BOSE E MEDJUGORJE: DUE EMBLEMI DEL POSTCONCILIO – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP


 

E’ di questi giorni il poderoso attacco di Mons.Antonio Livi, illustre teologo della Pontificia Università Lateranense, uno dei più grandi pensatori tomisti oggi esistenti, contro gli errori della teologia contemporanea. Con parresia evangelica egli fa nomi e cognomi sapendo bene ciò che dice e quali possono essere le conseguenze: quella della condanna e del disprezzo da parte della contemporanea inquisizione modernista, diversa da quella medioevale per il fatto che mentre questa si appoggiava alla verità, quella si appoggia sull’errore.

medjuLa puntuale disamina di Mons.Livi, fondata su rigorosi fondamenti teoretici e pienamente fedele al Magistero della Chiesa, è contenuta in un suo recentissimo libro dal titolo chiarissimo: “Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica ‘scienza della fede’ da un’equivoca ‘filosofia religiosa’”. Un criterio utile per distinguere i funghi sani da quelli velenosi.

Nel quadro di questa coraggiosa azione contro gli idoli del nostro tempo, Mons.Livi, come sappiamo dalle recenti notizie dei media, ha anche rivolto una severa critica all’indirizzo della famosa Comunità di Bose e al suo Priore, il “monaco” Enzo Bianchi, accusandola di realizzare un “cattolicesimo”, che in realtà, col pretesto dell’ecumenismo, si è lasciato corrompere dagli errori protestanti, sino ad assumere tendenze addirittura “gnostiche” o al minimo relativiste e secolariste.

Questa “buona battaglia” di Mons.Livi mi dà lo spunto per tentare un confronto che mi sembra significativo tra Bose e il movimento di Medjugorje, entrambi nati indubbiamente nel clima dell’ecumenismo conciliare, ma con ben diversa impostazione: Bose, col perenne cincischiare attorno all’equivoco e al compromesso, nella convinzione sbandierata di essere la punta avanzata del progresso postconciliare, Medjugorje, nell’umile e piena fedeltà alla Chiesa cattolica, Medjugorje, sorgente copiosissima di frutti spirituali sulla linea del vero ecumenismo insegnato dal Concilio Vaticano II, il cui famoso documento Unitatis Redintegratio esce a un certo punto con queste parole: “In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico Corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio” (n.3).

In questo passo fondamentale del Concilio sta la discriminante decisiva, introdotta dal significativo “crediamo” che è il segno delle definizioni dogmatiche, discriminante con la quale si può distinguere il vero dal falso ecumenismo. In base a questo criterio si evince, stando ai fatti e alle dichiarazioni programmatiche, che l’ecumenismo di Medjugorje è giusto, fatto bene e in linea col Concilio, mentre quello di Bose è pasticcione, inconcludente e alla fine dannoso per le anime sia dei cattolici che dei protestanti.

Non mi fermo qui in lunghe dimostrazioni. Citerò solo alcuni punti. Enzo Bianchi, rispondendo alle accusebianchi di Livi, naturalmente difende il suo cattolicesimo, ma ci si può subito domandare che valore abbia questa autodifesa, quando è proprio di questi giorni uno scritto di Bianchi con sperticate lodi ad Hans Küng, noto eretico condannato circa trent’anni fa dalla Chiesa per il suo cristianesimo filohegeliano e quindi esattamente su quella linea “gnostica” acutamente analizzata e confutata da Mons.Livi.

Il difetto dell’ecumenismo künghiano non è soltanto quello di relativizzare i punti di contrasto fra le confessioni cristiane, come se si trattasse di semplici opinioni che ognuno deve mantenere per sé senza proporle ad altri, ma viene ad intaccare persino le verità cristiane fondamentali, come per esempio i dogmi dell’Incarnazione della Redenzione, i quali vengono concepiti non secondo gli insegnamenti dei Concili, specialmente quello di Calcedonia (unità della “persona”, dualità delle “nature”) e quello di Trento (Redenzione e sacramenti), ribaditi dal Vaticano II, ma secondo lo schema di un protestantesimo liberale che, come ho detto, si rifà al panteismo storicista hegeliano, quindi un protestantesimo che neppure i protestanti fedeli a Lutero sono disposti ad accettare.

