CARLA E LA PASQUA – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungarettisan tommaso

 

 

Diciamo la verità: il mondo moderno ha spiritualmente messo in un cantuccio la Pasqua e il suo significato. L’universo vacanziero, composto anche di molti cristiani  solo di nome, ne aspettano l’arrivo ogni anno per andare a godersi una bella vacanza di primavera, tanto che è stato pure inventato uno slogan: Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Il dilagare delle uova di cioccolata, delle colombe e delle pecorelle di zucchero non regge il confronto con tutto il kitsch (non solo alimentare) del Natale, che è diventato negli ultimi decenni la festa universale per eccellenza, dal Giappone al Sud America, celebrata con abeti addobbati, luminarie, gadget e lusinghe commerciali di varia natura, dagli strofinacci di cucina, ai rossi e barbuti Babbi Natale dei centri commerciali. In tutto il mondo, tranne forse che nei paesi arabi (per motivi ideologici) quella che dovrebbe ricordare al mondo l’incarnazione di Dio venuto a salvarci, è diventata la festa del business, delle pantagrueliche scorpacciate e del consumismo più sfrenato. Regali a profusione, tavole riccamente imbandite, baci e abbracci più o meno sinceri sotto il vischio e accanto all’albero.

Tutto ciò si spiega facilmente. Nell’immaginario collettivo, il Natale è la festa politicamente corretta per eccellenza; essa è stata definita (in verità un po’ ipocritamente, e tutti sappiamo perché) la festa della famiglia perché con essa si celebra la nascita di un Bambino che, per i credenti in Lui, è Dio mentre, per tutti gli altri, si tratta solo di un profeta o comunque di un uomo eccezionale che è stato capace di dire cose inaudite a causa delle quali è stato condannato a una morte terribile. Punto e basta. Anche se in alcune scuole italiane si è scioccamente tentato di chiamare il Natale “Festa della neve” per non “offendere” gli scolari non cristiani (perché dovrebbero offendersi, poi?), di certo ricordare la nascita di un bambino non disturba nessuno, anzi a tutti fa tenerezza un piccolo innocente, indifeso e perseguitato, che ha avuto per culla una mangiatoia riscaldata dal respiro di un bue e di un asinello. Perciò anche i paesi a maggioranza buddista, induista, scintoista (tanto per citare alcune delle fedi più lontane dal Cristianesimo) non hanno nessuna difficoltà a festeggiarlo anch’essi, tanto più che, sull’esempio dell’occidente, il Natale procura anche a loro dei ben lauti guadagni.

Nulla di tutto ciò per la Pasqua. Questa, invece, è la festa più scorretta politicamente, perché da duemila anni vuole celebrare un evento molto scomodo che oggigiorno si tende a passare sotto silenzio, addirittura la Resurrezione di un morto! Una Verità, cioè, che richiede molto coraggio per essere riconosciuta e quindi professata perché, come dice Henri de Lubac, il coraggio di riconoscerla è proprio uno dei motivi per cui la verità non è amata[1]. Come si fa,  in questa nostra epoca relativista che non crede in nulla che vada più in là dei propri sensi (oltretutto molto limitati) credere che quello che era stato, come tutti, un bambino in carne e ossa,  all’età di 33 anni morì dopo aver subito un supplizio terribile, ma dopo tre giorni resuscitò a una vita gloriosa per non morire più e fu visto, sentito e toccato da molti che, per darne testimonianza al mondo, non esitarono a sacrificare la loro stessa vita? Eppure, se non crediamo che Gesù è veramente risorto non siamo cristiani (1 Cor 15,  14). Se ci si pensa per un momento, si rimane sconvolti e soprattutto ci si sente chiamati a una scelta di parte, o con Lui o senza di Lui, ma oggi la maggior parte dell’umanità non se la sente  di prendere una posizione perché, come diceva Jean Guitton, “ha paura che il cielo gli caschi addosso”. Allora in tutto il mondo la Pasqua è passata in secondo piano rispetto al Natale o meglio, visto che essa esiste da ben due millenni ed è difficile cancellarla, è più conveniente festeggiare questa ricorrenza – che, oltretutto, cade sempre di domenica e perciò si confonde facilmente con tutte le altre domeniche dell’anno – senza pensare troppo al suo significato; meglio programmare qualche bel viaggio nei luoghi più esotici possibili dove, oltretutto, sia difficile trovare una chiesa cattolica che ci ricordi il dovere spirituale di ascoltare la S. Messa o, più modestamente, fare qualche gita in campagna o qualche buon pranzo con gli amici.

Credere nella Resurrezione di Cristo effettivamente non è facile. Gli stessi testimoni che lo videro per primi, dopo questo evento inaudito, dapprima non lo riconobbero. Maria di Magdala lo scambiò per il custode del giardino e solo dopo essere stata chiamata per nome da Lui, la sua fede salì a un livello superiore ed ella  capì chi era Colui che le stava davanti (Gv 20, 14ss). Ai discepoli di Emmaus, solo dopo averlo visto spezzare il pane e benedirlo (Lc 24, 31) si aprirono gli occhi e riconobbero nel loro compagno di viaggio lo stesso Gesù che era morto sulla croce tre giorni prima, a dimostrazione che la fede nel Risorto non si ottiene con la sola forza umana dell’umiltà e dell’apertura del cuore al mistero, ma è necessario fare quel salto di qualità che può avvenire solo con l’aiuto di Dio e della Sua Grazia. Perciò noi cristiani ogni giorno dovremmo fare la stessa invocazione del padre del fanciullo indemoniato: Signore, io credo, aiutami nella mia incredulità! (Mc 9,24).

Ma si può credere, nel XXI secolo, alla Resurrezione di Gesù? Una domanda analoga già se la poneva Dostojewskj centocinquanta anni fa: si può credere che Gesù sia Dio, ai nostri giorni? Secondo la vostra amica cattolica “bambina”, SI’ e nella sua debolezza di peccatrice, ella si sforza di vivere quotidianamente veluti si Deus daretur, come più volte ha esortato Benedetto XVI,  perché solo Cristo ha pronunciato parole di Vita Eterna e perché, seguendo il consiglio di Pascal, ella ha scommesso su Dio e quindi sulla Resurrezione di Gesù: se Dio non esiste (e quindi non è risorto) dopo la morte non perderà nulla, ma se Dio esiste (e quindi è risorto) guadagnerà tutto, e cioè la Vita Eterna accanto a Lui, in un eterno faccia a faccia.

 


 

[1] Cfr. H. de Lubac, Paradossi e nuovi paradossi, Jaca Book, 1989.

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