ATTUALITÀ DEL MAGISTERO DI LEONE XIII – L’enciclica Rerum Novarum – lezione di S.E. Mons. Luigi Negri

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ATTUALITÀ DEL MAGISTERO DI LEONE XIII

L’enciclica Rerum Novarum

da RADIO MARIA –  rubrica mensile «La vera storia della Chiesa»

A cura della professoressa ANGELA PELLICCIARI

Che ha per ospite monsignor LUIGI NEGRI, vescovo di San Marino e Montefeltro

21 febbraio 2011

 

un ringraziamento particolare all’amico Claudio Forti, che ha pazientemente trascritto per Riscossa Cristiana la trasmissione

 

PER CONOSCERE LE FREQUENZE SU CUI ASCOLTARE RADIO MARIA, CLICCATE QUI

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Pellicciari – Buon giorno. Sappiamo dalle precedenti trasmissioni che vi fu un esproprio del potere temporale da parte dei liberali e dei massoni in vista della fine del potere spirituale del Papa. Questo era l’intento vero portato avanti dagli uomini del Risorgimento. E sappiamo che Leone XIII lo definì un “risorgimento del paganesimo”.

Il Papa denucia questa realtà drammatica, incoraggiando la popolazione a resistere e a combattere contro le associazioni segrete, in primis la Massoneria e a contendere il campo all’azione di quelle forze.

Ecco, in  questo contesto, questa mattina, come vi avevo anticipato la volta scorsa, parliamo della Rerum Novarum con monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, mio caro amico, che voi conoscete benissimo.

Buon giorno don Negri! A te la parola.

Negri – Grazie! Saluto con molta affezione tutti gli ascoltatori di Radio Maria e soprattutto coloro che ascoltano nel tentativo di farsi un’idea vera di ciò che è accaduto nella vita della Chiesa e quindi nel mondo. Tu, Angela, hai già detto che io devo avere come preoccupazione quella di presentare la novità della Rerum Novarum all’interno dello straordinario complesso di magistero di questo grandissimo Papa, che ha avuto tra l’altro un lungo pontificato: dal 1878 al 1903. Alle spalle sta il beato Pio IX, che ha avuto una grandiosa responsabilità, e cioè quella di dire di no a una deriva di carattere anticattolico, anticristiano, antiumano, che si sintetizzava nelle grandi ideologie totalitarie che stavano nascendo, e che avrebbero avuto l’espressione definitiva nella creazione di stati totalitari. Stati che pretendevano di avere il diritto totale ed assoluto sull’uomo e sulla vita sociale secondo una frase condannata da Pio IX nel Sillabo: «Lo Stato è origine e fonte di tutti i diritti. Gode di un diritto che non ammette confini».

Pio IX dice: «Noi siamo moderni, ma non siamo atei. Noi accettiamo le grandi istanze della cosiddetta modernità, senza accettare l’ideologia anticattolica». Tocca a Leone XIII mostrarne in concreto la positività. L’alternativa all’ateismo non è semplicemente una negazione. L’alternativa a una società atea e totalitaria è una società fondata sulla persona, sulla sua libertà, sulla creatività culturale e sociale, sulla creazione di famiglie, eccetera. L’immagine di società che Leone XIII contrappone a quella che sarebbe poi diventata la società totalitaria, è una società in cui la persona è considerata come centro, come soggetto creativo di vita e di storia.

Prima della Rerum Novarum il Papa aveva pubblicato due encicliche fondamentali per introdurre poi bene la Rerum Novarum. Nel 1885 aveva pubblicato l’Immortale Dei (sulla costituzione cristiana degli stati), con una affermazione straordinaria: «Lo Stato non deve essere confessionale. Né confessionale cattolico, né confessionale laicista. Lo Stato si giustifica come servizio e tutela del bene comune». E l’altra, del 1888, sulla libertà, che è definita da Leone XIII: «Dono di Dio, a cui l’uomo sceglie di appartenere». Quindi è già una anticipazione profetica di quella concezione rilanciata da Giovanni Paolo II, che la libertà si collega alla verità. Non c’è libertà senza verità! La libertà non è fare quello che pare e piace, come sostanzialmente vale ancor oggi per la stragrande maggioranza del mondo, magari anche di certo mondo cattolico. La libertà è responsabilità! L’uomo deve prendersi la sua responsabilità di fronte alla sua coscienza, di fronte a Dio, di fronte alla storia, di fronte alla società. E quindi la libertà deve essere regolamentata da leggi che esprimano l’ordine con cui Dio ha creato la realtà.

Dentro questi concetti il Papa affronta il problema del lavoro. Nel 1891 – anno di pubblicazione dell’enciclica -, attenti!, non affronta astrattamente il problema del lavoro, perché ormai la vita della società è come dominata da forze e da meccanismi particolari. E chi possiede la legge dei meccanismi, possiede la società, o cambia la società. Questa è l’ideologia! La società è un insieme di meccanismi economici, politici, etnici, eccetera. Allora, la società è un campo di forze in cui pare che non esista un protagonista. O meglio, il protagonista che fa la storia è quello che, conoscendo le leggi di questi meccanismi, li domina.

Il Papa non affronta astrattamente il problema del lavoro, affronta il problema della condizione  operaia. Faccio una breve parentesi per dire la struttura dell’enciclica, che è divisa in 5 parti -: in cui la prima riguarda l’ingiustizia della soluzione socialista, che vuole l’abolizione della proprietà privata. La seconda parte dà le linee fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. La terza – importantissima – introduce il ruolo dello Stato nella soluzione delle questioni sociali. La quarta riguarda la dignità della persona umana, che è il grande soggetto della vita e della storia. E l’ultima, la quinta, riguarda in particolare la funzione di strutture come il sindacato.