Oltre a ciò, esiste in Küng e negli ecumenisti al suo seguito un difetto di metodo. Infatti il loro ecumenismo non capisce (o non vuol capire) che l’insegnamento conciliare, come risulta chiaramente dal passo citato, non intende assolutamente sostituire o smentire la tradizionale opera di apostolato, di testimonianza e di persuasione tesa a convertire i non-cattolici alla Chiesa Romana, ma al contrario insegna una via per condurli a Roma, certo più lunga e complessa – appunto l’ecumenismo – ma proprio per questo più sicura ed efficace, perché maggiormente fondata sull’esibizione di prove di credibilità, di gesti di carità e tolleranza, nonchè su di un maggior rispetto della dignità personale, della diversità, dei valori, della libertà e della responsabilità del non-cattolico.

In realtà l’ecumenismo modernista è una trappola per condurre i cattolici, con operazione sleale e indolore, e quasi che senza che se n’accorgano, a farsi protestanti, e della peggior specie, fino allo “gnosticismo” o addirittura allo scetticismo o al nichilismo, mantenendo la pura etichetta di cattolico, come quella bottiglia  che conserva il nome di “Barbera” o di “Barolo”, ma contiene un rozzo e malsano vino di contrabbando.

Invece l’ecumenismo modernista, non credendo a verità oggettive, universali ed immutabili, non si propone affatto – a parole – di convincere o correggere nessuno, ma anzi vuol lasciare tutti, in nome della “libertà di coscienza”, ortodossi ed eretici, nella loro convinzione, limitandosi ad un semplice – dicono loro – “confronto”, così come si fa il confronto tra Francescani e Domenicani o tra rose e viole, per costituire una nuova “Chiesa” dove il Papa è caritatevolmente sopportato come un cristiano qualunque (un po’ arretrato), alla pari degli altri e tutte le confessioni cristiane sono fraternamente federate tra di loro, per quanto contradditorie tra loro siano le credenze di ciascuna.

Non vogliono più parlare di “eretici” ma solo di “diversi”, i quali evidentemente, in quanto diversi, vanno rispettati, perché costituiscono la “varietà” e la “ricchezza” dei “carismi” ecclesiali. Tutta una schiera di eruditi storici sofisti è impegnata a dimostrare sistematicamente che tutti coloro che la Chiesa in passato ha giudicato “eretici”, in realtà erano dei profeti vittime dell’autoritarismo romano, e pertanto vanno riabilitati come campioni della Chiesa postconciliare ed escatologica. Anche Bianchi è oggi tra questi profeti incompresi della Chiesa futura.

Gli emarginati e i reietti semmai, per i modernisti, diventano oggi quei pochi cattolici, non importa che siano santi, teologi, vescovi o Papi, che osano ricordare l’infallibilità del Magistero nell’insegnamento della verità e nella condanna delle eresie. Il dialogo è con tutti, all’infuori che con questi miopi arretrati, fermi al Concilio di Tento o di Calcedonia.

Quanto a Medjugorje, mentre da una parte è noto l’incontro che da decenni lì avviene in nome della devozione mariana tra cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei e persino non-credenti in un territorio da secoli diviso tra confessioni religiose e in passato devastato dal comunismo, dall’altra tutti sanno del clima di carità e di religiosità autentica che vi dominano, stimolato da un quantità impressionante di fatti prodigiosi e segni celesti, che confermano, in primis le apparizioni della Madonna e dei suoi messaggi.

Tutti sanno di questi eventi di illuminazione, di conforto, di consolazione, di incoraggiamento e di speranza per le folle di milioni di persone che da circa trent’anni confluiscono in quel luogo benedetto sia alla ricerca della verità, della pace e della giustizia, come pure bisognose di conversione, di pentimento, di riconciliazione e di riparazione, per una nuova e più intensa vita cristiana e di comunione piena con la Chiesa.

Dov’è tutto ciò a Bose? Non dico che non vi siano dei valori. Ma quale differenza! E allora non siamo forse davanti a due riferimenti emblematici dell’ecumenismo conciliare? Tanto Bose che Medjugorje sono indubbiamente frutti del Concilio, prima del quale sappiamo quanto duro, freddo e sprezzante fosse l’atteggiamento dei cattolici verso i non-cattolici. Sotto questo punto di vista tanto Bose che Medjugorje riflettono il clima del postconcilio, clima di dialogo e di mutuo rispetto. Ma nel contempo con quale differenza e, diciamo pure, con quale contrasto!

In Medjugorje abbiamo l’esempio della strada giusta, in Bose, salvo il rispetto dei lati buoni che sempre esistono in ogni realtà umana, abbiamo l’esempio da non seguire.

 

Bologna, 15 aprile 2012

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