APOLOGIA DEL DIVORZIO IN TELEVISIONE – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

dvzSu Rai 1 sta andando in onda, in prima serata, un film di alcune puntate che prende l’avvio da una particolare disavventura toccata a un marito: rimasto solo dopo l’inattesa scomparsa della consorte a due mesi dalla celebrazione delle nozze, l’uomo conosce una brava ragazza e tra i due si sviluppa un bell’amore, da cui nascono tre figliolette. Lo svolgimento di questo caso umano è ambientato tra gli anni ’40 e gli anni in cui ebbe inizio la contestazione giovanile, la rivoluzione antitradizionale, quando ancora leggi e mentalità avversavano il concubinato. Colei che ha abbandonato il tetto coniugale da molti anni rimane irreperibile. La nuova coppia ha vita ingrata. A motivo della sua clandestinità è costretta a successivi trasferimenti. Oltre ai divieti legali che ostacolano la convivenza, e gli sfratti dall’alloggio, pochi sono disposti a capire e ad apprezzare quell’unione, che ci viene rappresentata come onesta, piena di buone intenzioni, di saggi comportamenti e dell’armonia familiare.

Ora, se è comprensibile la solidarietà per gli innocenti, i genitori hanno infranto le regole civili consci delle loro responsabilità.

Implicitamente, ma efficacemente, vengono esaltati i motivi che farebbero del divorzio la soddisfazione di diritti inalienabili: un giovane sarebbe condannato a restare senza compagna, senza la completezza della famiglia; una ragazza sarebbe privata della sua anima gemella; figliole afflitte dall’irregolarità dei genitori; la difesa del vecchio buoncostume e della relativa legalità ormai appannaggio di vigliacchi e d’ipocriti malevoli; la colpevole fuggitiva premiata nella sua evasione di donna libera, che può tornare a riprendere il suo posto di sposa legittima. Ma, di questo passo, non sarà anch’essa giustificata da un costume maligno, oppressivo, un costume che obbliga a risoluzioni crudeli chi voglia coronare un amore o semplicemente realizzarsi seguendo le sue aspirazioni? In definitiva: una libertà conculcata… E, alla stessa stregua, ne consegue il diritto dei coniugi a liberarsi di rapporti conflittuali considerati inconciliabili. In quest’ottica, nemmeno la separazione legale, che scioglieva le unioni rovinate e impossibili, nemmeno gli annullamenti della Sacra Rota possono essere accettati. Si pretende un successivo matrimonio, secondo il primato dell’amore tra i due sessi, secondo un accordo ritenuto soddisfacente, cui le stesse ragioni della prole vengono subordinate.

Giustizia ingiusta, anche per una società irreligiosa. Tale sorta di amore non offre garanzia di durata. Il disaccordo è per lo più inevitabile, essendo i soggetti differenti e difettosi. Il risanamento giunge soltanto grazie alla buona volontà e all’onestà messe in atto. Il principio della ricerca del meglio, sotteso ai motivi del divorzio, e la soggettività prevalente nel giudicare un matrimonio insostenibile, fanno già del divorzio una cosa iniqua.

Il filo conduttore del racconto è infarcito coi temi della rivoluzione culturale esplosa nel Sessantotto. Siamo nella Torino della immigrazione dei meridionali, che traevano seco usi arcaici  intrecciati alla buona tradizione, gli uni e l’altra destinati a disfarsi nell’incontro con la modernità. Siamo nella grande città settentrionale dove i figli della borghesia, insofferenti del vecchio ordine svuotato di contenuti spirituali, sono abbindolati dall’ideale d’una liberazione sostanzialmente libertina. La nostra famiglia, tuttavia ancorata alla tradizione, ma non ferma nei valori, riceve ventate irresistibili. La madre e compagna aspira a completarsi ottenendo un posto di insegnante. La figlia adolescente è conquistata dalla spregiudicatezza del cappellone figlio di papà, dedito alle rivendicazioni sociali e studentesche. E il contraddittorio che si svolge tra la morale ereditata, impersonata dal padre della ragazza, e il progressismo prevalentemente giovanile, questa contesa già decisa dai tempi e dalla posizione assunta dal papà dichiaratosi, in coscienza, favorevole al divorzio, porta acqua al mulino dell’immoralità ammantata di virtù immaginarie. Superfluo attendere nelle puntate dei prossimi giorni un epilogo che è scontato.