Allora, la situazione da cui il Papa parte è l’orrenda situazione in cui si è trovata la classe lavoratrice come prima conseguenza di quella industrializzazione forzata che ha distrutto il tessuto sociale in quasi tutti i paesi, soprattutto i più evoluti. “Accade – dice il Papa -, che, soppresse nel secolo scorso le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire al loro posto, mentre le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, a poco a poco le circostanze hanno consegnato gli operai, soli ed indifesi, alla disumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia della concorrenza. Una usura divoratrice sta distruggendo la vita economica e la vita sociale. È il grido di dolore di questa classe operaia, che colpisce il Papa! Il Papa non si muove per affermare una ideologia diversa dall’ideologia liberale o da quella collettivista. Arriverà a dare un giudizio su queste due formulazioni, ma fondamentalmente è preoccupato di mostrare a questi nuovi schiavi la sua attenzione verso di loro, e soprattutto di suggerire una linea di soluzione del problema della condizione operaia che favorisca l’uscita da questa situazione tremenda e insostenibile”.

Detto questo, la prima osservazione fondamentale è che al centro della vita sociale e quindi anche della vita del lavoro sta la persona e i suoi diritti fondamentali, fra i quali il diritto alla proprietà privata. «Il diritto alla proprietà appartiene alla natura dell’uomo. Pensare a un uomo senza la possibilità di avere una proprietà come espressione e conseguenza del suo lavoro, vuol dire togliere alla persona la capacità di creatività che è legata al fatto che un uomo che possiede il giusto, il necessario per vivere, è un uomo che può creare, che può andare al di là del solo lavoro. Il diritto alla proprietà privata è il diritto dell’uomo, che viene prima di tutte le strutture, quindi anche prima di quella dello Stato. L’operosità umana ha bisogno del riconoscimento dell’esercizio di questo diritto. Per cui, la soluzione che meccanicamente dice “togliamo la proprietà privata, sostituiamo alla proprietà privata una indifferenziata proprietà sociale”, che sostanzialmente è la proprietà dello Stato, è una soluzione che, prima di essere ingiusta nelle sue applicazioni economiche e sociopolitiche, offende gravemente la dignità della persona».

Nei numeri 4, 5, 6, 7 e 8, il diritto alla proprietà viene esaminato e proposto con estrema accuratezza. Credo che si possa sintetizzare così: il diritto alla proprietà si specifica nell’ambito della libertà di espressione e di creatività dell’uomo. La soppressione della proprietà costituisce una obbiettiva privazione di un diritto che attiene alla libertà dell’uomo e ne inaridisce la responsabilità morale e la capacità di creazione sociale. Come è profetico questo! Quando noi incontriamo uomini che hanno vissuto per decine d’anni in un clima di collettivismo, noi troviamo persone alle quali è stata quasi tolta la responsabilità della vita sociale e la capacità di creatività, perché da questo potere indifferenziato che possedeva tutti i beni, fluivano come dei doni quello che invece è diritto fondamentale dell’uomo.

«Questo proprio perché – dice il Papa – il diritto di proprietà è ciò che caratterizza l’uomo. E, appunto perché ragionevole, si deve riconoscere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso delle cose esterne». Il lavoro non è semplicemente l’uso delle cose esterne! Quel di più oltre il lavoro materiale che si fa, non può essere altro che il diritto alla proprietà stabile. «Né soltanto la proprietà di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che restano dopo l’uso che se ne fa». Ecco quindi la persona che vive tutti i suoi diritti! In questo senso lo Stato non può intervenire direttamente, né sulla persona, sostituendosi ad essa o privandola di alcuni diritti fondamentali, ma non può neanche entrare in quello che il Papa chiama il santuario della famiglia. La proprietà non è solo quella del singolo, è la proprietà della persona accolta nelle sue strutture espressive fondamentali. Ed è indubbio che la struttura fondamentale che esprime la persona e i suoi diritti è la famiglia. Quindi la famiglia non può essere sostituita o condizionata dallo Stato. Lo stato invece deve aiutare la persona e la famiglia a vivere tutti i propri diritti.

In questo caso è necessaria un’autolimitazione dello Stato. La natura non gli consente di andare oltre la famiglia! «L’autorità paterna – dice il Papa – non può essere né abolita, né assorbita dallo stato, perché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. La paternità e la maternità hanno un diritto inalienabile che viene prima di qualsiasi altra istituzione>>.

Come si risponde, allora, alla situazione dei lavoratori? Si risponde dicendo: siete persone! Siete persone create liberamente da Dio, redente da Gesù Cristo! Avete dei diritti fondamentali che nessuno può togliervi e neanche ridurvi!  «E quindi io – dice il Papa – vedo il problema della vostra condizione lavorativa a partire dal fatto che dovete essere tutelati nella vostra dignità personale, nel riconoscimento dei vostri diritti e nel loro esercizio»

Detto questo, che raccoglie tutta la tradizione del magistero sociale precedente e fin dai tempi del Nuovo Testamento, il Papa lancia una seconda, attualissima, provocazione! Il Papa dice: «Noi cristiani propugnamo la collaborazione fra le classi sociali». Stiamo bene attenti che allora cominciava quel meccanismo di carattere socioeconomico per cui tutta la società sarebbe stata fondata o condizionata negativamente da una irriducibile ostilità. La classe dei proletari esisteva animata da un odio invincibile nei confronti dei datori di lavoro. I datori di lavoro esistevano per una oggettiva volontà di ridurre la classe lavoratrice. E questo meccanismo, questa lotta meccanica inestinguibile si sarebbe dovuta risolvere soltanto con la negazione di uno dei due fattori. L’abolizione della proprietà privata avrebbe dato potere assoluto al proletariato che sarebbe diventato sostanzialmente il padrone della società e dello Stato. Oppure, il liberalismo, il capitalismo eccessivo, avrebbe sostanzialmente ridotto a sé la classe dei proletari semplicemente come strumenti di un lavoro da condizionare, da ridurre, da far vivere anche in modo assolutamente ingiusto.

