BENEDETTO XVI E SANTA ILDEGARDA DI BINGEN, LA PROFETESSA TEUTONICA – di Don Marcello Stanzione

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di Don Marcello Stanzione

 

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Benedetto XVI il 7 ottobre 2012, durante il sinodo straordinario dei vescovi, nominerà la monaca benedettina tedesca Ildegarda di Bingen Dottore della Chiesa Universale.

Il Papa ha sempre dimostrato nei suoi anni di pontificato una particolare simpatia per la sua connazionale. Il 1 settembre  2010, durante l’udienza generale a Castel Gandolfo, il papa Benedetto XVI tenne la tradizionale catechesi del mercoledì sulla figura di Santa Ildelgarda di Bingen ed ebbe a dire: “Nel 1998, in occasione dell’Anno Mariano, il Venerabile Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera Apostolica intitolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezioso che le donne hanno svolto e svolgono nella vita della Chiesa: “La Chiesa – vi si legge – ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile” (n. 31). Anche in quei secoli della storia che noi abitualmente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminili spiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’insegnamento. Oggi vorrei iniziare a presentarvi una di esse: santa Idelgarda di Bingen, vissuta in Germania nel XII secolo. Nacque nel 1908, in Renania, probabilmente a Bermerscheim, nei pressi di Alzey, e morì nel 1179, all’età di ottantuno anni, nonostante la permanente fragilità della sua salute. Idelgarda apparteneva a una famiglia nobile e numerosa e, fin dalla nascita, venne votata dai suoi genitori al servizio di Dio. A otto anni fu offerta per lo stato religioso (secondo la Regola di San Benedetto, cap. 59), e per ricevere un’adeguata formazione umana e cristiana fu affidata alle cure della vedova consacrata Uda di Gollhreim e poi di Giuditta di Spanheim, che si era ritirata in clausura presso il monastero benedettino di San Disibodo.

Si andò formando un piccolo monastero femminile di clausura, che seguiva la Regola di San Benedetto. Ildegarda ricevette il velo dal vescovo di Bamberga e, nel 1136, alla morte di madre Giuditta, divenuta magistra (Priora) della comunità, le consorelle la chiamarono a succederle. Svolse questo compito mettendo a frutto le sue doti di donna colta, spiritualmente elevata e capace di affrontare con competenza gli aspetti organizzativi della vita claustrale. Qualche anno dopo, anche a motivo del numero crescente di giovani donne che bussavano alle porte del monastero, Ildelgarda si separò dal dominante monastero maschile di San Disibodo con la comunità a Bingen, intitolata a san Ruperto, dove trascorse il resto della vita. Lo stile con cui esercitava il ministero dell’autorità è esemplare per ogni comunità religiosa: esso suscitava una santa emulazione nella pratica del bene, tanto che, come risulta da testimonianze del tempo, la madre e le figlie gareggiavano nello stimarsi e nel servirsi a vicenda. Già negli anni in cui era magistra del monastero di san Disibodo, Idelgarda aveva iniziato  a dettare le visioni mistiche, che riceveva da tempo, al suo consigliere spirituale, il monaco Volmar, e alla sua segretaria, una consorella a cui era molto affezionata, Richardis di Strade.

