BABEL, UN GRANDE SCRITTORE FATTO FUCILARE DA STALIN – di Dionisio di Francescantonio

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di Dionisio di Francescantonio

 

babel

 

L’opera di Isaak Babel, comparsa nel quadro della letteratura sovietica ma composta da una visuale non completamente assimilabile allo spirito sovietico, rappresenta senza dubbio una delle voci più originali e suggestive emerse nella narrativa russa nel periodo che si situa a cavallo degli anni venti e trenta del 1900. Nato e cresciuto in un ghetto ebraico, quando gli ebrei erano spesso vittime dei pogrom consumati dai goyim, i non ebrei, Babel sviluppò un senso di distacco e di alienazione dal mondo e dai suoi simili del quale non riuscì mai a liberarsi; un sentimento che gli derivava dalle umiliazioni subite a causa della razza di appartenenza e dell’indigenza in cui fu costretto a vivere per anni, ma soprattutto dalla sua vocazione per la letteratura, concepita subito come un mezzo per evadere dal ristretto mondo ebraico e aprirsi alla Russia e oltre, verso l’Europa e l’Occidente; tant’è vero che i suoi maestri, accanto a Cechov, Puskin e Tolstoj, furono i francesi Flaubert, Rabelais e soprattutto Maupassant, del quale tradusse anche alcune novelle, com’è rievocato nel suo racconto Guy de Maupassant. A Odessa, città dove nacque e visse fino alla prima giovinezza, la vita del ghetto veniva celebrata in poesia o in prosa in toni profetici e patetici nell’antico idioma ebraico, o ironici e auto compassionevoli nel vernacolo yiddish, ma Babel, pur assorbendone la fantasia immaginativa, non volle far parte di quel mondo, rifiutò sia lo yiddish che l’ebraico e scelse di scrivere nella lingua dei goyim, il russo, andandosene a vivere nella capitale Pietroburgo. E quando scoppiò la rivoluzione, il giovane scrittore credette di poter uscire dal proprio isolamento trovando una collocazione in quella nuova esperienza collettiva che avrebbe dovuto abolire tutte le differenze. Pur non essendo iscritto al partito, si mise al servizio del nascente ordine comunista aggregandosi all’armata a cavallo del maresciallo Budennyi nella campagna che questi condusse in Polonia e poi nella guerra civile coi suoi cavalleggeri cosacchi, in veste di redattore del Cavalleggere Rosso, foglio di propaganda per i soldati di quel corpo, ma, all’occorrenza, anche di combattente al loro fianco. Fu da quest’esperienza che Babel trasse lo spunto per comporre i racconti che costituirono la materia del volume L’Armata a Cavallo e che, uscito nel 1926, rivelò il suo straordinario talento di narratore, caratterizzato da una cifra stilistica di grande immaginazione e poesia, benché riprodotta nel solco della lingua parlata dal popolo.libro babel

Seguì, dopo breve tempo, la pubblicazione del volume Racconti di Odessa, comprendente solo quattro racconti. Successivamente Babel scrisse altre novelle ambientate nella sua città natale che, pubblicate nel corso degli anni su alcune riviste, dovevano essere inserite in una nuova edizione del libro, un progetto che però in Unione Sovietica non andò mai in porto a causa del suo arresto, avvenuto nel 1938. Ma l’arresto, prodottosi nel clima delle epurazioni staliniane dei cosiddetti seguaci di Trockij, fu l’inevitabile conclusione della parabola di un uomo che, pur con tutte le riserve di un animo mite e poco incline alle atrocità a cui assisté durante gli anni tragici ma epici della guerra civile, si era illuso di prender parte ad un nuovo corso della storia dell’uomo. Nel clima mutato e cupo dell’ “edificazione socialista” di stampo stalinista, Babel perdette ogni sintonia con gli eventi, tanto che, dopo aver composto due drammi teatrali e lavorato ad alcune sceneggiature di film, ancora ispirati al mondo picaresco degli abitanti di Odessa, smise praticamente di scrivere perché si sentiva respinto nella condizione di alienazione, in cui aveva sempre vissuto, proprio da quella rivoluzione in cui aveva voluto credere con tutte le sue forze. Era perfettamente consapevole della sua drammatica situazione, come testimonia la confidenza fatta ad un amico che poi contribuì a farlo arrestare: “Uno scrittore deve scrivere con sincerità, ma quanto c’è in me di sincero non può essere pubblicato perché non è in armonia con la linea del partito”. Sottoposto agli interrogatori della polizia sovietica, la cui natura coercitiva è divenuta tristemente nota a livello mondiale solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica (ma chi aveva letto Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, uscito in Europa nel 1940, ne era già perfettamente al corrente), Babel fu costretto a confessare d’aver fatto parte di un’organizzazione antisovietica operante fra gli scrittori e, benché durante il processo ritrattasse tutto dichiarando che la confessione gli era stata estorta, fu condannato alla fucilazione. L’esecuzione avvenne nel gennaio del 1942 e non si è mai saputo dove lo scrittore sia stato sepolto.

