Black Friday: siamo uomini o consumatori? – di Roberto Pecchioli

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di Roberto Pecchioli

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zblkLe peggiori sciocchezze destinate a trasformarsi in riti di massa arrivano dagli Stati Uniti e vengono inevitabilmente accolte con entusiasmo dai popoli assoggettati all’Impero, e da esso decerebrati. La religione del consumo, come ogni credenza, ha bisogno dei suoi riti per alimentare la devozione dei fedeli. Il cosiddetto Black Friday è la nuova festività del gregge globale dei consumatori compulsivi.  Il Venerdì Nero degli sconti generalizzati prenatalizi è l’imbarazzante anticipo del paradiso per il bestiame umano con carta di credito, homo consumens, e naturalmente, per sfuggire l’accusa di sessismo, foemina consumens.

Per un giorno, al suono della campanella di apertura dei santuari, pardon, degli outlet , degli ipermercati e dei magazzini di grande superficie, milioni di cani di Pavlov sbavano pregustando la gioia di acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, con lo sconto, anzi a prezzi stracciati. Commessi e cassieri sono i chierici della nuova religione, ed il venerdì è nero, pensate, perché elimina i bilanci in rosso dei venditori. I giganti del commercio online, in testa Amazon, pretendono la loro parte, per cui iniziano i riti con qualche giorno di anticipo, una sorta di novena per gli adepti di questa surrettizia religione new age, l’età dell’Acquario & del Pos. La nuova fede si diffonde  rapidamente come un’epidemia, molti sono i missionari ed i conversi, ed anche nelle più remote province dell’impero di Babilonia si può adorare  il nuovo Vitello d’Oro, il Dio Consumo, seconda persona della nuova Trinità, formata con il Denaro e la Merce. Simulacro del Paradiso è il Centro Commerciale, il pellegrinaggio giubilare è la coda con gli altri fedeli.

Il Vecchio Testamento sono gli scritti di Thorsten Veblen sui “consumi vistosi”, che garantiscono l’appartenenza, o l’apparenza, che è poi lo stesso, ai ceti affluenti, ipermoderni ed alla moda. I Vangeli sono i depliants distribuiti dalla Chiesa Consumista con la descrizione dei prodotti, i relativi codici a barre, le foto patinate, ritoccate al photoshop e gli sconti naturalmente, le nuove indulgenze del secolo XXI. Occorrerebbe, stavolta sì, un nuovo Lutero che smascherasse le simonie postmoderne, ed appendesse, all’ingresso di qualche centro commerciale, diciamo un Wal-Mart, le nuove tesi protestanti di Wittenberg.

Invece, prosegue a passo spedito la trasformazione della specie umana in animale d’allevamento in batteria, da soddisfare ormai con i soli circenses, il consumo compulsivo associato alle finte svendite, da conquistare sottraendolo al pane, antiquato e screditato gemello. Alcuni anni fa, chi scrive arrivò al lavoro con alcune ore di ritardo in quanto la stazione ferroviaria prossima ad un noto outlet era bloccata dalla polizia che fronteggiava una folla tumultuante per accaparrarsi  i primi posti di entrata al mercato, che davano diritto agli sconti più cospicui. Erano in vendita capi di vestiario “griffati” di alcune notissime marche, un’occasione imperdibile  per migliaia (!!!) di persone di ogni età e condizione.

Poco tempo dopo, si lesse, e vennero diffusi i video in rete, di un centro commerciale austriaco alla cui inaugurazione un certo numero di clienti sarebbero stati vestiti gratuitamente da capo a piedi se si fossero presentati nudi. Anche in quel caso, dovette intervenire la forza pubblica, non per rivestire gl’ignudi, ma per disciplinarne gli accessi ed impedire le risse tra i convenuti.