Come sempre accade nella vita dei veri mistici, anche Ildelgarda volle sottomettersi all’autorità di persone sapienti per discernere l’origine delle sue visioni, temendo che esse fossero frutto di illusioni e che non venissero da Dio. Si rivolse perciò alla persona che ai suoi tempi godeva della massima stima nella Chiesa: san Bernardo di Chiaravalle. Questi tranquillizzò e incoraggiò Ildelgarda. Ma nel 1147 ella ricevette un’altra approvazione importantissima. Il Papa Eugenio III, che presiedeva un sinodo a Treviri, lesse un testo dettato da Ildelgarda, presentatogli dall’Arcivescovo Enrico di Magonza. Il Papa autorizzò la mistica a scrivere le sue visioni e a parlare in pubblico. Da quel momento il prestigio spirituale di Ildegarda crebbe sempre di più, tanto che i contemporanei le attribuirono il titolo di “profetessa teutonica”. È questo, cari amici, il sigillo di un’esperienza autentica dello Spirito Santo, sorgente di ogni carisma: la persona depositaria di doni soprannaturali non se ne vanta mai, non li ostenta e, soprattutto, mostra totale obbedienza all’autorità ecclesiale. Ogni dono distribuito dallo Spirito Santo è destinato all’edificazione della Chiesa e la Chiesa, attraverso i suoi Pastori, ne riconosce l’autenticità. Parlerò ancora una volta il prossimo mercoledì su questa grande donna “profetessa”, che parla con grande attualità anche oggi a noi, con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica, che oggi viene ricostruita, il suo amore per Cristo e per la Sua Chiesa, sofferente anche in quel tempo, ferita  anche in quel tempo dai peccati dei preti e dei laici, e tanto più amata come corpo di  Cristo. Così santa Ildegarda parla a noi; ne parleremo ancora il prossimo mercoledì. Grazie per la vostra attenzione”.


Come promesso il Papa, rientrato a Roma, continuò a parlare della abadessa tedesca pure nella catechesi del mercoledì 8 settembre ed ai pellegrini radunati nell’aula Paolo VI dichiarò:

“Oggi vorrei riprendere e continuare la riflessione su santa Ildegarda di Bingen, importante figura femminile del medioevo, che si distinse per saggezza spirituale  e santità di vita. Le visioni mistiche somigliano a quelle dei profeti dell’Antico Testamento: esprimendosi con le categorie culturali e religiose del suo tempo, interpretava nella luce di Dio le Sacre Scritture applicandole alle varie circostanze della vita. Così, tutti coloro che l’ascoltavano si sentivano esortati a praticare uno stile di esistenza cristiana coerente e impegnato. In una lettera a San Bernardo, la mistica renana confessa: “La  visione avvince tutto il mio essere: non vedo con gli occhi del corpo, ma mi appare nello spirito dei misteri… Conosco il significato profondo di ciò che è esposto nel Salterio, nei Vangeli e in altri libri, che mi sono mostrati nella visione. Questa brucia come una fiamma nel mio petto e nella mia anima, e mi insegna a comprendere profondamente il testo”. (Epistolarium pars prima I- XC: CCCM 91). Le sue visioni mistiche sono ricche di contenuti teologici. Fanno riferimento agli avvenimenti principali della storia della salvezza, e adoperano un linguaggio principalmente poetico e simbolico. Per esempio, nella sua opera più nota, intitolata Scivias, cioè “Conosci le vie”, ella riassume in trentacinque visioni gli eventi della storia della salvezza, dalla creazione del mondo alla fine dei tempi. Con i tratti caratteristici della sensibilità femminile, proprio nella sezione centrale della sua opera, sviluppa il tema del matrimonio mistico tra Dio e l’umanità realizzato nell’Incarnazione. Sull’albero della Croce si compiono le nozze del Figlio di Dio con la Chiesa, sua sposa, ricolma di grazie e resa capace di donare a Dio nuovi figli, nell’amore dello Spirito Santo (Visio tertia: PL 197, 453c). Già da questi brevi cenni vediamo come la teologia possa ricevere un contributo peculiare dalle donne, perché esse sono capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità. Incoraggio perciò tutte coloro che svolgono questo servizio a compierlo con profondo spirito ecclesiale, alimentando la propria riflessione con la preghiera e guardando alla grande ricchezza, ancora in parte inesplorata, della tradizione mistica medioevale, soprattutto a quella rappresentata da modelli luminosi, come appunto Ildelgarda di Bingen.

