la filosofia oggi, Firenze, Olschhki, 1996, vol. I, pag. 364.

[6] L’uguaglianza di essere puro e puro nulla sarà oggetto di un approfondito esame critico da parte di Cornelio Fabro.

[7] E’ notevole che il più aspro giudizio su Rosmini [“interamente sordo alla storia e alla politica”] l’abbia formulato Benedetto Croce, secondo Sciacca pensatore opaco, alla cui base sta uno scetticismo radicale, oggi rilanciato dalla scolastica nichilista.

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