BONAVENTURA TECCHI E LA NECESSARIA CORRUZIONE DELL’ESISTENZA – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

Sarebbe concepibile la vita svuotata del male che la pervade o la tenta in ogni sua attività? Potremmo immaginare un’esistenza quaggiù scevra di corruzione, felice a somiglianza della beatitudine avuta dalla visione di Dio? Ed il male non è inscindibile dal bene e ad esso necessario? Il mistero del male, di un male grave e imponente, permesso da Dio, quanto è insondabile? E questa divina privazione del bene non ci solleva da qualche colpa?

A tali interrogativi conduce la tematica di Bonaventura Tecchi (Bagnoregio 1896 – Roma 1968). Domande analoghe pongono i suoi personaggi, a esse danno risposte, qualche volta senza una sufficiente collocazione nella verità. Il riferimento alla verità morale e teologica costituisce il punto cruciale, spesso increscioso, del fatto letterario.

Va premesso che, salvo qualche lieve sconfinamento, il narratore Tecchi si tiene nell’alveo deltecchicattolicesimo ortodosso. Egli viene generalmente classificato tra gli intellettuali cristiani, quasi che il suo valore sia riconosciuto nonostante ciò, nonostante una supposta limitazione nella visione del mondo.

Colgo il destro per rovesciare questo inganno sulla letteratura, su quest’arte micidiale nell’insinuazione di errori, nell’adescamento delle anime. Soltanto il cattolico esprime tutta ed esatta la realtà, situandola nella precisazione divina, nell’infallibile Rivelazione. Gli altri aberrano esorbitando, o restringendo l’orizzonte.

La letteratura consta di vari elementi, dai quali si deduce la complessiva qualità dell’opera. Alcuni sono elementi prevalentemente estetici, come lo stile, cui è connessa la composizione di ambienti, personaggi, vicende, con i quali la vita è rappresentata o accennata nei suoi significati effettivi o apparenti. Il lavoro più oggettivo, verista, neorealista, comporta una filosofia, una credenza, giusta o fittizia. Un’opera d’arte, anche di pregio estetico, psicologico, strutturale, può essere veritiera o ingannevole. C’è la scelta dei protagonisti, eroi positivi o negativi, significativi o piuttosto insignificanti, di certe vite piuttosto che di altre, e delle problematiche. Lo scrittore positivista, o aderente a diverse forme di ateismo, rappresenta il mondo circoscritto nelle sue opinioni. Un figlio della Chiesa non può astrarre da Dio, dal suo governo universale, dalla salvezza e dall’aldilà, ossia dallo scioglimento effettivo e già terreno di ogni nostro nodo.

Abbiamo dunque l’adescamento, complice la critica, dovuto a un libro, a un film, a un dipinto, a una statua, di mirabile fattura: cavallo di Troia che immette negli animi il bel tenebroso, l’incantevole Circe, l’esempio affascinante o disperato di un vivere irreale, falsato, collegato a una filosofia distruttiva. Mentre si dà il caso che un lavoro anche di mediocre confezione, abbia un benefico potere persuasivo. Invece, il critico ben rimunerato ascrive all’estro, al talento ogni profitto e verità, e dell’artista cristiano apprezza soprattutto le eresie, facendo apparire libero, vario e grande il rimanente ceto artistico, e quindi più ricco di sapienza.

Eccome si chiarifica la saggezza del Vaticano che metteva all’Indice i libri cattivi, la cui valanga adesso sommergerebbe i censori ecclesiastici!

Si dirà: sbarazziamoci della letteratura che, ad ogni modo, di necessità, è parziale nell’offrire personaggi e storie confortanti e istruttivi; teniamoci alle regole d’aurea approvazione. Ma attraverso le piacevolezze del racconto, della poesia, attraverso la bellezza della composizione partecipando di altre vite, avviene che si acceda agevolmente, con onesto diletto e senza bisogno di proibizioni iconoclastiche, a godere la pura morale della favola, la catarsi edificante.