La Chiesa ha un’altra immagine. Ha l’immagine del fatto che, prima di essere proletario, il proletario è uomo. Prima di essere datore di lavoro, il datore di lavoro è uomo. Quindi la Chiesa si occupa di far emergere quella sostanziale unità della natura umana, sulla quale unità si possono considerare in maniera nuova e originale le opposizioni che immediatamente sembrano irrisolvibili.

«Nella società le classi sociali sono destinate per natura – dice il Papa – ad armonizzarsi e ad equilibrarsi fra loro: l’una ha bisogno assoluto dell’altra, né può sussistere capitale senza lavoro, né lavoro senza capitale. La concordia fa la bellezza dell’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie». Pensate che questo è stato scritto nel 1891, e nel 2011 assistiamo alla realizzazione piena di questa che allora era una profezia, ma di cui la maggior parte della vita culturale, almeno dell’Occidente, non considerò assolutamente.

Quindi il problema sostanzialmente è quello di aiutare lavoratori e datori di lavoro ad avere dei diritti e dei doveri reciproci secondo giustizia. Mi permetto di consigliarvi la lettura, se potete procurarvi, ma credo che sia impossibile non procurarsi oggi un testo come la Rerum Novarum, del numero 16. È una cosa di straordinaria profondità e di straordinaria chiarezza! Come il numero 17: «È colpa gravissima defraudare il giusto salario. Quindi, nei rapporti fra datori di lavoro e lavoratori non può esistere giustizia, non può esistere evoluzione ed evoluzione positiva dei problemi culturali, economici e sociali se uno dei due fattori tenta di defraudare il giusto salario. Defraudare il giusto salario è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. quindi, queste due classi che vengono a contatto e che la Chiesa vede, non come due nemici irriducibili, ma come due realtà che debbono cercare di comporsi nell’esercizio dei diritti e dei doveri secondo giustizia, fanno si che il lavoratore non venga defraudato del suo giusto salario>>. (Per chi desidera trovare tutte le encicliche Papali, basta andare sul sito www.totustuus.it e nel motore di ricerca digitare il nome del Papa desiderato. N. d. t.).

Il terzo fattore determinante, è che un problema come quello che il Papa ha indicato, non si risolve con il meccanismo della lotta fra le classi (pensate alla fine che hanno fatto nei regimi totalitari, soprattutto marx-leninisti, quelli che erano considerati capitalisti. Pensate ai 5milioni di piccoli proprietari terrieri, di contadini, chiamati Culachi, soppressi nel giro di qualche anno dal regime staliniano). Cioè, non è soltanto la negazione teorica, è che alla negazione teorica – se il regime è un regime totalitario -, segue la soppressione anche fisica.

Allora è come se il Papa riproponesse una intuizione che è davvero straordinariamente attuale! Il problema è quello di una educazione, non di un meccanismo! E di una educazione a uomini che accettano di essere educati a vivere le loro posizioni e le loro difficoltà, tensioni, dialettiche e limiti, secondo una giustizia riconosciuta. Una verità e una giustizia riconosciute. Ma diciamo il termine che riassume tutto: “Occorre educare gli uomini alla carità!”, perché è soltanto la carità che supera, all’origine, tutte le obbiezioni e tutte le opposizioni. E che avvia la vita sociale a un superamento delle tensioni e degli odi in una superiore situazione, quantomeno di giustizia. E oltre la giustizia, verso la carità.

Quindi vorrei sottolineare l’importanza che il Papa ripropone sulla funzione educativa che la Chiesa ha. La Chiesa ha una funzione di educazione, perché una funzione di educazione rende coscienti coloro che sono implicati in questa vicenda, che sembra irrisolvibile se lasciata nei meccanismi ideologici; ma se la Chiesa svolge la sua funzione educativa, mette le condizioni per la soluzione positiva.

Al numero 22 il Papa ha scritto una pagina lucidissima: «Gesù Cristo ha istituito la Chiesa Maestra di vita. Essa si sforza di educare e formare gli uomini alle massime della legge eterna, procurando che le acque salutari della sua dottrina scorrano largamente e vadano per mezzo dei vescovi e del clero ad irrigare tutta quanta la terra. Nel tempo stesso si studia di penetrare negli animi e di piegare le volontà, perché si lascino governare dai divini precetti. E in quest’arte, che è di capitale importanza, poiché ne dipende ogni vantaggio, la Chiesa sola ha vera efficacia. Infatti, gli strumenti che adopera a muovere gli animi le furono dati a questo fine da Gesù Cristo, ed hanno in sé virtù divina; sì che essi soli possono penetrare nelle intime fibre dei cuori, e far sì che gli uomini obbediscano alla voce del dovere, tengano a freno le passioni, amino con supremo e singolare amore Iddio e il prossimo, e abbattano coraggiosamente tutti gli ostacoli che attraversano il cammino della virtù».

Capite che mentre la società governata dagli ideologi, di destra o di sinistra, tendevano a creare meccanicamente una situazione profondamente disumana, perché negativa dei diritti delle persone e dei gruppi, il Papa indicava la strada dell’educazione. Educare i lavoratori ad essere persone che lavorano, come si sente in qualche brano di questa enciclica, ancor prima che sia precisata quella grande intuizione di Giovanni Paolo II che egli consegnò a Solidarnoshc, e che quel sindacato ricevette: “Non c’è il lavoratore, c’è l’uomo del lavoro. Perché il lavoratore è prima di tutto un uomo. Occorre occuparsi di lui come uomo affinché quella cosa importantissima che è il lavoro non finisca per essere, o idolatrata, o maledetta. Il lavoro ha bisogno di inserirsi in un contesto pieno di umanità. La Chiesa educa a questa pienezza di umanità”.

