Per gentile concessione dell’editore e dell’autore

Pian piano ci siamo abituati a immaginare che l’apocalisse possa essere qualcosa di molto affine agli effetti speciali sempre più artefatti e paurosi in cui possiamo tuffarci senza timore perché abbiamo saldamente in mano il telecomando.

Per non parlare, poi, di quei ‘credenti’ che immaginano e annunciano i peggiori castighi possibili sui cattivi tenendo in mano, con ancor maggior ardore, la corona del Rosario.

Apocalisse, vocabolo greco che significa rivelazione, è la parola che dà il titolo all’ultimo libro del Nuovo Testamento in cui è descritta, in modo suggestivamente simbolico, la Rivelazione di Gesù Cristo.

Apocalisse, quindi, non sub specie hollywoodiana, ma sub specie Christi.

Ancoriamoci al Vangelo che racconta il modo della manifestazione di Gesù: per lo più esattamente il contrario di come lo attendevano alcuni ebrei dell’epoca e anche, spesso, di come lo desideriamo e lo immaginiamo noi. 

Gesù, Via Verità e Vita, appare non solo nella povertà estrema e scompare nell’abiezione più totale, ma ricompare solo nella Fede.

In mezzo c’è l’esperienza del fallimento e stare vicino -a questo fallimento- fin da quei momenti evangelici, fu per pochi.  Rari sono sempre stati coloro che nella storia hanno avuto la Fede del Centurione.

La croce non consiste nelle disavventure fisiche e sociali parti integranti della nostra esistenza, ma nella condivisione dell’abiezione.  Vieni e seguimi, via di qualche cristiano, lo sapeva anche Gesù.

Qualcuno, appunto, c’è stato e, sfogliando la storia del cristianesimo latino, alcune apocalissi rimangono come sentinelle che infondono speranza per il termine della notte.  Ascoltarle aiuta a comprendere in cosa consista la Rivelazione di Gesù Cristo e cosa comporti e richieda.

Un esempio può essere quello di Cluny, abbazia benedettina fondata nel 909/910 in Francia che a cavallo tra il X e l’XI secolo divenne l’architrave su cui si resse la chiesa di Roma in un periodo turbolento e raggiunse poi un’espansione e una ricchezza assolutamente unica.

Cluny era soprattutto celebre per la Laus perennis che i circa quattrocento monaci, tanti erano ad esempio quando vi sostò Anselmo d’Aosta nel suo viaggio verso Roma, ogni giorno con fervore, a ogni ora, con salmi e processioni lodavano Dio.

Se non appare troppo irriverente il paragone, i monaci di Cluny sembravano intenti con la loro liturgia che copriva le 24 ore a dedicarsi con ardore alla costruzione di una specie di torre di Babele liturgica; a tal proposito si edificò una prima chiesa, poi una più grande e, infine, una immensa.

Del resto non pochi visitatori lasciarono il ricordo che la celebrazione dei Vespri delle grandi solennità emanava lo splendore di un’incoronazione.

Si sa, però, che tutto ciò che innalza l’uomo è destinato a crollare.

Con la morte dell’ultimo grande abate, Pietro il Venerabile (Ɨ 1157), l’abbazia iniziò a decadere, il grande impegno economico che richiedeva l’aiuto perenne ai poveri e un’economia basata soprattutto sulle offerte e sulle decime provenienti dai priorati dipendenti, ne determinò la progressiva erosione fino a raggiungere, alla fine del XVIII secolo, una quasi assoluta insignificanza.

Sennonché in quel momento la Rivoluzione francese permise a Cluny di portare a compimento la sua apocalisse di cui la liturgia perenne, immaginata e costruita dagli uomini secoli prima, era stato solo come il preludio di una sinfonia.

I rivoluzionari, che conoscevano bene il senso delle cose, decisero di raderla al suolo, volendo con questo gesto estirpare ciò che più propriamente aveva qualificato Cluny: essere una scala con cui si poteva salire verso l’abbraccio di Cristo stesso e scendere all’amore del prossimo per un dolce riposo

I Monaci di Cluny erano uomini di Fede e il loro vero tesoro, il senso della loro esistenza agli occhi del mondo non erano le chiese di pietra che avevano edificato né la difesa della chiesa di Pietro (quella che oggi si è riconvertita in un prodotto secolare di scarsa sostanza), ma l’esser riusciti, forse anche per poche generazioni, ad aver vissuto alla lettera un solo versetto della Bibbia (Ps 26,4) Unam petii a Domino, hanc requiram: ut inhabitem in domo Domini omnibus diebus vitae meae. Una sola cosa ho chiesto al Signore, questa sola cerco: abitare nella casa del Signore ogni giorno della mia vita.

