SU LIVI, BIANCHI E TARQUINIO

 

di Pietro De Marco

 

1.Due cose colpiscono nella querelle sorta attorno  alle critiche mosse da Antonio Livi a Enzo Bianchi ma – va detto per una più piena comprensione di quello che accade – occasionata da una nota di Bianchi (La Stampa, 11 marzo) sulla nuova edizione di Essere cristiani di Hans Küng, una nota priva di qualsiasi avvertenza critica.

La prima è la difficoltà di Enzo Bianchi a valutare autocriticamente la portata dei suoi interventi, sia che cadano su un terreno ricettivo (dove attecchiscono senza che lui per primo ne possa controllare i frutti) sia che arrivino a menti ed ambienti critici nei suoi confronti, ove  vengono di regola, ma legittimamente, valutati con allarme se non con ostilità. Su questo punto tornerò.

La seconda è la preziosa  occasione  di riflessione e mediazione cui Avvenire doveva mostrarsi all’altezza, e che ha mancato: il direttore Tarquinio ha perso, e in modo irragionato e scomposto (da vecchio collaboratore del giornale me ne dolgo), l’opportunità  di offrire finalmente uno spazio al severo, duro, dibattito che percorre la chiesa cattolica da alcuni anni su questioni della massima importanza: la quotidiana diluizione della fides quae per molte vie e, non secondariamente, attraverso la manipolazione militante o abitudinaria (il cd. ‘spirito del Concilio’ contratto ormai in pochi enunciati, quasi slogans) del Vaticano II. L’Avvenire di Tarquinio preferisce invece incrementare nei cattolici italiani una coinè magmatica di ‘sociale’ e ‘spirituale’,  senza domandarsi se il bagno nell’emozionale attivistico e nei fasti dell’ecclesialese,  che – con eccezioni – vi dominano, non si accodi alla perdita di rigore dell’intelletto cattolico di questi anni, e non stenda una patina opaca anche sulla forza e determinatezza dell’insegnamento papale.

Può darsi che la valutazione che Antonio Livi ha dato della ‘predicazione’ di Enzo Bianchi (in effetti inarrestabile, assillante, per cento canali) abbia ecceduto in durezza.  Livi recentemente ha pubblicato un importante volume sulla teologia come scienza della fede (contro le derive di ‘filosofia religiosa’ venduta per teologia che infestano le Facoltà cattoliche e molta produzione teologica), libro di cui Avvenire non ha parlato e che le librerie cattoliche si guardano bene dal mettere in evidenza.   Da un’intelligenza esercitata al rigore ci si può attendere una reazione dura, nell’attimo in cui il fenomeno deprecato sembra superare ogni soglia di tollerabilità. Questo traboccare, lo sappiamo, può essere provocato anche solo da una ‘goccia’.

Anch’io avevo messo da parte il pezzo di Bianchi su Küng: un episodio, non così ‘minore’, di mancanza di responsabilità non solo nei confronti dei tanti che bevono le sue parole ma della sua stessa intelligenza. Si può scrivere di Hans Küng su un giornale (che prevede una quota di lettori occasionali e non sistematici di ciò che si scrive) senza prendere esplicitamente le distanze, e non tanto per ‘opportunità’ ma per l’obiettiva pericolosità di un autore (che non chiamerei teologo, almeno non da una quarantina d’anni) che ha prodotto danni enormi alla Chiesa? Non è legittimare, anzi incentivare, presso il lettore (magari un ‘sincero cercatore di Dio’) la lettura di qualsiasi altra cosa di Küng, dai pamphlet più insidiosi – in odore di eresia (ad essere benevoli) – alle piatte eppure maliziose compilazioni storico-religiose, dalle costanti e insolenti aggressioni a Roma ai velleitari progetti di ‘etica mondiale’?

Non prevale sull’intelligenza, in questi casi e in Bianchi, una presunzione di ‘magistero’ divenuta  talmente automatica da mettere, come Livi ha denunciato, sullo stesso piano Küng e Roma, giocando cioè ad una sorta di superiore terzietà? Una ‘goccia’, magari, nel mare delle presenze del priore, eppure un brutto sintomo.