Ecco il numero 23, altro passo fondamentale: «Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. Ella vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato, e migliorino la condizione di vita. E questo essa fa innanzi tutto indirettamente, chiamando e insegnando a tutti gli uomini la virtù. I costumi cristiani, quando siano tali davvero, contribuiscono anch’essi di per sé alla prosperità terrena, perché attirano le benedizioni di Dio, principio e fonte di ogni bene; infrenano la cupidigia della roba e la sete dei piaceri (cf. 1Tm 6,10), veri flagelli che rendono misero l’uomo nella abbondanza stessa di ogni cosa; contenti di una vita frugale, suppliscono alla scarsezza del censo col risparmio, lontani dai vizi, che non solo consumano le piccole, ma anche le grandi sostanze, e mandano in rovina i più lauti patrimoni».

La gente che è educata a vivere sanamente come persona che lavora viene anche aiutata a vivere in condizioni adeguate. Il Papa parla del diritto al riposo, ad avere una abitazione adeguata, a esercitare la propria paternità nei confronti dei figli, eccetera. Il lavoratore non è soltanto quello che entra in fabbrica alle otto e esce alle otto di sera e deve essere considerato solo come un prestatore di opera: è un uomo che entrando nella fabbrica o nell’ufficio non abbandona tutto ciò che è, non abbandona le sue convinzioni religiose e culturali! Non abbandona la sua famiglia e il dovere verso i propri figli, ma è questa immagine personalistica del lavoratore, che è il grande contributo che nel 1891 Leone XIII ebbe il coraggio di dare, non soltanto ai credenti, ma anche agli uomini di buona volontà. Non l’ostilità propone quindi la Chiesa, ma collaborazione! Non principio dell’egoismo, ma principio della carità! E la carità, per essere tale, deve essere rispettosa della giustizia

Ora vorrei fare una corposa aggiunta a tutto quello che abbiamo detto finora, perché se la centralità della Chiesa in questa vicenda non è una centralità di carattere istituzionale e politico, è una centralità di tipo educativo. Allora si capisce perché la Chiesa, pur di fronte ai regimi totalitari ha sempre difeso la sua libertà di presenza e il suo diritto fondamentale all’educazione, non solo dei suoi figli, ma di tutti coloro che desiderano essere educati da Essa. Perché soltanto una presenza educativa di questo tipo evita l’irrigidirsi nei meccanismi ideologici.

Ora, questa funzione educativa della Chiesa, apre la grande questione dello Stato, alla quale il Papa dedica una parte sostanziale dell’enciclica. Perché lo Stato il Papa lo ha presentato come una funzione di servizio al bene comune. Ma lo Stato di allora, quello che era teorizzato dai massoni e dai liberali, e poi sarebbe stato teorizzato più o meno con le stesse parole dai nazisti e dai comunisti, non è lo Stato al servizio della società: è lo stato che “è la società”! Lo stato diviene l’insieme di tutti i valori della vita, della persona, dei gruppi e della società. E la società riceve la sua verità, la sua libertà, perché lo Stato gliela concede. Quindi lo Stato è al vertice di questa piramide dalla quale discende tutto. Lo Stato centralista, che da Roma comanda anche nelle più piccole frazioni e nei comuni della Sicilia, piuttosto che del Nord Italia!

Credo che si faccia bene a festeggiare l’unità d’Italia, ma credo che si farebbe ancor meglio se si facesse la festa dell’unità d’Italia dopo aver fatto una certa purificazione della memoria, come ha saputo fare Giovanni Paolo II per certe vicende della storia dei cristiani. Non è stato tutto pulito, né tutto indolore e soprattutto nemmeno rispettoso, nel processo di unificazione, della grande tradizione cattolica, contro la quale in qualche modo l’unità d’Italia è stata fatta.

Allora, se lo Stato è la fonte di tutti i diritti, in questo caso tocca a lui risolvere tutti i problemi! E certamente, siccome lo Stato è sempre di qualcuno (non essendo una realtà astratta), non è una realtà ideale. È lo Stato dei liberali borghesi del IX secolo, è lo stato dei fascisti, lo Stato dei comunisti o dei nazisti e quant’altro. Quindi lo Stato che pretende di essere la somma di tutti i diritti, come diceva Giovanni Gentile, uno dei grandi teorici di quello che poi divenne il fascismo (ma c’era una grande differenza fra l’intelligenza di Giovanni Gentile e ciò che il fascismo cercò di realizzare), bene, Giovanni Gentile diceva che lo Stato è un soggetto etico, un soggetto morale. Quindi ha una sua ideologia, delle convinzioni morali di tipo statale, eccetera, e per questo tocca allo stato educare i cittadini.

Allora vedete che se la Chiesa ritrova come sua funzione fondamentale quella di educare i cristiani e gli uomini di buona volontà a vivere adeguatamente la loro vita personale e sociale, ma se si trova di fronte uno stato che tenta di impedirle o quantomeno di ridurre il suo diritto educativo, avviene quella tensione che c’è stata fra gli stati totalitari e la Chiesa e che non è ancora finita, perché, per esempio, sul piano dell’educazione la nostra Repubblica Italiana è ancora ben lungi dall’aver concesso o riconosciuto un autentico pluralismo educativo e scolastico.

Ecco allora perché il Papa cerca di delineare una immagine di Stato sociale, non di stato etico. Qual è il dovere dello Stato? È quello di perseguire il bene comune. Non di avere un suo bene o una sua ideologia od obbiettivi da imporre alla società; non di avere l’idea folle di poter conquistare tutta l’Africa e mandare centinaia di migliaia di uomini a morire per un incremento del proprio prestigio. Non una guerra mondiale, la seconda, che scoppia semplicemente sulla follia di chi voleva sedersi al tavolo dei vincitori, e per questo ha mandato centinaia di migliaia di uomini a morire nelle steppe russe. «I governanti debbono in primo luogo concorrere al bene comune con tutto un complesso di leggi ed istituzioni, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità».