In Italia sono comparse via via, a partire dal 1932, diverse traduzioni dell’opera di Babel, ma sempre parziali. Solo recentemente è stata pubblicata l’opera completa presso Mondadori nella collana dei Meridiani, grazie alla quale il lettore può conoscere nella sua interezza la splendida produzione di questo grande narratore.

L’opera di Babel si può raggruppare in tre sezioni: i racconti di guerra, i racconti di Odessa e i racconti autobiografici. I racconti di guerra sono quelli dell’Armata a Cavallo, un libro dal prezioso profumo esotico, di derivazione soprattutto ebraica ma, per taluni aspetti e atmosfere, accostabile anche alle fiabe e alle leggende del folclore russo, quelle cantate in versi da Aleksandr Puskin e raccolte dalla viva voce del popolo dal folclorista Aleksandr Afanasjev. Questi influssi incidono considerevolmente sullo stile di Babel, uno stile, come già accennato, ricco di immagini rare e di squisite epifanie, ma basato anche sui modi arguti e vivaci della narrazione popolare, in bilico tra  l’ironia e l’amarezza. Leggiamo queste frasi, prese qua e là a caso tra i racconti che compongono l’Armata a Cavallo: “Un sole arancione rotola nel cielo come una testa mozzata, un timido bagliore s’accende negli squarci delle nuvole e sulle nostre teste sventolano gli stendardi del tramonto; “Una trepida desolazione opprime il mio giaciglio”; “La via verso la chiesa scorre sotto la luna come un latteo e luccicante ruscello”; “Ed ella si mosse verso il comandante portando alto, in punta dei piedi,  un petto agitato come una bestia in un sacco”; “Il tempio era pieno di luce, pieno di raggi danzanti, di colonne d’aria, d’una specie di fresca gaiezza”; “La notte, trafitta dai lampi del bombardamento, s’inarca sul moribondo”; “Protende le braccia al cielo, avviluppandosi di notte come d’un incubo”; “L’autunno assediava i nostri cuori e gli alberi, ritti cadaveri nudi, oscillavano ai crocevia”; “Nella città rimbombò l’altezzoso bombardamento dei vincitori”; “L’incendio sfavillava come una domenica”. Espressioni di notevole ispirazione immaginativa e sempre mantenuti entro un registro di raffinato lirismo, mai sconfinante in un gongorismo gratuito o fine a se stesso, che hanno fatto dire ad alcuni critici che i racconti dell’Armata a Cavallo sono preziosi come miniature, cui però la vena popolare aggiunge una freschezza e vivacità di tono che li sottrae al rischio della staticità che potrebbe accompagnarsi alla perfezione dello stile. Assaporiamo solo, a mo’ d’esempio, questi due brani d’uno stesso racconto: “Ed ecco che io pascolo il mio bestiame cornuto, le mucche m’assediano da tutte le parti ed il latte mi riempie fino al vomito: io puzzo come un capezzolo tritato, i tori mi girano intorno in buon ordine, dei tori muscolosi di pelame grigio. La libertà mi giaceva in cerchio nei campi, l’erba frusciava per me in tutto il mondo, i cieli si svolgevano su di me come una fisarmonica a molti ventagli, ed i cieli, o ragazzi, nella nostra provincia di Stavropol, son sempre molto azzurri..”; “E dopo esserci dette per un po’ di tempo delle sciocchezze, ci sposammo in due balletti. Ed io e Nastja cominciammo a vivere come si sapeva, e per saperlo, si sapeva benino. S’aveva caldo tutta la notte, s’aveva caldo anche d’inverno, si stava nudi tutta la notte e ci si sbucciava insieme la pelle”.