Torna in mente un vecchio film con Totò, “Siamo uomini o caporali”. In una scena, una lunghissima fila, povera ma dignitosa, attende con la tessera annonaria in mano di acquistare la razione alimentare del tempo di guerra. Totò cercava di superare la coda con vari pretesti, ed un controllore dall’aria ostile in camicia nera (il “caporale” di turno) , interpretato da Paolo Stoppa, tentava di mantenere l’ordine con le cattive e con qualche favoritismo. Quei poveri italiani di allora, tuttavia, erano in coda per il pane quotidiano. Le folle contemporanee di devoti del cretinismo consumistico sarebbero capaci di mettersi in fila per un farmaco salvavita, o magari per donare sangue in caso di bisogno? Ne dubitiamo, soprattutto per l’individualismo  grottesco e disgustoso di cui danno prova, la competitività incredibile per conquistare, affermare, rivendicare e difendere il proprio posto di preminenza nella fila, destinata a consegnare il portafogli o la carta di credito alla cassa in cambio di una spregevole eucarestia consumista. Il cervello è stato già da tempo consegnato al sistema, anzi offerto in sacrificio al clero secolare della nuova religione, pubblicitari, operatori dei media, piazzisti di ogni risma.

I Borbone napoletani sostenevano che il popolo dovesse essere governato con le tre effe, feste, farina e forca. Reazionari e privi di fantasia, non immaginavano che, nel progredito evo postmoderno, i detentori del potere potessero direttamente guadagnare sulla fedeltà dei sudditi, felici di consegnare il portafogli per ostentare un abito con quel certo ologramma, una borsa munita di un segno distintivo, che, da solo, triplica o quadruplica il costo del “preziosissimo” prodotto, reliquia contemporanea confezionata in genere nel Terzo e Quarto Mondo presso aziende delocalizzate (perbacco, ecco perché non troviamo lavori stabili !) con materie prime e sistemi di produzione del tutto simili a quelle dell’odiata merce senza griffe, indegna persino dello sconto del Black Friday.

Il problema, anzi il dramma, è che il trucco funziona, e milioni di nostri contemporanei sono soddisfatti di godere dei finti sconti, senza domandarsi, ad esempio, dov’è l’imbroglio, se oggi ed in tempo di saldi, le cose costano la metà degli altri giorni. Al cardinale Carrafa, cinque secoli fa, venne attribuito un detto che divenne popolarissimo,“populus vult decipi, ergo decipiatur”, il popolo vuole essere ingannato, dunque, che sia ingannato. Niente di nuovo sotto il sole, è la sentenza di Qoelet, tranne un particolare importante. Solo nel tempo presente, il potere millanta ed assicura di essere tale per espressa, democratica e sovrana volontà popolare, salvo disprezzare la superstizione massima, il dogma dei dogmi, quello del suffragio popolare, se il popolaccio, magari reduce dalla festa di Halloween ed in attesa di partecipare alla benedetta coda per comprare l’ultimo inutile ritrovato del Mercato, si esprime in maniera difforme rispetto alle aspettative di Lorsignori.

Ridotti a macchine desideranti, uomini, mezzi uomini, omminicchi e quaquaraquà stanno disciplinatamente in fila sorvegliati dai caporali del sistema, ma talvolta sbagliano coda e corrono a comprare il prodotto “sbagliato”, sconsigliato ovvero, orrore massimo, sprovvisto di marchio. I vari Black Friday assolvono allo scopo di ricondurre le plebi alla seconda delle loro funzioni: dopo quella di produrre (a basso costo), consumare, possibilmente a debito. Poi si crepa, ma senza piantare grane, tanto è pronta una nuova fila, ed il marchio che acquisteranno al finto basso prezzo sarà, una volta di più, quello della Bestia, come sapeva l’evangelista Giovanni, portavoce di una religione tramontata.

Non di solo pane vive l’uomo, affermava il suo collega Matteo. E’ proprio così: la nuova religione offre un sacco di opportunità migliori. Basta consegnare cuore, cervello e, beninteso, portafogli, al Mefistofele dei nostri tempi. Si chiama Mercato, il suo Natale è la presentazione periodica dei nuovi prodotti, Fatima e Lourdes sono i centri commerciali , la Pasqua i ricorrenti Black Friday.

Venerdì Santo al contrario, la Bestia al potere.