Dunque: Avvenire doveva mostrare nei fatti ‘responsabilità’ rispetto alla scelta di ospitare  scritti del priore di Bose; ‘responsabilità’ significa che si ‘risponde’ delle scelte fatte, rispettando le critiche, motivando ed eventualmente riconoscendo ai critici qualche legittimità.  A maggior ragione se l’autore, Enzo Bianchi, per parte sua non è (non lo è mai) disposto a farlo. Ma anche: Bianchi mostra, non certo per la prima volta, di non ponderare gli effetti di ciò che scrive, anzi di non controllarne non solo la pragmatica ma nemmeno la sostanza argomentativa. Preferisco ancora pensare che non riesca a farlo (come avviene spesso a chi predica e battaglia, può avvenire anche a me), non che non lo voglia.

2. A suo tempo avevo lasciate nel cassetto pro bono pacis delle annotazioni sulle pagine iniziali de La differenza cristiana, un lettissimo volumetto di Bianchi (Einaudi, 2006); ora forse è il momento di usarle. Nessun processo all’autore e, forse, solo minuzie; ma una conferma di quel enunciare incoerente o equivoco che, a più modesti livelli, sta corrompendo il laicato ‘colto’ e settori del clero delle generazioni di mezzo, anzitutto.

Si possono già sottolineare le coordinate offerte dall’indice: 1. Una laicità del rispetto ove si indulge in formule problematiche come Laicità, una garanzia per la religione, o Chi minaccia il cristianesimo fino a L’etica? Un dono dell’esperienza (!); poi: 2. La differenza cristiana in cui, dopo aver ricordato che La fede non si impone, si insiste sul dato che I cristiani non sono perseguitati, e si proclama: Siate profeti, ma non entrate in politica;   per finire con: 3. Dialogare e accogliere l’altro ove colpisce la formula Un solo Dio, molti modi per dirlo e altre del tipo Sei diverso da me, quindi ti accetto. Viene da dire sorridendo che siamo nel cuore del nostro (cattolico) ‘politicamente corretto’; ma non è più l’ora di sottovalutare il peso di alcune di queste formule che, per usare un’immagine, non stanno a galla ma trascinano sul fondo coloro che vi si aggrappano.

Sottolineo subito l’assioma dell’anti-apologetica. La tensione e l’assuefazione anti-apologetica non vanno considerate una virtù. Come è enorme la ricchezza che l’apologetica (dai primi Padri ad Agostino, nei secoli, fino agli intelletti che guidarono le grandi conversioni alla fede cattolica nella cultura europea tra Otto e Novecento) ha donato alla Chiesa, così il suo mancato esercizio ha snervato, reso incolto e intimistico, l’intelletto cristiano comune.  Per Bianchi, nella da lui temutissima sfida  laici-cattolici  la chiesa rischierebbe di sentirsi ‘costretta ad esprimersi’ (!) in modo apologetico, e con ciò a non essere più capace di sostenere in termini di pacifico confronto la sua collocazione nella “compagnia degli uomini” (pp.3-4). Se l’immagine accostante di una Chiesa nella ‘compagnia degli uomini’ ferisce il mio paolinismo, come se ridicolizzasse infantilmente il mistero della Storia,  noto da sociologo la retorica della “compagnia”  che edulcora la complessità  di ogni sistema sociale (che è ordine e conflitto) e le diverse modalità di “confronto” ch’essa impone. Naturalmente, per Bianchi, molto della conflittualità  è da imputare alla Chiesa, ad un ‘presenzialismo’ che privilegia “tematiche e linguaggi di scontro”, una opzione – si suggerisce – gratuita e irresponsabile. Proseguendo su questa strada “ne patirebbe la stessa evangelizzazione” (p.4).  Da ciò il lettore ricava che il parlare a voce alta dei due recenti pontificati e di alcune conferenze episcopali non ha ragion d’essere nel merito ed è contrario all’autentica pastorale. Sintomatico esordio per tutto il volumetto: assenza di diagnosi della dell’attualità storica – che la Chiesa dovrebbe leggere meramente  come  un’astorica “compagnia” – e una concezione della differenza cristiana esonerata, forse perché immunizzata, dalla dimensione critica  – se non quella, come vedremo, indotta dall’intelligencija – e molto praticata da Bianchi: libertà civili, democrazia, pacifismo, declamazione ‘giustizialista’, pauperista e simili.

