CARLA E L’AMORE CONIUGALE NEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

 

Recentemente la vostra amica Carla, cattolica “bambina”, ha riflettuto con voi sul perché si verifichi nel nostro tempo il fenomeno sociale, in passato quasi sconosciuto, delle coppie di fatto, concludendo amaramente che il clima di malintesa libertà che si respira in Italia come nel resto del mondo, oggi conduce inevitabilmente alla totale svalutazione del matrimonio. Perciò si sente sfidata a riflettere un po’ sulla natura spirituale di questo istituto che, pur risalendo alla notte dei tempi ed essendo incontestabilmente inscritto nel DNA degli esseri umani, conosce oggi una così triste decadenza, tanto da indurre a pensare che tra cento anni esso sarà diventato appannaggio dei soli sposi cattolicicattolici e, per di più, di solida fede.

Le cause, almeno in Italia, sono innumerevoli: da quelle economico- sociali dovute alla miope politica dei governi succedutisi negli ultimi 50 anni, all’onda lunga della rivoluzione sessantottina; ma non di questi aspetti vuol parlare oggi la vostra amica, ma del matrimonio come istituto naturale, elevato da Cristo alla dignità di Sacramento, la cui caratteristica essenziale, l’amore coniugale, è riconosciuta dall’intelligenza e accreditata dal comune senso morale. E per far ciò, in una visione cristiana dell’esistenza quale è la sua, ritiene indispensabile partire dalla rivelazione biblica, secondo la quale la natura umana, ferita dal peccato e redenta da Cristo, ha bisogno di un supplemento di luce e di forza, e cioè della Grazia, per realizzare quel capolavoro di amore che può diventare la vita matrimoniale nella sua pienezza. Una meraviglia che san Paolo chiama mysterion grande (Ef 5,32) e che trascende le possibilità della sola natura. come scrive Giovanni Paolo II, al cui insegnamento la vostra amica fa il principale riferimento <non bisogna dimenticare la bellezza teologica di quella piena comunione di coppia nella reciprocità totalizzante che, inscritta nel piano di Dio, trova compimento nella rivelazione di Cristo e con l’aiuto della Grazia, attinta mediante la preghiera e i sacramenti>(1).

Oggi molti laici di onesto sentire riconoscono che la dottrina cattolica del matrimonio è rimasta l’unica a costituire un vero baluardo a salvaguardia dei valori intrinsecamente matrimoniali e familiari. Secondo il Diritto Canonico, infatti, «il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento”(Can. 1055, Par. 1). In quanto battezzati, perciò, essi appartengono a Cristo, sono membra del suo corpo che è la Chiesa, e perciò l’amore coniugale è “segno e sacramento” della nuova ed eterna Alleanza.

Quando la vostra amica riflette su come è vissuto oggi l’amore tra l’uomo e la donna, le tornano in mente, per contrasto, le parole che Leonora canta nel “Trovatore” di Giuseppe Verdi: “Tu vedrai che amore in terra / Mai non fu del mio più forte / Vinse il fato in aspra guerra / Vincerà la stessa morte”(2). Oggigiorno vien da ridere a immaginare un amore di questo genere e infatti ne ride Woody Allen in un suo recente film, “Basta che funzioni” – divertente e spiritoso come tutti i suoi film – nel quale, però, ogni rapporto umano (e quello d’amore in particolare) viene concepito come momento di mera soddisfazione contingente, destinato comunque a esaurirsi prima o poi perché (come una batteria elettrica) basta che funzioni nel momento in cui serve.

Allora l’amore tra Manrico e Leonora è troppo bello per essere vero? Certamente è una visione dell’amore che affonda le sue radici nella cultura del periodo romantico ottocentesco nel quale visse Verdi, visione che – se non fosse rivestita dalla musica che rende perfettamente credibili quei versi – non troverebbe più udienza nella nostra epoca antiromantica e relativista quant’altre mai, in cui l’amore tra uomo è donna non è più vissuto come indistruttibile. Non così, però, se l’amore coniugale si lascia vivificare dalla Grazia, perché allora la vita matrimoniale può veramente rivelarsi una via di santità. Di santi e sante che ebbero moglie o marito ce ne sono stati molti in duemila anni di Cristianesimo, ma solo recentemente la Chiesa ha elevato contemporaneamente alla gloria degli altari due coniugi, i romani Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, giunti alla santità proprio attraverso il loro status, e altrettanto si appresta a fare con i francesi Louis e Zélie Martin, genitori di S. Teresa del Bambino Gesù. “Amo, ergo sum” direbbe il grande teologo russo Pavel Evdokimov(3).