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5 commenti su “Black Friday: siamo uomini o consumatori? – di Roberto Pecchioli”

  1. Non sono molto al passo coi tempi, ecco perché il bombardamento di mail di questi ultimi giorni con su scritto: “Preparati, sta arrivando il Black Friday, arriva domani, è arrivato, sconti, sconti e doppi punti” mi ha colto di sorpresa. Black Friday? ” È una campagna in vasta scala per spillare soldi ai soliti poveretti che comprano cose di cui non hanno bisogno senza sentire il bisogno di domandarsi il perché di questo bisogno” ho pensato. Le mail le ho cestinate tutte. Odoravano di quell’inganno planetario che non solo ci vuole tutti consumatori e consumatori del nulla, ma ci presenta il Natale che viene solo come festa di acquisti e di regali. Eppure mi pare ancora di vedermi tutta emozionata in giro con papà a fare spese straordinarie l’antivigilia di Natale. Era un evento, perché con lui si spendeva più che con la mamma, sempre attenta a risparmiare; compravamo datteri, noci e fichi secchi , arance e mandarini. Ed era così bello camminare sottobraccio a lui, tutti insieme, in un’aria che sapeva di festa e che non ho sentito più. Ci uscivano pure un panettone e il pandoro che ci piaceva tanto, e un panforte, non tanto grande, però. E a casa il presepe era bellissimo, con la lampadina azzurra che lo illuminava tutto nascosta dietro un’ impalcatura di “rocce” che aveva inventato sempre lui, il mio papà. Davvero allora era Natale.

    1. mi ha commosso Tonietta, un Italia da rimpiangere quella che descrive nel suo post…emozioni vere …io ricordo che poteva succedere qualsiasi cosa al mondo ma il giorno dell’Immacolata io e mio nonno facevamo il presepio :'(

  2. stamattina ho trovato la bellezza di quarantatré messaggi nella mia casella di posta elettronica, tutti in relazione al black friday. Mi ci è voluta quasi un’intera giornata, mentre si susseguivano le mail pubblicitarie, per capire cosa diavolo fosse questo Black friday. Ma una cosa ve la voglio dire perché è troppo grottesca, roba dal morir dal ridere, per non piangere ovviamente. Ricevo, nonostante non abbia più nulla da spartire con quel mondo, mail di realtà che trattano l’heavy metal e oggi ho ricevuto un invito a utilizzare un buono sconto per compact disc e altri articoli di 6,66 €. Vorrei esprimere tante cose ma lascio stare. L’articolo di Pecchioli è più consono delle mie eventuali fortissime e colorate espressioni.

  3. luciano pranzetti

    Né uomini, né consumatori, ma solo iloti colonizzati linguisticamente e, quindi, anche pappagalli dei costumi. Dilaga questa anglomania – o anglopatìa – che, dal parlamento all’ultimo bischero spolverino italiota (italo-idiota) è diventata una profluvie di welfare, question time, jobs act, tax day, made in Italy, shopping, e non ti dico gli OK che grandinano come non sé mai visto alla faccia del “bel paese là dove il sì suona”. E la questione più seria sta proprio nella squalifica della lingua, il primo prodotto d’esportazione di un popolo, che nella fattispecie del MADE IN ITALY, si palesa come non solo ridicolo ossimoro ma quale vero tradimento del parlante che si illude che il termine alloglotto sia migliore. Imbecillità, tanto per dire, di quell’ANGHELA MERKEL . . .

    1. Stefano Mulliri

      E già dice proprio bene proffessor Pranzetti, è proprio anglopatìa e io aggiungerei degenerattiva e terminale. Io non so spiegarmi quando ci siamo ammalati di questa specie di infezione, però credo di poterlo immagginare credo che il tutto sia da ricondurre alla famosa :liberazione, giusto ?.Credo che la contaminazione sia giunta in quei giorni in cui gli usci erano aperti, e l’Italiani non vedevano l’ora di cambiare padrone, ma non ne faccio una colpa ai miei compatrioti, quei disgraziati, perchè i nostri ” friends” sono cresciuti alla scuola del principe di questo mondo, e sanno bene come far capitolare i figli di Adamo. Spero solo che la guariggione arrivi al più presto.Spero un giorno di svegliarmi e vedere un paese veramente libero e indipendente, ma questo può avvenire solol se si ritorna a Dio con tutto il cuore.

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