Ora però, sgombrato il campo dal pregio equivoco imposto da recensori, da esegeti e dal pubblico appetito, giova l’avvertenza che i narratori a posto con il giusto e unico Riferimento, sono pochi, e non sempre sono impeccabili. Bonaventura Tecchi può inserirsi nella loro pleiade.

Bonaventura Tecchi, dall’infanzia alla morte, restò avvinto alla sua terra; terra aspra, erosa, fantastica, di calanchi dalle guglie chiare, di rocche tufacee e acrocori recanti paesi antichi, con nobili vestigia, tra valli e vallette scoscese, sempre meno agricole, sempre più incivilite. Di questo angolo della provincia viterbese parla oltre la metà dei suoi scritti. “Qui, nell’Alto Lazio” egli scrive sull’ultimo volume fotografico di Attraverso l’Italia pubblicato durate la guerra, nel 1943, “le case e le piazze, i campanili e le chiese hanno più spesso vicino il bianco delle argille che, sotto il tufo, ne minano segretamente la sicurezza, qualche volta la stessa esistenza […] Lassù, in quei borghi, s’annida più profondo il silenzio: un silenzio che è nell’aria, del momento, della vita solitaria d’ogni giorno, ma che sembra anche di quella storia, di quei giorni in contrasto, di quelle visioni lontane”.

Ivi abita la famiglia proprietaria terriera che dà il nome al romanzo I Villatauri, pubblicato nel 1935, ma ambientato agli inizi del secolo. È una famiglia di malati, negli organi e di nervi, composta dal padre anziano, dispotico, avviato all’invalidità e da due figli, l’uno rintanato in casa, abulico, l’altro scappato in Svizzera; padre e figlio assistiti da una povera zia pia e da una servitù malfida. Il protagonista, ventenne istruito, orfano venuto dal Canadà alla dimora patriarcale dello zio, da cui attende la sua parte di eredità, va sollevando la coltre di debolezze, di rancori, di disistima. Leggendo il diario del figlio esule di cui sopraggiunge la fine, vedendo l’inattesa reazione del fratello anche alla successiva morte del padre, gli si manifesta la sensibile intelligenza di questa parentela: nella forza che il cugino sopravvissuto ha ricevuto dalle stesse disgrazie, nel suo raddrizzare le sorti della fattoria, sventando le mene di biechi profittatori, e, nel diario: la pacificazione del morituro grazie alla raggiunta comprensione dei genitori tanto diversi, grazie all’idea d’una fusione della vitalità paterna, segnata da tristezze e pessimismo sul mondo, con la religiosa idealità della madre, maltrattata e morta giovane, fusione accolta in se stesso loro erede. Anche il fratello rinvigorito ha letto il diario, e conclude che “la bontà, quella profonda e intelligente, è la forza più difficile che sia al mondo”. “Io direi quasi” soggiunge, “ che è la forza più disperata […] perché forse non è di questo mondo”. Ma il soggetto narrante sfugge alla mesta sentenza, per istinto e per fede. Il tutto descritto vigorosamente.

Un’adolescente piena di vita, figlia naturale del pater familias, e installatasi nel palazzo con piglio volitivo nel momento di maggior crisi, mette una nota di normalità nella vicenda abilmente caricata di imprevisti, tuttavia verosimili, come è normale procedimento narrativo dell’autore, come è costante in lui la tendenza a dar risalto a corrispondenze tra l’ambiente circostante, tra i fenomeni atmosferici e certi stati d’animo e certi impulsi. L’americano, emigrato coi suoi in età tenerissima, viene coinvolto, insieme al lettore, dal dramma familiare, e conquistato dalla ragazzina. Questo innamoramento costituisce la parte esile del libro.

