CARLA E LA “BELLA ADDORMENTATA” DI MARCO BELLOCCHIO – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 


baAppassionata di cinema come sono, non poteva sfuggirmi l’ultimo film di Marco Bellocchio presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Naturalmente, conoscendo la filmografia del regista e avendo letto tutto ciò che ne hanno scritto i giornali, non potevo aspettarmi altro che un’opera perfettamente in armonia con le tendenze moderne in materia di bioetica. Ma non è di questo che voglio parlare, piuttosto di una singola scena che mi ha addolorato molto (credetemi: è la parola giusta).

Nel film si intrecciano quattro vicende (che ritengo importante riassumere brevemente) sullo sfondo degli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, la povera ragazza in stato vegetativo, ma ben viva, condannata a morte tre anni fa da un’assurda ideologia libertaria che vorrebbe collegare il valore della vita umana alla coscienza e alla capacità di relazione.

Orbene: un senatore non credente  è pronto a rinunciare alla sua carriera politica pur di non abdicare alle sue convinzioni profondamente laiche in materia di vita e di morte, e in questo si rivela almeno onesto e coerente; invece a sua figlia – cattolica, ma in modo molto superficiale – basta incontrare, davanti alla clinica di Udine dove Eluana sta morendo, un giovane di idee opposte alle sue per dimenticare il suo impegno cristiano in favore della vita e andare subito a letto con lui, buttandosi alle spalle la piccola croce che porta al collo; una madre, la cui figlia è anch’essa in stato vegetativo, recita a più non posso preghiere nelle quali non crede, circondandosi di preti e suore che sembrano più biascicare dei mantra che aiutarla ad abbandonarsi alla volontà di Dio.

Ma l’ultima vicenda, quella sulla quale poi si chiude il film, inizialmente mi aveva fatto sperare che il laico regista volgesse un occhio, non dico benevolo, ma almeno rispettoso su chi cerca di affrontare certe tragedie umane affidandosi soltanto all’aiuto di Dio. Invece sono rimasta profondamente delusa e addolorata. Dunque: una giovane tossicodipendente, sola e abbandonata da tutti, un vero relitto della società, ridottasi a rubare in chiesa per procurarsi la droga, trova un po’ di solidarietà e di comprensione in un giovane medico che le impedisce di buttarsi dalla finestra dell’ospedale  nel quale è stata ricoverata in crisi di astinenza, e sacrifica tempo e impegni personali per rimanerle vicino, mentre il suo primario vorrebbe sbarazzarsi della poveretta, che non saprebbe dove andare, per liberare il letto.

Fin qui c’è da pensare che forse che Karl Rahner avrebbe definito il giovane medico un “cristiano anonimo”. No, perché a questo punto ecco la mia dolorosa sorpresa che (Dio mi perdoni) mi ha lasciato anche un po’ indispettita. Entra nella stanza un sacerdote e impartisce una benedizione alla giovane assopita, suscitando l’ira del medico che non esita a cacciarlo, gridandogli che nessuno lo aveva chiamato. Il sacerdote se ne va senza replicare, non prima però di aver posato accanto alla ragazza qualcosa che potrebbe essere un’immaginetta sacra o un rosario. Non basta: il giovane medico corre ad aprire la porta per restituire animosamente al sacerdote quell’umile e non gradito strumento di devozione.

Allora mi domando: come si spiega, nelle intenzioni del film, un comportamento simile da parte di un personaggio che inizialmente  suscita simpatia per l’umanità che dimostra verso una povera derelitta, e che poi si rivela miscredente e quasi blasfemo? Non si tratta di un comportamento contraddittorio ideato appositamente dagli sceneggiatori del film per offendere deliberatamente la fede dei credenti? Non si tratta palesemente di “odium fidei”? Cercando di calarmi per un momento in una mentalità  tanto diversa dalla mia, mi domando: che male può fare una benedizione? Per una persona che non sia credente, ma abbia un animo sereno, essa non dovrebbe essere niente di più che un breve e innocuo gesto, fatto con la mano destra, accompagnato da parole prive di significato. Tanto meno dovrebbe nuocere un piccolo oggetto devozionale che – se non interessa – lo si può facilmente abbandonare da qualche parte, invece di restituirlo al donatore con parole aspre. Un grande laico veramente serio, come Indro Montanelli, che si è sempre dichiarato non credente, non avrebbe mai approvato o giustificato un comportamento simile, perché avrebbe saputo riconoscere la sincerità di cuore con cui quella benedizione era stata impartita.

C’è molto da meditare a mio giudizio su questo film al di là dei meriti tecnici e cinematografici sui quali non intendo discutere. Per esempio, i cattolici dovrebbero far notare al mondo il significato, non certo edificante, di questa scena che dovrebbe ferire tutti, come ha ferito me, e contestarla a gran voce. Ma finora non ho notato commenti particolari al riguardo. Bellocchio ha dichiarato alla stampa di non aver voluto essere deliberatamente offensivo nei confronti dei cattolici, “anche se non ritiene di dover loro dei particolari riguardi”, ma, a mio giudizio, quella scena lo smentisce ampiamente e mi fa pensare che i laicisti come lui ci odiano davvero. E perché, poi? Non sarà a causa di quella che i teologi chiamano “invidia dello Spirito”?

E mi domando anche: perché i cattolici lasciano il cinema nelle mani di chi non crede in Cristo? Non si rendono conto che esso – essendo un potente mezzo di diffusione delle idee (e questo film lo dimostra) – può essere anche un formidabile strumento di apostolato? Non abbondano forse i temi “forti” da trattare in senso cristiano? I francesi, grandi laici, sono stati capaci di fare un film meraviglioso come “Uomini di Dio” e lo stesso Bellocchio, durante una delle interviste che ha rilasciato, ha chiesto – con una punta di provocatoria irrisione – perché anche i cattolici non facciano un film su Eluana.  In questo mi sento di dargli ragione: perché noi italiani lasciamo che i nostri autori presentino solo il lato nevrotico di certa religiosità superstiziosa – come quella della madre della ragazza in stato vegetativo – invece di annunciare la gioia di Cristo?

La verità è, secondo me, che l’incontro vero col Risorto obbliga tutti, laicisti compresi, a guardarsi dentro e se essi trattano così la nostra fede – e di esempi ne vediamo molti in questo triste momento storico – vuol dire che ciò che vedono non gli piace affatto.

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