Lo Stato non è padrone della società. Non è padrone delle famiglie. «La prosperità della nazione deriva dai buoni costumi, dal buon assetto delle famiglie, dall’osservanza della religione e della giustizia, dall’imposizione moderata ed equa della distribuzione dei pubblici oneri. Dal progresso dell’industria, del commercio, dal fiorire dell’agricoltura e da quelle attività le quali, quanto maggiormente vengono promosse, tanto meglio favoriscono i cittadini».

Vedete, amici, che immagine viva di società! E che immagine viva di un servizio che lo Stato deve dare perché i cittadini, i gruppi, le realtà sociali possano vivere le loro funzioni. «Il benessere dei lavoratori, è poi il compito dello Stato, perché in questo processo di industrializzazione forzata, essi non siano la parte più debole! Lo Stato non può disinteressarsi o prendere posizione per l’uno contro l’altro, ma non deve neanche pensare che tutte le parti che sono in gioco abbiano le stesse forze. È giusto che il Governo si interessi dell’operaio facendo si che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce, e si dia così vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo che si potrà e in qualunque modo, migliorare la sua condizione, sicuri che questa Provvidenza, anziché nuocere a qualcuno, gioverà a tutti. Essendo un interesse universale che non rimangano nella miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo. Occuparsi della società vuol dire, nel caso del lavoro, preoccuparsi soprattutto di coloro che portano il massimo del peso e producono normalmente il massimo dei vantaggi dal punto di vista economico, ma vengono penalizzati come persone, come famiglie e come gruppi. Questo, lo Stato non deve perseguirlo, ma non deve nemmeno tollerarlo! Per questo il giudizio che la chiesa dà sui governanti è un giudizio relativo al bene comune. Se perseguono il bene comune della società. Se non perseguono il bene comune della società sono comunque sostanzialmente immorali perché non mettono al centro della considerazione la persona, i suoi diritti e la suai inesorabile capacità di realizzare pienamente la propria personalità, sia a livello familiare che sociale».

Vorrei scorrere con voi il numero 29 di questa enciclica, che è intitolato significativamente: “Obblighi e limiti dell’intervento dello Stato”. E mi pare una cosa fondamentale allora, come oggi. «È interesse per il bene comune come per quello privato che sia mantenuto l’ordine e la tranquillità pubblica. Che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura. Che sia rispettata e praticata la religione. Che fioriscano costumi integri, sia nella vita pubblica come in quella privata. Che la giustizia sia ritenuta inviolabile. Che una classe di cittadini non sia oppressa dall’altra. Che crescano sani e robusti cittadini atti a onorare e difendere, se occorre, la patria. Perciò, se a causa di ammutinamenti o scioperi si temono disordini pubblici, se fra i lavoratori sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della famiglia. Se la religione non è rispettata nell’operaio negandogli agio e tempo sufficiente a compiere i doveri. Se per la promiscuità del sesso ed altri incentivi al male l’integrità dei costumi corre pericolo nelle officine. Se la classe lavoratrice, oppressa con ingiusti pesi dai padroni o e ferita da fatti contrari alla dignità umana. Se con un lavoro eccessivo, non conveniente al sesso e all’età, si reca danno alla salute dei lavoratori, in questi casi occorre applicare, entro debiti limiti, la forza e l’autorità delle leggi.

È chiaro dunque che la funzione educativa della chiesa nei confronti delle persone che lavorano o che offrono lavoro, non può non contare sullo stato come a una struttura regolativa. Lo Stato deve mettere nelle condizioni perché il bene comune possa essere realizzato pienamente». Ecco che la società che vien fuori dalle parole di Leone XIII è una società che per troppi decenni, se non per secoli, è stata vilipesa. E invece di una società di uomini e di persone libere, si sono create delle strutture così rigidamente ideologiche, che negavano i diritti fondamentali della persona e la sua dignità.

Ecco perché il Papa aggiunge: «A nessuno è lecito violare la dignità dell’uomo». E al Numero 33 la necessità del riposo festivo. E il numero 34: «Il lavoro deve essere proporzionato alle forze dell’uomo, e perché questa proporzione sia attuata occorre una necessità di legislazione sociale». Quando il Papa scriveva queste cose, nelle fabbriche della “evolutissima” e massonica Inghilterra soffiavano il vetro bambini di 7, 8, 9 anni, senza un minimo di tutela dal punto di vista fisico e morale. E la mortalità infantile sul campo del lavoro raggiungeva vertici anche del 70, 80%. L’Inghilterra sempre progressiva, sempre intelligente, sempre animata da grandi propositi sociali, ma incivilmente anticattolica, e perciò antiumana.

«Bisogna che il lavoro delle donne e dei ragazzi – dice il Papa al numero 35 – debba essere particolarmente tutelato». E al numero 36: “Che il lavoratore deve avere un giusto salario per poter compiere bene il proprio lavoro”. E nel numero 37 una affermazione che non poteva non risultare rivoluzionaria sia per le destre che per le sinistre: «Non si può imporre con la violenza o la frode un salario ingiusto». E il salario ingiusto era la norma, a destra come a sinistra! E la Chiesa chiede nel 1891 che lo Stato intervenga a tutela dei lavoratori.