Certo, Bianchi condanna l’eccesso libertario (‘reificazione della libertà’), poichè i cristiani credono  che in ogni essere umano vi sia una Legge, un ethos non rivelato, non scritto, non codificato, eppure “presente ed eloquente”. In questo consisterebbe l’universalità stessa dell’umano.  La chiesa è, di conseguenza, presidio di autentico umanesimo; ma come? Come spazio di dialogo e di recupero di principi condivisi, luogo di confronto tra etiche e atteggiamenti individuali. In Bianchi un massimo concessione (fondata su un’idea classica di diritto naturale) alla Chiesa d’essere presidio di umanesimo, e l’accettazione di una sua funzione pubblica (“patrimonio di sapienza non destinato a restare negli spazi del culto privato”), prendono subito la strada vetero-habermasiana dell’agire comunicativo. Non si capisce come possa un “presidio” coincidere a priori con una arena o una funzione di confronto di etiche e atteggiamenti individuali, arena ove la materia da presidiare non può che essere questa stessa funzione, in sé protettiva di qualsiasi contenuto e atteggiamento messo (correttamente) in campo. Neppure Habermas è più convinto che Verità sia Diskurs.

D’altronde un ‘presidio’, se il termine non è solo retorico, suppone un pericolo e un’azione di prevenzione/difesa; che è altro dalla apertura di spazi dialogici fini a sé.  Sfugge a Bianchi che solo l’agire recente, anche conflittuale, della Chiesa è la negazione di quel confinamento (al culto privato) che egli teme, e che la dimensione di “setta (per quanto influente)” è proprio quello che la recente politicità della Cattolica nega. Ma chi legga attentamente Bianchi sa di non potersi attendere molta consequenzialità argomentativa in un quadro ideologico pur coerente.

Per Bianchi, naturalmente,  non v’è contraddizione tra fedeltà alla chiesa e attaccamento all’istanza di laicità. Il priore critica la laicità alla francese, ma la ‘giusta laicità’ sarebbe  di “grande giovamento alla chiesa”. I cristiani vi troverebbero protezione contro l’utilizzo della fede come “religione civile”, termine con cui si designa (non solo Bianchi) del tutto erroneamente l’uso preteso strumentale della religione da parte di quanti “misconoscono nuovamente la distinzione tra Dio e Cesare”. Sullo sfondo del conflitto ancora gli eccessi del cesaropapismo e della teocrazia (latina) medievale. Vi sarebbero forze che vogliono un ruolo dominante della chiesa, che cioè (per Bianchi) non vogliono che la Chiesa mantenga viva la forza profetica, la memoria eversiva del Vangelo. Le istituzioni religiose verrebbero piegate alla mediazione, tanto necessaria alla società secolarizzata (?), con una vicendevole strumentalizzazione di poteri, religiosi politici e sociali (pp.14-15). Tutto ciò sarebbe contrario alla parola, profezia liberante, che chiede la rinuncia agli idoli societari.

Questi luoghi comuni non rappresentano solo una confusione estrema – come qualsiasi studioso coglie – tra teocratismo, disciplinamento religioso della società, religione civile, come pure tra mediazione politica e ‘strumentalizzazione’ delle parti.  In tutto il corso del libretto si invocano, come formule di rito, dialogo, ethos e spazio sociale condiviso; ed integrazione, nelle scontatissime pagine sui rapporti interetnici. Paradossalmente questo corpo retorico che si sviluppa attorno  all’espressione ‘presidio’ è affine, senza che Bianchi lo sospetti, al vero quadro ideologico della religione civile  (che è moderna, e solo moderna, ‘religione’ da e per il corpo sociale), ‘religione’ subordinata alla volonté générale di una comunità roussoviana senza conflitto.

Dunque la  Chiesa sarebbe ‘presidio di autentico umanesimo’ da esercitare nello (anzi, quasi come) spazio pubblico. Ma, osservo, presidio vacuo, poiché ogni sua azione autorevole, se in contrasto con la volonté générale, sarebbe in sé, per Bianchi, ‘spegnimento di profezia’, ‘sacrificio agli idoli societari’ (che temo siano solo quelli ‘conservatori’ dell’ordre).  D’altronde in questo (che, cioè, la ‘profezia della chiesa’ si dia nella conformità alla volonté générale) hanno creduto, a lungo, tutte le  subculture cristiane subalterne  dell’intelligencija rivoluzionaria.  Oggi è quasi tutto dimenticato, ma la ‘religione civile’ che pretende il dominio è sempre quella dell’intelligencija (dei diritti emancipatori), mentre è difficile per la Chiesa esercitare il proprio ‘presidio’ pubblico. Né sarà possibile lo eserciti mai se seguirà il canone di Enzo Bianchi: “i pastori (…) chiedono [solo] di essere ascoltati, consigliano, mettono in guardia ma non pretendono che la legge evangelica [ma non era il diritto naturale, “ethos non rivelato, non scritto, eppure eloquente” universalmente ? p.d.m.] sia tradotta in legge vincolante per tutti”; e se “la chiesa  (…) mette [solo] in luce le positività [delle proprie “posizioni”] anche (!) a livello antropologico e sociale, ma non pretende ecc.”.