Questo è il fondamento della grandezza di Cluny!

E’ sufficiente prendere una mappa che indichi la diffusione in Europa dei priorati cluniacensi per rendersi conto della forza di tale ispirazione.

Radendo al suolo pressoché tutta l’abbazia, i rivoluzionari dimostrarono di sapere il fatto loro eppure, come già era successo sul Golgota, l’apparente fallimento di tutta la storia del monastero ne divenne invece la sua apoteosi, Cluny era diventata un tutt’uno con l’apocalisse del suo Signore. 

Le pietre rimaste di Cluny, corpo devastato da quanti volevano estirpare la Fede, sono lì, come navi impossibilitate a prendere il mare, ma che, nella loro immobilità, senza ormai più equipaggio, non sono venute meno al compito di raccontare la storia di una Fede.

Il turista che la visita oggi, incapace forse di Fede perché la luce è stata spenta, ascoltandone la storia, osservando le tracce ancora in grado di indicare un cammino a chi le intercetta, può rimanere pensoso di fronte alla forza di quei Monaci.

Può ricevere un seme.

Aggirandosi nel perimetro dell’antica abbazia, forse immaginando le candele delle processioni di un tempo, il visitatore ritorna a casa con una piccola luce, magari con un’ostruzione in meno nell’anima. 

Quelle pietre sono come un sepolcro vuoto, ma come si sa, un sepolcro vuoto richiama una presenza viva, l’unica che si conosca: Gesù Cristo.

Nel percorso dell’intero cristianesimo però l’esempio, par excellence,è quello del Poverello di Assisi.  Da dopo che è morto, ha subito di tutto, da ultimo anche l’assorbimento nell’impostura.

Il suo unico desiderio era di vivere il Vangelo alla lettera (sine glossa, senza interpretazioni).

Tutto il resto che è stato costruito intorno, soprattutto nell’ultimo secolo, sono chiacchiere ideologiche di convenienza.

Il suo esempio fu contagiosissimo e nel giro di poco tempo i frati divennero numerosi (5000 contati durante il primo capitolo del 1221, quello famoso detto ‘delle stuoie’).

Ci voleva una Regola e il Santo la scrisse, ma, con il suo tessuto di frasi tolte dai Vangeli, venne considerata troppo dura.  La risposta che arrivò, anche altolocata, fu che era impossibile viverla. 

Impossibile vivere il Vangelo alla lettera.

Un colpo terribile per il Figlio di Bernardone; arrivò la depressione fino a quando si rese conto che il punto non era vivere una regola piuttosto di un’altra, comprese che non era una questione di obbedienza, ma di avere Fede Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile (Mt 17, 20).

Il monte della tentazione che doveva spostare era la ferita al suo ‘io’.

Decise che gli altri facessero quello che volevano, ma lui si sarebbe sottratto per perseverare nell’ispirazione del Signore.

Da quel momento iniziò una Quaresima alternativa; sono stati contati i giorni di quaresime che si era imposto durante la vita, oltre a quella canonica prima di Pasqua, e il risultato è che per la maggior parte dell’anno digiunava.

Tutto questo impegno, in quel momento, si rivelava essere stato solo una preparazione perché la Quaresima autentica consisteva, invece, nella rinuncia al sogno cristiano che aveva dato senso alla sua vita, giustificato anche le scelte difficili. 

Si aprì alla comprensione della Croce, incompatibile con la mentalità del mondo (cristiano), cioè accettare il fallimento della sua ispirazione di vivere il Vangelo alla lettera.

Da quel giorno iniziò a sottrarsi.  Intese che la Quaresima non riguardava la quantità di cibo da diminuire, ma la liberazione da quel sottile bisogno di autoaffermazione che si manifestava attraverso il dolore di costatare il fallimento, il crollo della sua speranza.  Nella grande Quaresima della sua vita doveva consumare l’ultima membrana dell’«io», quella che mantiene l’anima legata all’inferno.

Non fu da meno del suo Maestro e il suo Maestro volle condividere con lui anche i segni della sua Croce.

E della sua eredità, gli altri fecero ciò che vollero con splendore (umano) e con abbondanza.