Ora, amici miei, come dire? Lo ha già accennato Angela Pellicciari e molte volte ne abbiamo parlato nei nostri colloqui: c’è sempre nel magistero della Chiesa un aspetto largamente profetico. Io l’ho verificato in tantissimi studi e l’ho verificato  in maniera impressionante nel magistero di uno dei papi più vilipesi dalla mentalità massonica e laicista: il beato Pio IX. Ma noi leggiamo queste pagine oggi, nel 2011, in una situazione economica e del lavoro che è andata implodendo. È andata implodendo esattamente perché tutto sommato ha retto ancora in questi ultimi 50, 60 anni l’idea che l’economia sia un meccanismo nel quale non si può intervenire se non in base alle regole, alle leggi stesse che vengono messe in evidenza dagli ideologi, e perciò si applicano poi in maniera inesorabile.

Ora, se noi confrontassimo queste pagine di Leone XIII con alcune straordinarie della Caritas in veritate, vedremmo che sostanzialmente nel 1891, come nel 2010, la Chiesa dice: «Noi abbiamo le condizioni per poter educare l’umanità a vivere tutti gli aspetti della vita, soprattutto quelli così determinanti per la vita sociale, come il lavoro, da un punto di vista non meccanico ed ideologico ma da un punto di vista di una maggiore e più intensa umanità. E questo mi pare il contributo di allora e di oggi di Leone XIII. Il suo magistero e quello di Benedetto XVI si illuminano reciprocamente per guidarci al futuro, che è il futuro che abbiamo imparato da Giovanni Paolo II. La civiltà della verità e dell’amore.

Lasciatemi dire un’ultima cosa prima delle domande. Pensate che di fronte a un magistero così lucido, così profondo, che ha formato generazioni di cristiani che poi hanno saputo impegnarsi nella vita culturale, sociale, politica ed economica in tutta una serie di realizzazioni come le scuole, le casse mutue, eccetera… Ma lasciatemi dire: che vergogna! E non soltanto da adesso… Si diceva “la giustizia sociale”, quindi c’era un aspetto di vangelo nella posizione dei socialisti. E poi si poteva essere anche un po’ fascisti, perché i fascisti avevano scoperto i valori fondamentali del cattolicesimo… (Si poteva essere anche un po’ comunisti, perché dicono di lottare per i poveri…). E poi, e poi, e poi… Abbiamo visto vilipesa la nostra grande identità cattolica alla ricerca delle alleanze. Ma noi non dobbiamo cercare le alleanze con nessuno. Dobbiamo essere noi stessi. Nella misura in cui saremo noi stessi, saremo capaci di dialogare con tutti, anche col Diavolo!, come diceva Pio XI. «Io ho fatto i concordati con il diavolo perché la chiesa potesse essere libera. E quando parlava di dialogo, parlava dei capi del nazismo e del fascismo. E poi, strada facendo, anche uno con i capi del comunismo. Ma non si potrà realizzare per ragioni storiche. Guai a scambiare la nostra identità col dialogo! La nostra identità è l’appartenenza alla Chiesa. Nella misura in cui siamo veramente appartenenti alla Chiesa, avremo una cultura originale e una capacità originale di porci nel mondo e saremo così in grado di dialogare con tutti. Vi ringrazio.

Alcune telefonate:

Pronto? Sono Gabriella da Milano. Grazie, eccellenza, per le sue idee chiarissime…

Mons. Negri –Lasciamo perdere l’eccellenza…

Senta, io vorrei chiedere come fare a far nascere nei giovani il desiderio di far politica attiva. Di mettersi in politica… La nostra politica!

Negri – dobbiamo aiutarli a riscoprire la bellezza della vita. La bellezza della vita, ma non come un istinto. Molti giovani vivono oggi la bellezza della vita distruggendosi. Io cito spesso una frase di Bernanos, che non era fra l’altro l’ideale di cristiano, per me. Comunque nel 1914, all’inizio della terribile prima Guerra Mondiale, che in Italia servì solo a lanciare le grandi industrie (che ci sono ancor adesso)… come tutta risposta ci hanno mandati a morire sulla Marna. Su quel fiume si svolse la prima terribile battaglia fra francesi e tedeschi, in cui morirono decine di migliaia di soldati.

Ma io dico spesso ai miei giovani: “Ma non capite che siete respinti sulla Marna anche adesso?”. La Marna sono le discoteche, sono i sabati e le domeniche come li vivete. La Marna è una scuola che non impegna minimamente. La Marna sono i rapporti fra l’uomo e la donna ridotti alla pura meccanicità sessuale. Ecco io credo che dobbiamo rieducarli alla bellezza della vita. Se li educhiamo alla bellezza della vita e facciamo fare loro esperienza di una vita bella e buona (Come dice il documento della Conferenza episcopale italiana sull’educazione), allora, se uno fa una bella esperienza di vita, la difende! La difende e la propone alla società. Con una tale esperienza uno non potrà più dire: “Ma io sono cristiano a casa mia, però se vogliono che ci sia l’aborto, il divorzio, l’eutanasia, pazienza… io non li farò. Questa è una ipocrisia con cui tanti cattolici hanno dato il loro apporto alla rovina del nostro paese. Se una cosa è bella, è bella per tutti! Non la imporrò a nessuno, ma la proporrò a tutti. E se ci sono momenti in cui si deve decidere la legislazione come deve andare, io do il mio contributo. Se perdo, come può succedere, obbediamo. Ma non possiamo dire che una legge ingiusta diventa giusta perché è stata adeguatamente proposta. Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae ha detto cose terribili sugli stati che hanno legittimato l’aborto!