Se affidiamo invece l’amore coniugale unicamente alle forze umane in una visione puramente secolarizzata, è inevitabile che si crei quella concezione riduttiva dell’amore stesso (che invece dovrebbe dare forma e sostanza al legame sia giuridico che sacramentale) oggi culminata nell’introduzione generalizzata del divorzio nei vari ordinamenti giuridici.

Tutto ciò ha provocato una sempre maggiore corrosione, nella coscienza sociale, del valore dell’indissolubilità del matrimonio recepita nel corso dei secoli. Infatti, fin dall’inizio la Chiesa ha voluto dare a questa istituzione un significato fondato sulla volontà espressa da Gesù, perché aveva percepito chiaramente che il carattere naturale del matrimonio era stato voluto dal Creatore come “segno e sacramento” dell’amore di Dio per il suo popolo e, nella pienezza dei tempi, come il “segno e sacramento” dell’amore di Cristo per la sua Chiesa.

Perciò, considerata la totale confusione sulla verità dell’amore coniugale che regna nel cuore di molti, è necessario tornare a riflettere sulle parole del Vangelo:

«Gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualunque motivo?” Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: ”Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?” Così non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Gli obiettarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?”. Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio» (Mt 19,3-9).

Le domande che i discepoli pongono al Maestro mostrano quanto fosse nuovo e scandaloso il suo insegnamento, tanto che “rientrati a casa i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:”Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 12).

La risposta dei discepoli alle lapidarie parole di Gesù è di un’incredibile modernità perché potrebbe essere la reazione di una qualunque giovane coppia del XXI secolo posta di fronte alla serietà del matrimonio: «Se questa è la condizione dell’uomo di fronte alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Ma la replica di Gesù all’obiezione dei farisei rivela in pieno la natura sacramentale del matrimonio: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso» (Mt 19,11), a significare che l’amore e i frutti che esso produce – la fedeltà, la gratuita donazione reciproca, l’appartenenza oltre il tempo, l’accettazione e la sublimazione dei difetti e della diversità dell’altro e soprattutto la capacità di perdonare, quando è necessario – non si ottengono con le sole forze umane, ma sono frutto della Grazia santificante effusa dal Sacramento del Matrimonio, perché nel disegno di Dio l’uomo e la donna non sono pensati come esseri isolati, ma per divenire una sola carne, perciò dicendo: “l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,9) Gesù annuncia che Dio stesso è presente nel loro amore coniugale.

Gesù viveva in un contesto sociale in cui la possibilità del divorzio era ammessa, anche se le opinioni al riguardo dei rabbini non erano univoche e, due secoli dopo Gesù, il Talmud (bGit 90b), citando il profeta Malachia, avrebbe insegnato: < tradisca la donna della sua giovinezza. Perchè io detesto il ripudio, dice il Signore Dio di Israele (Mal 2, 15 – 16)>>(4). Il nuovo insegnamento di Gesù invece è espressione della nuova alleanza e del nuovo precetto dell’amore, che si radica in quel disegno originario di Dio sull’uomo narrato nella Genesi: è un comandamento antico e nuovo al tempo stesso (1Gv 2, 7), antico quanto il Padre nei cieli e nuovo quanto il dono che ci ha fatto Gesù Cristo morendo in croce, ma la cultura dominante al tempo della sua vita terrena aveva già voltato le spalle al progetto originario di Dio, atteggiamento (questo) che perdura anche oggi

Oggi forse, più che in altri tempi, constatiamo l’esistenza della duritia cordis, ostacolo dell’intelligenza che indebolisce la volontà, radice nascosta di molti fattori di fragilità che contribuiscono al naufragio di tanti matrimoni e all’attuale diffusione delle unioni di fatto. È merito della Chiesa se la società civile nel corso dei secoli ha conosciuto il matrimonio nella sua condizione originaria, quella cui allude Gesù nella sua risposta.

