“Benedici questa croce di spighe…”. Un’antologia di scrittori armeni vittime del genocidio – di Giovanni Lugaresi

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di Giovanni Lugaresi

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“Gli armeni sono sempre stati, lungo i secoli, un popolo-ponte fra Oriente e Occidente, una caratteristica che li ha connotati dall’antichità fino al rapporto privilegiato con la Repubblica di Venezia e all’opera straordinaria di modernizzazione dell’antica cultura, operata proprio nella loro sede nell’isola di San Lazzaro a Venezia dall’abate Mechitar e dai suoi seguaci dell’ordine mechitarista fra Settecento e Ottocento…”.

E’ un emblematico passo, questo, dell’Invito alla lettura di Antonia Arslan (espertissima nella “materia”) a proposito di un libro che definire interessante è poco; diremo coinvolgente, e per più di un motivo. In “Benedici questa croce di spighe…” ci si trova infatti davanti a scrittori armeni vittime del Genocidio operato dal governo dei Giovani Turchi nel 1915, una antologia voluta dalla Congregazione Armena Mechitarista e curata da Suren Gregorio Zovighian e da padre Hamaszasp Kechichian (Edizioni Ares; pagine 240; euro 18).

Vale la pena, volendo dar conto di questo testo, partire però da lontano: dal 1990 con la grande mostra promossa dai monaci dell’abbazia di Praglia al Santo di Padova, una rassegna che trovò nel monaco armeno padre Boghos Levon Zekijan l’intelligente allestitore.

Da allora è stato un cammino progressivo, per così dire, per conoscenze e approfondimenti della realtà armena, nella storia e nel presente, con lo stesso padre Levon a celebrare a Padova la liturgia armena e quindi con varie pubblicazioni, fino al boom (ci si passi l’espressione) dei romanzi di Antonia Arslan (sangue armeno per parte paterna), tradotti in tutti il mondo, premiati e (il discorso riguarda “La masseria delle allodole”) portati sul grande schermo dai fratelli Taviani.

E Antonia Arslan era la scrittrice, più indicata, dunque, per un “Invito alla lettura” della presente antologia, alla cui realizzazione ha collaborato (fra gli altri) un altro studioso assai colto e noto per conoscenze storiche e liturgiche del cristianesimo-cattolicesimo armeno: Giuseppe Munarini.

Nel volume sono presi in considerazioni dodici autori (poeti, prosatori, intellettuali più in generale), in primis Daniel Varujan, del quale proprio la Arslan, con Chiara Haiganush Megighian, aveva curato traduzione e pubblicazione della silloge “Il canto del pane”. Gli altri sono: Siamantò, Rupen Sevag, padre Garabed der Sahaghian, Ardashes Harutiunian, Krikor Zohrab, Rupen Zartarian, Dikran Ciogurian, Tlgadintzì, Hrant, Yerukhan, Kegham Perseghian.

Per ognuno, una esauriente nota biografica, una piccola foto, quindi liriche, o brani narrativi, o ancora lettere.

Deportati, uccisi, come gli altri componenti della élite armena, non di meno, appare più importante ad Antonia Arslan, “ascoltarli, leggendo le loro parole, i loro pensieri, che conoscere le loro storie, che infine purtroppo si somigliano tutte… Si sente nei loro versi l’eco di una tradizione forte, la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medioevali, con i suoi leggendari manoscritti miniati…”.

Tra storia e memoria, sentimento e conoscenze, osservazioni della natura, dei frutti dei campi, senso religioso, si dipanano versi e prose degli autori, nella consapevolezza di una fede profonda, che viene da lontano, e che trova nella croce di Cristo non soltanto un simbolo ma una chiamata alla testimonianza.

“Vengo dal Golgota ansimando./ Aprimi la strada tortuosa che porta da Te./ Metti da parte spine e sterpi feroci,/( e allevia la tenebra fitta della cecità…” E’ l’incipit della lirica “Alla croce” di Daniel Varujan, e dice già molto.

Nella Premessa, del resto, padre Elia Kilaghbian, abate generale della Congregazione Mechitarista, sottolinea il filo conduttore ininterrotto che unisce questi autori tra fine Ottocento e primi del Novecento alla antichità della patria armena, un filo nel quale la componente religiosa (l’ansia di infinito) è tutt’altro che trascurabile.

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