Educare è educare a una presenza, fino a desiderare che ci siano alcuni che facciano quel gesto assolutamente straordinario di carità – lo aveva ben detto Paolo VI -: “La politica è una forma eminente di carità.”

un’altra telefonata

Buon giorno eccellenza! Dopo aver salutato lei desidero salutare la professoressa Pellicciari, perché 8 giorni fa è venuta a Lugo di Ravenna a tenere una splendida lezione sulla rilettura cattolica del Risorgimento italiano. In quel momento non sono riuscita a farle capire quanto avessi apprezzato il suo dire. Ma questa mattina ascoltando le sue riflessioni ho sentito nascere dentro di me una domanda che mi sta tormentando da molto tempo, a cui non è facile trovare risposta. Sono d’accordo su quanto avete detto, però in questo momento di grande crisi a livello politico e sociale, non solo per l’Italia, tutti questi valori sembrano quanto mai traballanti. Perché? Perché oltre alla crisi abbiamo degli sbarchi continui che ci portano in casa migliaia e migliaia di extracomunitari che, per carità, dobbiamo accogliere, ma che hanno mentalità, usi e costumi, educazione, legislazioni totalmente diverse dalle nostre. Gli altri stati non ci aiutano molto, ma il problema è nostro. Poi qui si trovano bene, rispetto ad altre realtà. Di fronte a queste trasformazioni non riusciamo a capire quale sarà il nostro futuro.

Negri – Ecco, io credo che lei abbia posto dei problemi che vanno oltre la Rerum Novarum. Sono problemi di una straordinaria urgenza e drammaticità. Credo che se ne potrebbe discutere più ampiamente un’altra volta, ma credo che ciò che con tanta drammaticità lei ha detto, metta in rilievo la debolezza degli italiani. C’è una debolezza dei giovani soprattutto. C’è una debolezza culturale e morale che fa si che chi arriva non possa trovare interlocutori coscienti della loro cultura. Io verifico che dove i cristiani sono autenticamente cristiani, perché capaci di esprimere i nostri valori, si impongono in senso positivo, rispetto a coloro che non li condividono. E si crea una situazione, non di tensione, ma di collaborazione. Torniamo perciò anche qui a quella che propose Leone XIII, e cioè il recupero della funzione educativa.

Io non so se il futuro della nostra società sarà un futuro che vedrà ancora una presenza prevalente del cattolicesimo. Non lo so. Istintivamente ne dubito. Ma se ci sarà una minoranza seria (una minoranza creativa, come dice Papa Benedetto XVI), una minoranza vera, capace di vivere la propria vita con dedizione a Dio, alla Chiesa e agli uomini, io credo che agirà per il bene dentro la vita sociale, che altrimenti diverrebbe una barbarie (con o senza islamici), perché quando uno ammazza la fidanzata perché non vuol più stargli assieme, o ammazza i suoi figli per reazione contro la moglie o il marito, allora siamo alla barbarie! Questo è il risultato di una società che non ha educato e che non educa. Per questo dobbiamo fare di tutto perché questo popolo sia educato.

Se questo popolo torna ad essere educato qualcosa di positivo nella società lo farà. Ecco perché è importante il ruolo di Radio Maria, anche perché vi sia una conoscenza vera della storia della Chiesa. Perché, non avere il senso della propria storia, è essere in balia di tutti! È come uno che non sapesse chi sono suo padre e sua madre, i suoi nonni, la sua stirpe. O che gli dicessero che erano soltanto delinquenti e ladri, come è l’immagine di Chiesa e di storia della Chiesa che i nostri italiani hanno imparato a scuola e imparano dalla televisione. Ecco, una serie di nefandezze!

Come fa uno che crede di avere alle spalle soltanto dei delinquenti, a sentirsi forte nella società? Io mi sono sentito forte anche quando avevo pochi anni perché appartenevo a una famiglia che, pur poverissima, era forte nella fede e quindi era capace di entrare con forza dentro la vita sociale. Si tratta di ricominciare a educare. Quando cominciavano a succedere le cose che abbiamo descritto stamattina, penso a quello che ha fatto – in una città devastata dalla industrializzazione, dove migliaia di persone arrivavano ogni giorno e non sapevano dove sarebbero andate a mangiare o dormire -, un prete come san Giovanni Bosco, che ha creato una struttura educativa che ha ancor oggi una enorme capacità di richiamo e di incidenza nella vita, non solo della Chiesa, ma anche della società.

Pellicciari – Quello che dice adesso Don Negri io lo dico sempre alla fine delle conferenze che vado facendo, sull’Unità d’Italia, e cioè che importante capire che la nazione Italia non nasce 150 anni fa. 150 anni fa nasce uno Stato anticattolico che combatte tutto quello che la nazione italiana era da centinaia d’anni. Allora io credo che noi dobbiamo fare un’operazione di verità che recuperi le radici profondissime, geniali, piene di primati, della nostra identità nazionale cattolica.

Negri – certo…

Pellicciari – Dobbiamo quindi sanare quella ferita, quel peccato originale su cui è stato costruito il nostro stato, che è la lotta alla Chiesa cattolica .

Negri – Quella che prima ho chiamato “purificazione della memoria” da parte laicista!.

Pellicciari – Lo dicevo anche in queste due ultime puntate. Su questo punto, sia Pio IX che Leone XIII sono chiarissimi. E difendono nel loro magistero l’identità nazionale italiana, carica di primati dovuti alla presenza a Roma del Papa. Papa che eredita l’universalità romana e la attualizza in senso pieno. Perché, come dice San Paolo: “Non ci sono più schiavi, barbari, uomini e donne, ma tutti sono uno in Cristo”. Allora, l’Italia cattolica, che ha come centro Roma, che eredita la cultura greco-romana, la fa sopravvivere anche per l’apporto che i monaci benedettini hanno dato negli 8 secoli in cui siamo stati invasi dalle popolazioni barbariche: lì ha retto la Chiesa! E ha creato una comunità culturale e religiosa, che è l’Europa. Un’Europa che adesso rifiuta il nome cristiano.