A distanza di un quarto di secolo, ne Gli onesti, ripartono due fratellini, in epoca giolittiana, per giungere alla maturità negli anni Trenta. Il primogenito è bruttarello, molto miope, serio e buono; il secondo bello, adorabile e astuto. I bambini sono uniti da affetto, ammirazione e grande intesa reciproca. Scomparso il padre, alacre procacciatore di sostanze, la mamma è un timido capofamiglia, che mette in collegio il figlio maggiore. Il minore trascinato dall’indole insincera, irresponsabile, libertina, commette birbonate, diventa giocatore e ladro ai danni della madre. Ella ha un debole per lui. Finiti gli studi, il maggiore prende le redini della casa e allontana il fratello scapestrato, soffocando i suoi sentimenti, seguendo il rigore necessario e che gli è pure connaturale. Egli costruisce per sé e per la comunità, con gesti altruistici. La madre non sa rinunciare alla sua predilezione per il figlio gaudente e immorale che, avuta la sua mezza eredità, la dissipa, si imbarca per America.

L’ex collegiale fatto uomo senza essersi sposato, ha un’amante, sposata e con prole. La relazione nascosta, viene riportata a sua madre, e di lì a breve termina con la morte della peccatrice. Torna l’argomento del male ineluttabile, del bene che non riesce a vivere da solo.

Non si può dire che le opere di Tecchi siano a tesi: sono troppo nutrite di autenticità psicologica, sentimentale, talvolta sovrabbondante, e di un’alternanza di verosimiglianze, ma il motivo suddetto è ricorrente, come sottostante a qualunque vicenda umana.

Il figliol prodigo, ma impenitente, rimpatria inaspettatamente, snello, giovanile, immune da tedio e tristezza, mentre l’altro, che da adulto non ha mai saputo ridere, è invecchiato. Ciò per gli scrupoli della mamma, che si sente colpevole avendo continuato a preferire lo scapestrato, e credendo d’aver ceduto alla tentazione di compiacersi del peccato del figlio austero.

Il simpatico lestofante ha bisogno di denaro, è venuto per questo. Ma il temuto incontro con il capo di casa prende una piega grata, forse un po’ affrettata. Il severo caduto dalla parte della donna, ricordandola la accosta al fratello, e prende coscienza della propria bontà manchevole, prende coscienza che non è bontà essendo deserta di cordialità, lontana dalla lieta vicinanza al prossimo. Così largisce al fratello una grossa somma; la pace è fatta. La trepida madre finisce in preda al pensiero sconvolgente che dal contatto col male e dai suoi travagli è sorto il bene. Un bene presto agro: il caro vagabondo riparte alla volta di due mogli e un bimbo, lasciati nei guai.

Tarda estate, volumetto postumo, è il diario di un medico della medesima campagna. La sua anzianità mantiene il desiderio della donna, con i risvolti della sensualità. L’autore sembra particolarmente immedesimato nel protagonista, il quale amò la moglie che gli mancò ancor nel fiore degli anni, e che approvava le sue scappate di donnaiolo. Questo fatto privo di commento e di contrappunto, di contrappeso, sembra un cedimento toccato a diversi artisti in tarda età. Tuttavia è sempre bene dubitare delle opere che l’autore non diede alle stampe, e quindi soggette a pentimenti. Ciò non toglie che, in un sostanzioso contesto di varia natura, il filo conduttore sia l’attrazione amorosa in un ultrasessantenne. Essa trova l’oggetto nella nuora giovane e bella, alsaziana, in un’alternanza di situazioni e gradazione di sentimenti delicati, sfociati nel dramma della gravidanza terminata con la perdita del bambino. Gli sposi, ricongiunti dal ritorno del figlio e marito dopo un lungo soggiorno di missione diplomatica all’estero, lasciano l’uomo solo coi suoi malati e le sue esigue relazioni paesane, con i ricordi, con l’antico paesaggio che egli ha nel sangue, mutevole e uguale nel ciclo delle stagioni. È l’occasione per uscire dalla cattività dell’eterno femminino, del dover attingere per colmare una richiesta insaziabile. “Fino a che c’è possibilità di fare un minimo di bene, c’è scopo di vita […] Non è questa la luce di un uomo, di qualsiasi uomo, che vede a fondo nel significato della vita?” “Il punto da tener fermo, il punto alto, è questo: essere attivi, continuare ad aiutar gli altri, fare il bene per onorare il Bene”.