La mistica renana è autrice anche di altri scritti, due dei quali particolarmente importanti perché riportano, come lo Scivias, le sue visioni mistiche: sono il Liber vitae meritorum (Libro dei meriti della vita) e il Liber divinorum operum (Libro delle opere divine), denominato anche De operatione Dei. Nel primo viene descritta un’unica e poderosa visione di Dio che vivifica il cosmo con la sua forza e con la sua luce. Essa sottolinea la profonda relazione tra l’uomo e Dio e ci ricorda che tutta la creazione, di cui l’uomo è il vertice, riceve vita dalla trinità. Lo scritto è incentrato sulla relazione tra virtù e vizi, per cui l’essere umano deve affrontare quotidianamente la sfida dei vizi, che lo allontanano nel cammino verso Dio e le virtù, che lo favoriscono. L’invito è ad allontanarsi dal male per glorificare Dio e per entrare, dopo un’esistenza virtuosa, nella vita “tutta di gioia”. Nella seconda opera, considerata da molti il suo capolavoro, descrive ancora la creazione nel suo rapporto con Dio e la centralità di sapore biblico – patristico. La Santa, che presenta cinque visioni ispirate dal Prologo del Vangelo di san Giovanni, riporta le parole che il Figlio rivolge al Padre: “Tutta l’opera che tu hai voluto e che mi hai affidato, io l’ho portata a buon fine, ed ecco che io sono in te, e tu in me, e che noi siamo una cosa sola” (Pars III, Visio X: PL 197, 1025°). In altri scritti manifesta la versatilità di interessi e la vivacità culturale dei monasteri femminili del medioevo, contrariamente ai pregiudizi che ancora gravano su quell’epoca. Essa si occupò di medicina e di scienze naturali, come pure di musica, essendo dotata di talento artistico. Compose anche inni, antifone e canti, raccolti sotto il titolo Symphonia Harmoniae Caelestium Revelationum (Sinfonia dell’armonia delle rivelazioni celesti), che venivano gioiosamente eseguiti nei suoi monasteri, diffondendo un’atmosfera di serenità, e che sono giunti anche a noi. Per lei, la creazione intera è una sinfonia dello Spirito Santo, che è in se stesso gioia e giubilo.

La popolarità di cui era circondata spingeva molte persone a interpellarla. Per questo motivo disponiamo di molte sue lettere. A lei si rivolgevano comunità monastiche maschili e femminili, vescovi e abati. Molte risposte restano valide anche per noi. Per esempio, a una comunità religiosa femminile scriveva così: “La vita spirituale deve essere curata con molta dedizione. All’inizio la fatica è amara, poiché esige la rinuncia all’estrosità, al piacere della carne e ad altre cose simili. Ma se si lascia affascinare dalla santità, un’anima santa troverà dolce e amorevole lo stesso disprezzo del mondo. Bisogna solo intelligentemente fare attenzione che l’anima non avvizzisca” (E. Gronau, Hildegard, Vita di una donna profetica alle origini dell’età moderna, Milano 1996, p. 402). E quando l’Imperatore Federico Barbarossa causò uno scisma ecclesiale opponendo ben tre antipapi al Papa legittimo Alessandro III, Ildegarda, ispirata dalle sue visioni, non esitò a ricordargli che anch’egli, l’imperatore, era soggetto al giudizio di Dio. Con l’audacia che caratterizza ogni profeta, ella scrisse all’Imperatore queste parole da parte di Dio: “Guai , guai a questa malvagia condotta degli empi che mi disprezzano! Presta ascolto, o re, se vuoi vivere! Altrimenti la mia spada ti trafiggerà!” (ibid. p. 412). Con l’autorità spirituale di cui era dotata, negli ultimi anni della sua vita si mise in viaggio, nonostante l’età avanzata e le condizioni disagevoli degli spostamenti, per parlare di Dio alla gente. Tutti l’ascoltavano volentieri, anche quando adoperava un tono severo. La consideravano una messaggera mandata da Dio. Richiamava soprattutto le comunità monastiche e il clero a una vita conforme alla loro vocazione. In modo particolare, contrastò il movimento dei catari tedeschi. Essi – catari alla lettera significa “puri” – propugnavano una riforma radicale della Chiesa, soprattutto per combattere gli abusi del clero. Lei li rimproverò aspramente di voler sovvertire la natura stessa della Chiesa, ricordando loro che un vero rinnovamento della comunità ecclesiale non si ottiene tanto con il cambiamento delle strutture, quanto con un sincero spirito di penitenza e un cammino operoso di conversione. Questo è un messaggio che non dovremmo mai dimenticare.