Leone XIII lo dice con molta chiarezza: Se noi apostatiamo la fede, noi italiani, che abbiamo avuto dalla fede privilegi inenarrabili, primo fra tutti la presenza del Papa a Roma, se noi apostatiamo la fede, noi non possiamo che andare verso la distruzione della nostra nazione! Ed è quello che sta succedendo. Don Negri, assieme a me, si augura che ci sia questa minoranza capace di essere con gli occhi in fronte, non sotto i piedi, per vedere le sfide, anzitutto culturali, che dobbiamo affrontare. Don Negri ha ragioni da vendere: il problema è culturale! Come possiamo riacquistare la coscienza della nostra identità culturale? Si riacquista con la fede, chiedendo a Dio il dono della fede. Solo attraverso la fede potremo mettere in atto quel meccanismo di riscatto e di verità! Perché ci è stato inculcato questo disprezzo per noi stessi, che è la causa del fato che siamo una nazione in cui si sta perdendo la virtù della speranza. E da dove si vede questo? Dal fatto che ci stiamo estinguendo: non facciamo più figli! (E ne abbiamo uccisi a milioni con ll’aiuto di una legge dello Stato. N. d. t.). E questa non è una visione pessimistica, ma realistica, della nostra società.

Altra domanda…

Pronto? Sono Raffaella e parlo da Caorle. Vi ringrazio tanto, soprattutto lei, don Negri, perché tutto quello che lei ha detto è sempre stato inciso nel mio cuore. Per un cristiano queste cose sono logiche e si sentono già nel profondo. Purtroppo, quando ho tentato di dar testimonianza di fede, sono sempre stata discriminata e considerata sottosviluppata, bigotta o deficiente, perché non mi sono inserita nei grandi filoni ideologici che mi avrebbero portata forse a guadagnare di più. Ma anche se conto meno per il mondo, in realtà sono con Gesù Cristo. Per questo dobbiamo essere ottimisti. Basta un po’ di lievito… Non siamo mai soli: c’è sempre Gesù con noi, e ci aiuta eccome! Siamo in buona compagnia!

Negri – La ringrazio di questa sua testimonianza, perché è la nostra testimonianza che vince il mondo. «Questa è la vittoria che vince il mondo: la vostra fede», ha detto il Signore. «Dio scrive dritto anche sulle righe storte», diceva il cardinale Giovanni Colombo, uno dei più grandi vescovi di Milano. Quello che mi ha accolto in seminario e ordinato. Noi dobbiamo fare tutto quello che riteniamo giusto per rispondere alla nostra vocazione cristiana e vivere questa testimonianza nel mondo, sperando che a questo succeda anche qualche capacità di incidenza. Ma noi non viviamo dominati, governati dall’esito. Noi abbiamo la certezza che qualsiasi cosa facciamo in bene, il Signore ci merita il Paradiso, come hanno detto i padri del Concilio di Trento. Che in Paradiso ci si arriva perché si accoglie la grazia di Dio e si risponde con libertà, e questo diventa merito di fronte a Dio. Gli uomini possono non accorgersi, ma come spesso dice il cardinale Biffi: “I cherubini, i serafini e gli angeli in Paradiso, insieme a Dio, vedono i nostri meriti”.

Pellicciari – Certamente! Però io mi permetto di aggiungere che Gesù ha detto: “Magari foste intelligenti come quelli del mondo! Siate astuti come i serpenti!”. Perché essere testimonianza vivente di Cristo, non vuol dire essere scemi!

Negri – La testimonianza è una presenza carica di giudizio. Perciò se una fede non giudica, non è fede. E carica di carità. Allora questa è la testimonianza: la testimonianza è investire il mondo di una novità di vita che ha ragioni di sé, che dà ragioni di questa Novità. «Siate pronti a dare in ogni momento ragioni della speranza che è in voi», dice san Pietro nella sua seconda lettera. Quindi, se noi siamo già così, incidiamo già sulla storia, anche se magari non si vede il livello di incidenza. Ma questo lo dimostrerà Dio nell’ultimo giorno.

 

e ancora…

Pronto? Sono Brigitte, della provincia di Bolzano. Mi è venuto il desiderio di porle una domanda quando lei ha accennato all’argomento del lavoro minorile a cui sono contrarissima. La domanda è: Qual è il miglior modo di onorare il lavoro, soprattutto il lavoro non pagato?

Negri – Io ho citato quello che il Papa diceva nel 1891. Lui non approvava il lavoro minorile. C’era un lavoro minorile che era una cosa orrenda! Credo che la evoluzione politica e sociale del nostro mondo metta oggi in guardia rispetto a quello che sta succedendo ancora in tante aree del mondo, in Africa, in America Latina, in Asia, eccetera. Il lavoro minorile è un immenso delitto, che è poi perpetrato dai paesi più industrializzati del mondo, come la Cina. Noi da più di 100 anni abbiamo detto di no al lavoro minorile, che diventa sfruttamento selvaggio e quindi sostanzialmente strage.

Sappiamo quanto Giovanni Paolo II ha difeso i diritti dell’uomo in tutti i suoi viaggi per il mondo, contro ogni tipo di sfruttamento e contro ogni guerra ingiusta, anche se patrocinata da una potenza democratica.

Pellicciari – Grazie, Don Negri!

Monsignor Negri – Vi ringrazio e vi chiedo una preghiera per la mia diocesi, perché il 19 giugno il Santo Padre Benedetto XVI verrà in visita pastorale alla mia diocesi. Preghiamo la Madonna perché ci sappiamo, in questo incontro, convertire, per essere più forti testimoni di Cristo nel mondo!

Pellicciari – Desidero spendere un’ultimissima parola in riferimento alle celebrazioni per i 150 anni di unità italiana. Penso che tutti gli ascoltatori di questa radio si sentano italiani. Ma, per trovare l’orgoglio sacrosanto di esserlo, è necessario conoscere la nostra storia! Buona giornata!

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