Qui, casca a proposito Gli egoisti (1959), il romanzo più completo e corposo. Siamo nell’immediato secondo dopoguerra. L’autore ha voluto disporre un campionario di esistenze, ha voluto contemplarne una gamma per il suo tema. Ad un convito nell’abitazione di un primario di chiara fama, convengono un docente universitario orientalista, un prelato – tre vecchi compagni -, una giovane promessa della fisica nucleare – nipote del padrone di casa -, un giovane letterato, un prete di fresca ordinazione, un magnate costruttore e industriale. Subito, il cattedratico intavola la tesi che lo giustificherebbe: l’energia vitale comporta un quid di perversione, tolta la quale, nemmeno la gioia più lecita sarebbe possibile. La stessa voluttà avvicinerebbe a Dio. Tesi tranquillamente contestata dal giovane sacerdote. L’orientalista insiste avventurandosi nella distinzione dello spirito dall’anima, principio di vita carnale; ma non c’è verso di spuntarla; eppure non cede, irrequieto e nel contempo ammirato del carattere che gli si oppone. Finirà i suoi giorni cadente, dipendendo da un’amante venale, diabolica, e da una ragazzetta vanerella, sua assistente.

Il magnate sposa una ragazza ricca e spregiudicata. Lo scienziato alle prime armi conosce una studentessa svedese, romantica, e forma una seconda coppia fresca e felice. Il professore sessantenne, per il quale “la donna è la vita”, e il vizio ha un valore, frattanto persevera nella sua sregolatezza. La moglie dell’epicureo industriale incontra il giovane artista letterato e nasce un grande amore. La fedifraga viene ripudiata. Sulle onde della felicità, gli innamorati amanti si ritirano in montagna. Ma, la componente principale dell’amore essendo egoista, è destino che sopravvenga l’insoddisfazione. Come avviene solitamente, il ragazzo è preso dal suo lavoro letterario, nel quale egli ha trovato la creatività, la passione professionale, che sente ispirata dalla stessa passione per l’amata. Ella, divenuta più spirituale, condiscende a offrirsi alla concupiscenza, se lui così la vuole e l’ama. Ma, a lungo andare, la sua anima trascurata, sentendosi esclusa, gelosa, sola, la precipita nel nero sconforto. Tenta di ricorrere al prete giovane, conosciuto nella cerchia delle amicizie; un malinteso ci mette la coda: la coda di un bagliore dell’ex moglie che un giorno disse quanto le sarebbe piaciuto travolgere quel bel integro, in veste talare. L’infelicità della privazione irrimediabile la conduce al suicidio, affascinata dalle acque limacciose d’un laghetto. L’artista sbatte nel suo egoismo, si riprende dall’atroce sorpresa accusandosi. Purtroppo egli si ferma lì; né lo scritto aiuta a oltrepassare il termine, a considerare l’egoismo di lei, che la menò ad affogarsi.

Parallela si svolge la trascuratezza dello scienziato in carriera, determinato, positivista, quanto l’amico è, a suo modo, sensibile e incline al ripensamento. La sposa nordica si ammala; ancor più soffre il suo cuore sognante per le incomprensioni, per le discussioni di due mondi che pretendono il riconoscimento e d’aver ragione, nonostante l’amore, ma, a ben vedere, così come l’amore – nonostante il dono di sé ed il bene – si nutre dell’altro, di un possesso ricercato a proprio genio. Naturalmente, lo scienziato ha torto con la sua incredulità irreligiosa, o esagera lei, quando indulge al romanticismo filosofando; ma non è questo il punto.

Ella si spegnerà nella clinica dove l’ha curata lo zio primario, a sua volta preso nell’inesorabile declino di collezionista di corpi e cuori femminili colti in uno studio medico. Egli e l’artista, divenuti amici, considerano una nascente umanità utilitarista e amorale, extraterrestre; e il medico perviene a stimare l’anima al di sopra dell’intelligenza e sede dell’Amore. I maggiormente colti, acuti e vissuti, coi propri mezzi, vanno a tentoni in direzione del mistero.