‘Evangelizzazione e dialogo, dunque’, ma come e su cosa, se la preoccupazione maggiore è che “la definizione della verità [per Bianchi “prodotta (!) e definita dalla Chiesa stessa”, con una inconsapevole formula di ascendenza modernistica (p.92)] rischia di sostituirsi alla Verità vivente, Gesù Cristo risorto”?  La sudditanza ai ‘valori’ dell’azione (anzi della retorica) politica dell’intelligencija unita alla de-dogmatizzazione sono una pericolosa miscela, che non sarà Bose a trattenere sull’orlo del precipizio (e del nulla) fideistico.

Nel più recente Per un’etica condivisa (2009) il priore mostra, infatti, che anche in lui il derapage prosegue. A p. 46 generosamente sostiene che è ancora possibile “raggiungere al cuore del loro vissuto ordinario” gli uomini di oggi: “è ancora possibile rendere conto di un legame vitale con una presenza invisibile che i credenti chiamano Dio. Certo, per fare questo appare oramai infruttuosa se non addirittura impraticabile la via dell’esposizione della dottrina e della dimostrazione dei dogmi (…)”. Ovviamente la strada è, invece, quella del restare ‘attaccati’ ad “un Dio soprattutto raccontato, spiegato da Gesù Cristo”.

Che poi il Dio ‘raccontato/spiegato’ da Gesù sia, anche nelle omelie dei comuni parroci, il Dio del “forse Gesù non ha detto questo”, del “probabilmente non è avvenuto quello che l’evangelista racconta”, cioè della ‘critica biblica’ orecchiata, diffusamente maneggiata senza criteri ermeneutici e senza teologia, insomma il Dio di un Gesù riproposto arbitrariamente, a Bianchi non interessa. Né gli interessa, sul terreno dei fondamentali, che il Concilio non abbia annullato il rapporto necessario tra Scrittura e Tradizione, che solo può garantire la vera doxa sul ‘Dio spiegato da Gesù Cristo’. E purtroppo, su questo terreno, l’impietosa lettura di Livi tocca difetti e pericoli reali.

3. Sarebbe stato meglio, dunque, non arroccarsi nel: “Io! quando mai?’ – né, quanto ad Avvenire,  dare luogo a reazioni nevrasteniche. I ‘maestri’ devono adattarsi, ormai, ad un altro regime comunicativo e a maggiore autocontrollo; meglio se, anche, ad una maggiore riflessione. Egualmente chi li pubblica.

Scrivo questo con dinanzi agli occhi l’ultima (che io conosca) sortita pubblica di Enzo Bianchi, sulla Stampa di domenica 8 aprile, Pasqua. L’articolo-omelia, di forte scrittura come sempre, è per gran parte opinabile nei limiti della legittima diversità tra tutti noi; personalmente,  né da un giornale né da un pulpito (ma non mi compete) sottolineerei che nella Pasqua i cristiani “innanzitutto leggono (…) una storia di passione e di morte”. Ritengo evidente che nella Pasqua i cristiani anzitutto ‘rivivano’ la Resurrezione (e cos’altro?) e ‘leggano’ ciò che  in apertura  della veglia pasquale recita l’Exultet – che invoca uno squillante, regale, annuncio pro tanti Regis victoria.  Sarà la diversità delle nostre sensibilità comunicative, o qualcos’altro, quello che il finale dell’articolo di Bianchi rivela?

In effetti il Priore poteva arrestarsi sulla battuta ‘politica’ contro il Crocifisso come ‘simbolo culturale’, un tema complicato del genere della ‘religione civile’,  per affrontare il quale si richiederebbero le categorie giuste. Pazienza. Si avventura invece sul terreno della testimonianza cristiana del Risorto: i cristiani (allora come oggi, suppongo) ricordano e si dicono “semplicemente questo: l’amore vissuto da Gesù ha vinto la morte (…). Gesù era umanissimo e ciò che aveva di eccezionale non era di ordine religioso [che significa? è un escamotage per evitare di dire che non era di ordine soprannaturale?] ma umano. È con la sua umanità che egli, il Figlio di Dio e la Parola diventata uomo come noi, ci ha portato a Dio”. Per un cristiano augurare la buona pasqua sarebbe, quindi, affermare: “Vorrei dirti che l’amore vince la morte”.

