CARL SCHMITT, LA RAPSODIA DEL DECISIONISTA INDECISO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

I pregiudizi illuminati, i filosofemi sovranisti di Bodin, la fumosa teoria hobbesiana intorno allo stato di natura e al potere umano, che tramuta in legge e ordine ciò che prima era puro disordine, le sirene crepuscolari, le incendiarie e tossiche passioni politiche incubanti e operanti nel Novecento, hanno disorientato e vanificato il pensiero di Carl Schmitt (Plettenburg 1888 – Plettenburg 1984).

lptDotato di eccezionale  ingegno e di straordinaria attitudine alla comunicazione, Schmitt avrebbe potuto contrastare l’infezione luterana e ricondurre la filosofia del diritto e la caotica politica dei tedeschi alle vitali radici romane e cattoliche.

Il puntuale, convincente profilo biografico scritto da Stefano Pietropaoli (“Schmitt“, Carocci editore, Roma 2012) dimostra, infatti, che Schmitt, dopo aver tratto dal pensiero di Thomas Hobbes (1588-1679) la teoria decisionista, [“la legge non è norma di giustizia, bensì imperio, mandatum di colui che detiene il potere supremo e si propone con esso di determinare le azioni future dei cittadini”], fu tentato dal pensiero controrivoluzionario cattolico di Juan Donoso Cortès (1809-1853) e dalla dottrina giusnaturalista, che in Italia era stata rilanciata da Giambattista Vico (1668-1744) sul fondamento di puntuali confutazioni anti-cartesiane, antihobbesiane e anti-spinoziane.

Al proposito è opportuno rammentare che gli argomenti della scienza nuova vichiana erano stati approfonditi e sviluppati in Italia da Antonio Rosmini (1797-1855), Luigi Tapparelli d’Azeglio (1793-1862), Giorgio Del Vecchio (1878-1970), Antonio Messineo (1897-1978), Giuseppe Capograssi (1889-1956), Santi Romano (1875-1947) Francisco Elias de Tejada y Spinola (1917-1978).

Schmitt era consapevole che la Chiesa cattolica è l’unica depositaria della sapienza giuridica, dunque che è la vera, legittima erede della migliore tradizione romana.

Pietropaoli dimostra facilmente che Schmitt “riprendendo una tesi weberiana sostiene che nella Chiesa è confluito il razionalismo romano. Questo razionalismo vive nella forma istituzionale della Chiesa ed è dunque essenzialmente giuridico”.

In realtà il giusnaturalismo cattolico, fedele alla perfetta definizione di San Tommaso d’Aquino, insegna che la legge naturale è l’ordine imposto da Dio nell’universo e nella ragione umana, e lo insegna con una chiarezza sconosciuta ai giusnaturalisti romani, i quali non avevano il conforto di una vera idea della trascendenza divina.

Purtroppo il cattolico Schmitt lasciò cadere la tentazione costituita dal pensiero cattolico e continuò a condividere l’opposta soluzione volontaristica, dedotta dalla filosofia strutturalmente atea e materialistica di Hobbes.

Dall’aura tardo storicista, che accarezzava il Novecento, Schmitt era infatti trasportato alla persuasione “che l’escatologia cristiana, sul peccato originale e sulla redenzione dell’uomo nell’aldilà, fosse l’interpretazione perdente della storia universale”.

Conformandosi alle luci della squillante kermesse mondanista, Schmitt si persuase che le risorse della teologia tradizionale fossero inutilizzabili dagli studiosi impegnati a far fronte alla evidente crisi della politica dopo la Grande Guerra.

Di qui la ripresa e l’approfondimento della sua tesi, che definiva e in qualche modo giustificava il potere dittatoriale: “la dittatura non è necessariamente lo strumento di conservazione di un ordine precostituito, ma può anche avere natura rivoluzionaria. In questo senso la dittatura del proletariato predicata dal leninismo è una dittatura in senso proprio, caratterizzata dalla volontà di rimuovere l’ordine esistente, dando vita ad un ordine del tutto nuovo“.

La dottrina schmittiana era aperta in tutte le direzioni, vero è che un suo severo lettore, Norberto Bobbio, sostenne che, quando si scava negli scritti di due antagonisti estremi, Carl Schmitt e Gyorgy Lukacs, si scopre che sostengono più o meno le stesse cose. Lo stesso si può dire, senza azzardo, del fondamento teoretico delle costituzioni che riconoscono al popolo la sovranità, intesa come antidoto al caos, alla tirannide e ai mali della guerra.

Paradossalmente il teorico della dittatura Schmitt non condivideva la dottrina nazionalsocialista: nel 1932 dichiarò che alla repubblica tedesca incombeva l’obbligo di ricorrere all’articolo 48 della costituzione, che contemplava la decisione di mettere fuori legge un movimento eversivo quale, appunto, era il partito di Hitler.

Se non che Hitler conquistò il potere nel formale rispetto della legalità costituzionale: per l’oscillante genio di Schmitt giunse il momento propizio all’incontro formale con il conformismo. Alla fine dell’aprile 1933, infatti, ricevette una lettera di Martin Heidegger che lo invitava ad iscriversi al partito vincente. Invito cui Schmitt non seppe resistere.

Insieme con Heidegger, Schmitt rappresenta l’arrendevolezza della genialità di fronte al potere e al presunto senso della storia. E la fragilità di una cultura antimoderna separata dalla radice cattolica della giustizia civile.

In ultima analisi il ritratto della destra polifrenica sciamante nei ciechi vicoli del cadreghismo senza pensiero, senza dignità e senza storia.

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