Se la Rai fosse obiettiva e in regola con i suoi doveri sociali, prima di tutto non calpesterebbe i precetti religiosi ancora in vigore, giacché il popolo italiano, per quanto incoerente, è tuttora legato al cattolicesimo; in secondo luogo, riconoscendo che il bilancio dello scioglimento del vincolo maritale è disastroso, terrebbe nel debito conto il male prodotto dal divorzismo. Trattando questo argomento, dovrebbe piuttosto mettere in scena, mutatis mutandis, i drammi e le commedie pro famiglia unita, come quelli che si davano ancora nella prima metà del Novecento, anche in paesi acattolici come l’Inghilterra, e che, nonostante il loro pregio, sono scartati sia nelle proiezioni dei vecchi film sia nelle riedizioni teatrali. Oggi, sarebbe onorevole e benefico produrre storie come la seguente.

Due genitori amareggiati dai dissapori di coppia, attirati da freschi amori e carriere, decidono di biforcare il loro comune destino. Dopo i primi entusiasmi e successi, si ritrovano a prendere facciate nella realtà di sé, degli altri e del mondo. I propri difetti, quelli altrui, le difficoltà di uscire indenni da qualsiasi esperienza dovuta a ambizione, a innamoramenti alquanto accecanti, e le difficoltà di qualsiasi convivenza, li hanno svegliati e bastonati con la vasta concretezza, riducendoli malconci.

Nel frattempo, entrambi avranno viziato i propri figli cercando di procurarsi il loro affetto e di spianare le loro strade. Dopo avergli provocato il tormento per la separazione di papà e mamma, essi li avranno disgustati o disorientati volendo far prevalere le proprie vedute circa la vita e  l’avvenire.

E viene il giorno in cui, resi accorti del loro errore, gli ex consacrati ad essere una sola carne nel bene e nel male rimpiangono giustamente la famiglia che hanno sfasciato, la semplicità cui hanno fatto seguire complicazioni d’ogni genere e insostenibili, ma devono costatare d’essersi preclusa la strada del ritorno insieme, anche il ritorno essendo divenuto un’impresa superiore alle loro forze.

Questo quadro sembra straordinario e troppo nero? Esso è molto più verosimile delle vicende ammannite sugli schermi dai corruttori dei cervelli addomesticati a dare addosso all’untore, al presunto retrogrado; corruttori che, infatti, non disdegnano gli effetti pornografici.

In vero, il quadro concerne una percentuale sempre più ridotta della società. Storicamente, il divorzio ebbe un grande significato, al di là della sua pratica immediata: fu il pubblico riconoscimento di una facoltà abusiva, importante per le altre libertà che stavano a mano a mano catturando gli animi. Il filmato, prendendo uno spunto da lontano, gettando il discredito sul passato e ripresentando l’epoca della svolta critica, contribuisce a difenderne l’evoluzione che ha portato a un largo superamento del matrimonio autentico, col concepirlo solubile contraendolo, con i rapporti prematrimoniali e le convivenze a carattere più o meno stabile. Tuttavia i motivi di questo fenomeno restano gli stessi che determinano la rottura delle famiglie tradizionali; i guasti, soprattutto nei riguardi dei nati (la carne della propria carne non ha cessato d’essere una mira), sono i medesimi. E la costruzione familiare, la ricerca di una siffatta stabilità, richiesta dalla prole, esercita ancora per molti un’attrattiva e un rifugio. La debolezza umana, assecondata, vorrebbe tutto l’appetibile; perdendo di vista il meglio, brucia tutto e raccoglie ceneri.

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