Lo spettacolo ebbe inizio dopo la sua sepoltura; a tal fine fu innalzata una chiesa che è il contrario della sua ispirazione, lui che in vita aveva riparato solo chiese poverelle, ma distrutto con le sue mani tutte quelle di pietra che i suoi frati volevano costruire.

La sua intuizione divenne un ordine religioso, diviso in mille rivoli alcuni dei quali, anche gloriosamente, tentarono per brevi momenti di splendore di rivivere l’impulso originario, ma tutto fu normalizzato nel tempo.

L’uomo raffinato del ventesimo secolo, infine, ne ha secolarizzato il messaggio storcendolo nel pauperismo, pacifismo, ambientalismo, ecologismo ecc.

Il solo che l’ha veramente onorato con uno sguardo rispettoso e comprensivo fu un ebreo ateo, Sigmund Freud (1856-1939), che, pur privo di una visione trascendente, ne colse la grandezza e (quasi) l’unicità affermando che il Santo è ineguagliabile  esempio di uomo capace di trovare la propria serenità/felicità interiore nell’atto stesso di amare, più che nell’essere amato dall’oggetto del suo amore (Freud S., Il disagio della civiltà e altri saggi, Torino, Bollati Boringhieri, 2008).

La Fede aveva sgretolato il monte della sua tentazione senza il ricorso ad alcun tipo di feedback (seguito, offerte, potere sugli altri, riconoscimenti ecclesiastici ecc).

Come se non bastasse, negli ultimi decenni abbiamo visto addirittura la chiesa avallare ad Assisi, in una kermesse interreligiosa, un’immagine sincretistica del suo afflato religioso.  Si riteneva con questo che per il Santo tutto fosse finalmente compiuto.

La sorte, però, del Poverello di Assisi, un unicum nella storia del cristianesimo per il coraggio che dimostrò nell’abbracciare la Croce di Cristo, annunciandola anche al Sultano, è di continuare post mortem l’imitazione del suo Signore forse fino alla fine dei tempi. 

In ultimo, infatti, ignominiosamente, pure il suo nome è stato sporcato con il tentativo, apparentemente riuscito, di far passare attraverso quella santità reale e riconosciuta, uno stravolgimento della Fede mai visto in precedenza.

Una diavoleria ben congeniata, ma proprio in questo ultim’scacco si riflette, se ce ne fosse stato ulteriore necessità, il suo essere tutt’uno nell’apocalisse del suo Signore. 

Non fu forse così il processo a Gesù?

Se non dobbiamo illuderci di poter dominare il mondo con il nostro telecomando, possiamo almeno indagare sulle nostre parole; non depistare e sottacere i sentimenti bellicosi che albergano nel nostro intimo, ma che hanno la sfrontatezza incontenibile e impertinente di far capolino attraverso le parole che usiamo (l’arma del Rosario; ho imparato l’odio per la guerra da mio nonno…).

In un’epoca tenebrosa e in una chiesa ancora più oscura che opta di ritrovarsi di fronte alle bottiglie di plastica e fa rimuovere la Croce, ogni vero discepolo del Signore ne deve rimanere pur sempre un segno distintivo in un mondo (e in una chiesa) spesso senza fede e brutale. 

La Croce di Cristo, la sua apocalisse, è imprescindibile e ha poco a che fare con gli splendori televisivi e il consenso mediatico perché, come Gesù disse a Pilato il mio Regno non è di questo mondo.

***

Lasciato alle spalle il consumismo religioso e inoltrandosi nel bosco su per il monte Subasio, ci si apre a un paesaggio di quiete, erba, fiori, alberi e nuvole, caro al Poverello.

Se si riesce a tacere dentro di sé per far spazio ai profumi e ai suoni che la natura offre, adagio può emergere un ricordo inconscio di parole che lì, con lode, amore e insieme adorazione per Cristo, hanno fermentato e trovato un corpo e che ancora ci interpellano: sine glossa, sine glossa, sine glossa.

3 commenti su “Apocalissi”

  1. “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”. Più che una domanda è una affermazione!

  2. Progredendo nel cammino della fede, ogni passo in avanti compiuto, implica matematicamente che diminuiscono quelli ancora da compiere; ma per la nostra consapevolezza non è così, andando avanti ci rendiamo conto che i passi che ci mancano ancora sono di più di quelli che credevamo di dover fare all’inizio del nostro percorso.

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