La protezione che l’inciso (‘il Figlio di Dio e la Parola ecc.’) esercita sulle 14 righe finali è minima; restano la romanticheria di un enunciato come “l’amore vince la morte” (tutto minuscolo), pura enfasi buona per tutti gli approdi, aperta a tutte le concezioni, da quella delle  epistole giovannee al clima del romanzo rosa e della canzonetta. Quale ‘amore’ ? Vi è un’univoca accezione del termine o è proprio il sapere (sí, il sapere) cristiano dell’agàpe che disambigua l’antica conflittualità di significati di ‘amore’ non meno che la moderna povertà, e guida le condotte conseguenti? E quale ‘morte’?  Abbiamo riflettuto e battagliato su morte e antropologia cristiana per anni perche i ‘maestri’ e i colti dicano queste miserie?   Neppure il buon senso, o il coraggio? (certo, su un quotidiano laico),  di introdurre le maiuscole come a suggerire che, comunque, Enzo Bianchi  intende la vetta incarnata dell’Agape e la visione cosmica della Morte propria, poniamo, della teologia paolina della redenzione (Ubi est mors aculeus tuuus, ubi est mors victoria tua?) !

Ma, se la genericizzazione e il degrado dei significati del linguaggio cristiano sembrano preoccupare pochi educatori e pastori – e intuisco qualche scrollata di spalle –  l’affermazione che “ciò che Gesù ebbe di “eccezionale” fu “di ordine umano” è follemente equivoca; è la tardiva ripetizione di un topos protestante liberale (che moderava appena dei precedenti peggiori, sei-settecenteschi).  E per questo che Bianchi non dice che Gesù ha vinto la Morte, ma che “l’amore vissuto da Gesù” lo ha fatto: una generica entità (l’amore ‘vissuto’!), un’esperienza (neppure una prassi!)  dell’umanissimo Gesù ci ha salvato. Davvero i ‘teologi’ del Gesù solo amore – questi neopietisti postmoderni – pensano che per ‘vincere la Morte’ non sia stato necessario il Signore della Storia?

Il tutto è irresponsabilmente ai margini (o è già fuori?) della cristologia dei grandi Concili.  Fondamenti trinitari e cristologici, in se stessi di straordinaria portata veritativa (aletica, direbbe Livi), irrinunciabili; basti verificare che la loro alterazione, frequente, conduce sempre ad una predicazione dimidiata e infantile, ad un cristianesimo informe. Per parlare di best sellers nostrani, conduce alla corruttela ‘teologica’ delle pagine di Vito Mancuso.

Un religioso concludeva l’omelia di Pasqua con questo giudizio di Wittgenstein  (facilmente reperibile on  line), proposto come riflessione esemplare per i fedeli: il cristianesimo “non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e sarà dell’anima umana, ma una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo”. Il testo prosegue (faccia il lettore le sue verifiche): “Infatti, il riconoscimento del peccato è un evento reale, e la disperazione pure, e così anche la redenzione mediante la fede». Conosciamo l’importanza dell’antipsicologismo wittgensteiniano; la religione non è moto d’animo, esperienza interna, ma realtà; Wittgenstein era stato, in questo, anticipato dalla fenomenologia religiosa. Tuttavia, che il Cristianesimo non sia una ‘dottrina’ è, sia nell’autore del Tractatus che nella teologia cattolica, solo il frammento di un enunciato più complesso; preso da solo è una deformazione dell’intero, cattolicamente una formula erronea.

Che la religio sia una ‘descrizione’ è, poi, formula a tutta  prima poco comprensibile per chiunque, e anzitutto poco coerente con l’insistenza del predicatore sulla fede come ‘esperienza, esperienza’. Si tratta in effetti dell’applicazione ‘locale’ di tesi gnoseologiche proprie di Wittgenstein.

Sennonché, secondo il modello dei ‘maestri’,  si pensa di poter dire tutto e il suo contrario, pur di spendere dei comodi predicabili. Così, a cascata. Solo l’intervento di Pietro (confirma fratres tuos), temo,  potrà fermare questa incosciente, ‘lieta’e stolida, caduta collettiva.

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