Nei racconti vengono spesso rievocate scene di guerra, scontri di eserciti, villaggi distrutti dai bombardamenti, uccisioni e saccheggi che conferiscono alla narrazione accenti di epicità talvolta grandiosi, ma la pietà per gli umiliati e gli offesi dal cammino feroce della guerra, per gli ebrei e i polacchi che si vedono privare delle loro semenze e del loro bestiame, e calpestare le loro messi e incendiare le loro capanne, appare subito in contrasto coi toni eroici per mitigarlo in elegiaca solidarietà per le vittime del massacro, quali esse siano, e da questa opposizione tra i toni epici e patetici emerge l’elemento lirico, senza dubbio predominante rispetto a quello eroico-celebrativo. L’atteggiamento del narratore risalta chiaramente allorché si lascia andare a considerazioni di questo tipo: “La cronaca di tanti delitti quotidiani mi opprime senza requie come un vizio cardiaco”, oppure, riferendosi agli ebrei come lui travolti dalla tragedia della guerra: “La loro capacità di soffrire aveva una cupa grandezza”.

I Racconti di Odessa, scritti prima e dopo e in qualche caso anche durante la redazione delle “miniature” dell’Armata a Cavallo, hanno un carattere picaresco e pittoresco. In essi viene rievocato con accenti ironici, irriverenti e divertiti la vita del quartiere ebraico di Odessa, la Moldavanka, coi suoi furfanti, tra cui giganteggia Benja Kirk detto il Re, perché “brigante e re dei briganti”, e i suoi sensali, i suoi carrettieri, le sue prostitute e i suoi mendicanti straccioni. La scrittura è sempre ricca e fastosa, come si evince da queste descrizioni: “Attraverso le porte annerite dal fumo rosseggiava una vampa grassa e ubriaca, nei cui fumosi riflessi cuocevano volti di vecchie dalle guance tremule e dalle bazze bavose”; “Vini esotici riscaldavano gli stomaci, tagliavano carezzevolmente le gambe, annebbiavano i cervelli, provocavano rutti sonori come squilli di trombe guerriere”. La rappresentazione della vita popolare ebraica è in netto contrasto con la letteratura yiddish, improntata a un’ironia grondante autocommiserazione, poiché i personaggi vi appaiono come caricature plebee ma sono anche avvolte in un alone di romanticismo spaccone e un po’ grottesco, non esente da affettuosa simpatia.

Nei racconti più propriamente autobiografici emerge più chiaramente il dissidio del temperamento di Babel tra aspirazione a un ordine più giusto ed umano capace di sanare i conflitti tra gli uomini e la malinconia derivante dalla consapevolezza dell’inevitabilità della sconfitta dei deboli e dei miti, come suo padre che aveva visto inginocchiarsi davanti ad un ufficiale di polizia a cavallo e ai suoi uomini per impetrarne l’aiuto contro la teppaglia che gli devastava la bottega, per essere ignorato e quasi urtato dal passaggio indifferente del drappello, e come lui stesso, descritto con disprezzo da un interlocutore come “un uomo con gli occhiali sul naso e l’autunno  nell’anima” capace “di tuonare dal suo scrittoio ma di balbettare davanti alla gente”.

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