Invochiamo sempre lo Spirito Santo, affinché susciti nella Chiesa donne sante e coraggiose, come santa Ildegarda di Bingen, che, valorizzando i doni ricevuti da Dio, diano il loro prezioso e peculiare contributo per la crescita spirituale delle nostre comunità e della Chiesa nel nostro tempo”.


Durante il ciclo delle catechesi sulle sante del medioevo, Benedetto XVI trattò pure di Santa Chiara d’Assisi,  Santa Matilde di Hackeborn, Santa Gertrude la grande, Santa Elisabetta d’Ungheria, Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena, Santa Veronica Giuliani, Santa Caterina da Genova, Santa Giovanna d’Arco e tante altre, ma solo sulla figura di Ildegarda si soffermò dedicandole ben due catechesi e questo fu un chiaro segno della particolare predilezione del Pontefice per la sua conterranea medioevale. Il 10 maggio 2012 Benedetto XVI estese il culto liturgico di Ildelgarda di Bingen a tutta la Chiesa Universale.

Il caso della canonizzazione di Ildegarda è stato alquanto singolare. Innanzitutto non si era ancora definitivamente concluso il passaggio dalla canonizzazione vescovile a quella pontificia per cui l’abbadessa, che godeva di un culto nella Chiesa, non era mai stata ufficialmente proclamata santa. Le fonti biografiche su Ildegarda  parlano esplicitamente di lei come una santa e da parte di varie autorità ecclesiastiche come i vescovati di Magonza, Treviri, Spira e Limburg e nell’Ordine Benedettino fu autorizzata la venerazione riservata alla sua tomba e alle sue reliquie. In seguito fino alla nostra epoca il suo nome si ritrova riportato sia nei martirologi locali, sia in quelli ufficiali della Chiesa di Roma e sempre con il titolo di “ Santa”. Il papa Benedetto XVI tenendo presente che oltre ai tre papi, Gregorio IX, Innocenzo IV, e Giovanni XXII, che avevano intenzione di procedere alla canonizzazione di Ildegarda, anche altri pontefici come Clemente XIII, Pio XII, e Giovanni Paolo II la designano nei loro discorsi con l’appellativo di “ Santa” e constatando quindi da tempo immemorabile una costante fama di santità di Ildegarda  di Bingen, ha proceduto con la cosiddetta canonizzazione equipollente, secondo la legislazione di Urbano VIII ( 1623-1644), in seguito definitivamente teorizzata da Prospero Lambertini poi papa Benedetto XIV (1740-1758). Nella canonizzazione equipollente il Papa comanda che un servo di Dio, che si trova nel possesso antico del culto e sulle cui virtù eroiche o martirio o miracoli è costante la comune dichiarazione di storici degni di fede, venga onorato nella Chiesa universale con la recita dell’ufficio e la celebrazione eucaristica in qualche giorno particolare, senza alcuna sentenza formale definitiva, senza aver premesso alcun processo giuridico, senza aver compiuto le consuete cerimonie. E appunto tale canonizzazione equipollente di Ildegarda di Bingen ha avuto luogo con la decisione di Benedetto XVI del 10 maggio 2012. Il 27 maggio seguente sempre il Sommo Pontefice durante la recita del Regina Coeli in Piazza San Pietro annunciò che Ildegarda sarebbe stata nominata il 7 ottobre 2012 Dottore della Chiesa Universale.

Quello che non era stato fatto in onore di Ildegarda in oltre 800 anni, Benedetto XVI l’ha realizzato in pochi mesi!

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