Giovanni Paolo II, commentando quel brano evangelico, scrive: «Cristo non accetta di entrare nella discussione al livello in cui i suoi interlocutori volevano introdurla. Egli non approva la dimensione che vogliono dare al problema. Evita di lasciarsi implicare in controversie giuridico-casuistiche e, al contrario, si riferisce in due occasioni al “principio”. La condizione originaria del matrimonio è sempre di attualità, come lo è la difficoltà di riconoscerla e viverla come intima verità nella profondità del proprio essere “propter duritiam cordis”. Il matrimonio è un’istituzione naturale le cui caratteristiche essenziali possono essere riconosciute dall’intelligenza, al di là delle culture e delle civiltà. Il riconoscimento di questa verità è anche di ordine morale, ma non bisogna dimenticare che la natura umana, ferita dal peccato e redenta da Cristo, non arriva sempre a distinguere la verità che Dio ha iscritto nel suo cuore. Il messaggio cristiano deve essere un insegnamento e una testimonianza vivente nel mondo»(5). Ossia, bisogna dare risalto all’importanza della Grazia, che dona alla vita matrimoniale la sua autentica pienezza.

Quindi, riflettendo sul matrimonio ci rendiamo conto di quanto sia grande la fragilità umana e, di conseguenza, quanto siano importanti l’esempio dei cattolici e una catechesi veramente ecclesiale – e non “timida”, come spesso si rivela in realtà – che siano capaci di orientare i fidanzati verso una vita di grazia, verso la preghiera e i sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione. Infatti, spesso si dimentica che l’amore coniugale ha una sua caratteristica che non deve essere confusa con quello delle unioni di fatto. I paladini di queste ultime dichiarano che anche la loro unione è fondata sull’amore, dimenticando che esso non può essere tale se non è, realmente e intrinsecamente, coniugale, vale a dire unione nella propria condizione maschile e femminile, dovuta in giustizia, e per sua stessa natura fedele, indissolubile e aperta alla vita.

Per quanto riguarda, invece, l’aspetto sacramentale. è necessario ribadire l’immensa ricchezza, anche psico-socio-culturale, implicata nel Sacramento del matrimonio tra battezzati. Infatti, Dio ha voluto che il patto coniugale del principio (Gn 1-2), fosse segno e prefigurazione di quella pienezza che si ha (e dovrebbe realizzarsi) nell’unione degli sposi, a immagine di quella che si dà tra Cristo e la Chiesa. Perciò la sacramentalità non è qualcosa di aggiunto o strano, bensì la stessa unione uomo-donna voluto dal Creatore, ma elevata alla sua piena dignità e bellezza in Cristo e “per Grazia”, come sottolineava già Giovanni Paolo II(6). Se si riesce a penetrare nel significato più profondo del Sacramento non si potrà non capire che esso non può che essere indissolubile. Nel clima di sfacelo morale che stiamo vivendo, la rigenerazione antropologica dell’uomo non può che passare attraverso la rigenerazione del matrimonio e della famiglia, ma i cattolici “adulti” sono consapevoli di questa assoluta necessità, oppure (magari inconsapevolmente) “sottovalutano” anch’essi il settimo Sacramento?


NOTE

1) Cfr. Familiars consortio e Mulieris dignitatem.

2) “Il Trovatore“, Parte IV, scena I. Manrico e Leonora stanno per coronare il loro sogno d’amore col matrimonio, ma il perfido Conte di Luna, nemico e rivale di Manrico, riesce a imprigionare l’uomo con un inganno. Leonora è pronta a morire per salvare l’amato.

3) Cfr. La Libreria del Santo, citazione spirituale del 31.12.2011

4) Fonte: www.romasette.it

5) Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, nn. 62-64.

6) Cfr Familiaris consortio, n. 68 e anche «Discorso alla Rota Romana», in Oss. Rom. 2.2.2001.

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