L’artista porta il suo rimorso al prete giovane, che smarrisce la sua serenità davanti all’enigma dell’umana incomunicabilità, che può perdere un’anima. Poi il sacerdote si riprende, riprende la verità cattolica insuperata e, evitando di ricordare i peccati, la colpa d’adulterio a colui che spera diventi un vero penitente, propone in Goethe lo scioglimento. Goethe, non cristiano, ammette che il demoniaco possa essere vinto solo da una forza superiore. Anch’egli accetta il male, il suo mistero, senza però rassegnazione passiva. E il prete conclude che “nei tempi moderni c’è la tendenza a mettere sempre più l’accento sulla mescolanza, sulla cooperazione tra il bene e il male, più che sulla distinzione… È il pericolo più grave, oggi; è il seme della confusione. I demoni, che pur sono il mistero della vita, sono in fondo i nostri nemici”.

Ultimo incontro dei due al convento dell’Urbe, in vista degli scavi e delle rovine romane. Il confessore ritorna sull’egoismo che sembra distrutto e non lo è. Avrebbe potuto ricordare l’orgoglio insito nella tristezza, nel darsi la morte. Egli pone il rimedio dell’amore per gli altri in Dio, amore libero dai sensi e dagli apprezzamenti. E avrebbe potuto ricordare l’umiltà. Si prospetta la rinuncia ai godimenti che passano per la sensualità. Epilogo allegorico in un tramonto con un fuoco rosso d’apocalisse sotto una luce celeste e d’ali angeliche, disegnate dalle bianche nubi.

Tre storie d’amore (1931) e Valentina Velier (1950) concorrono a formare l’affresco, per così dire, mondano; concorrono alla conoscenza di donne compiute nella personalità, nella complessità degli stati d’animo, con i rivolgimenti del pensiero e gli smarrimenti. Una rara penetrazione delle sensibilità femminili, quantunque inquadrabili nelle evidenti, diverse combinazioni dei temperamenti e dei caratteri; e sempre personalità rilevanti, modelli di netta espressività, di chiaro significato. Nel Tecchi nessuna ombra di dannunzianesimo, non c’è disprezzo per gli umili e gli scialbi. C’è il vivo interesse d’esplorare le donne più intense, con le loro pecche, con le loro insicurezze e il loro orgoglio, seguendole nelle prove che la vita riserva. Quante si possono specchiare in esse; quanti trarrebbero comprensione dai loro ritratti, dai loro atteggiamenti e comportamenti, dai segreti racchiusi nei loro petti, dalle cose immature, disordinate, nascoste anche a sé stesse, e che sovente un’impotenza invincibile non consente loro di mostrare, quando il metterle fuori sarebbe di grande aiuto.

Né sono banali è disutili i personaggi maschili. Il ragazzo innamorato di Valentina ha la ventura di concepire per spontaneo ragionamento la necessità di coltivare l’amore puro. Il suo ricordo, anche dopo la notizia che egli è caduto in Russia, varrà a conservare la ragazza su un piano ideale, superiore allo sconforto, agli inferiori antidoti allo sconforto, varrà di bella preparazione per un nuovo incontro. La trentenne della storia mediana delle Tre storie d’amore, la quale ha già subito una delusione e ricomincia con un giovane gentile e di timido approccio, avrà a che fare con un essere sensuale e infido, che dalle donne di casa, tra le quali è cresciuto, ha assimilato più che altro la malizia.

A Bonaventura Tecchi uomo sia reso l’onore d’essere stato un volontario, decorato, della prima guerra mondiale. Ferito e condotto prigioniero in Germania, ne approfittò per studiare il mondo tedesco. Dopo aver soggiornato a Berlino e in Svizzera, dal 1925 al 1930 fu direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze. Professore a Brno e Bratislava dal 1933 al 1937. Dal 1939 docente di letteratura tedesca alle università di Padova e poi di Roma.

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