CARLA E LE COPPIE DI FATTO – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti


 

coppie di fattoCarla, la vostra amica cattolica “bambina”, oltre che “conservatrice delle buone tradizioni” (Padre Giovanni Cavalcoli non gliene vorrà se Carla gli ruba una definizione nella quale ella si riconosce totalmente) ha letto tempo fa sui giornali che il nuovo Sindaco di Milano avrebbe deciso di istituire, presso l’amministrazione comunale, il registro delle coppie di fatto esistenti nella sua città, spianando così la strada a una futura regolamentazione giuridica di quel fenomeno. A questa discutibile innovazione si sarebbe poi aggiunta quella (che fortunatamente sembra rientrata) di distribuire la favoletta del “Piccolo Uovo” in tutte le scuole materne, per cominciare il più presto possibile a inculcare nelle menti innocenti dei bambini milanesi l’idea che di famiglie ne esistono molti tipi. Non solo: sembra che il Sindaco si sia dichiarato pronto a difendere la sua decisione sulle coppie di fatto anche di fronte al Papa, quando questi visiterà Milano in occasione della Giornata delle Famiglie prevista per l’anno prossimo. A prescindere dal fatto che queste dichiarazioni programmatiche vengano attuate o meno, è difficile non notare in esse una sfumatura polemica, neppure tanto lieve, nei confronti dei cattolici: infatti la corrente politica e di pensiero cui appartiene il Sindaco, condivisa anche da molti cattolici “adulti”, non perde occasione per accusare la Chiesa di oscurantismo, quando non addirittura di mancanza di carità, per la sua ben nota posizione di avversione a una qualsiasi regolamentazione delle coppie di fatto, in quanto di sicuro svaluterebbe l’importanza e la serietà del matrimonio.

Come tutti sanno, questo problema fu oggetto di accanite discussioni alcuni anni fa, quando due note parlamentari lavorarono insieme a un progetto di legge che ricalcasse l’esperienza francese dei PACS; poi il progetto fu accantonato, ma non è affatto escluso che esso torni di attualità, in un futuro più o meno prossimo, in occasione di un possibile mutamento dell’indirizzo di governo. Perciò Carla – nonostante si ritenga, come sanno tutti i suoi amici, una cattolica “bambina” – non intende fare un discorso basato sul Catechismo della Chiesa Cattolica, perché sa benissimo che le argomentazioni ispirate alla fede non troverebbero udienza nella mente e nel cuore del Sindaco di Milano, né in quello (purtroppo) di tanti cattolici “adulti”; vuole piuttosto fare una riflessione basata sul puro buon senso che, come tale, dovrebbe essere condivisa anche da tanti laici, purché intellettualmente onesti.

Orbene, il Sindaco di Milano, che è un noto giurista, dovrebbe difendere a spada tratta il principio sancito nell’art. 29, comma 1, della Costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) oppure, se ritiene questo riconoscimento troppo limitato, dovrebbe – nella sua qualità di uomo politico – impegnarsi in Parlamento e in tutti i modi previsti dalla legge perché quella norma venga modificata secondo l’orientamento propugnato dalla sua corrente politica che, come tutti sanno, vorrebbe estendere quel riconoscimento anche a legami molto diversi dal matrimonio, come quelli omosessuali. Solo dopo quella modifica costituzionale – che ovviamente Carla, cattolica “bambina”, si augura non vada mai in porto – si potrà, eventualmente, ritenere legittima l’istituzione di quei registri. Invece egli vuole bruciare i tempi, sostenendo che lo Stato ha il diritto/dovere di regolamentare quelle situazioni per il solo fatto che esse esistono. Ma le situazioni di fatto devono essere necessariamente regolate dalla legge solo perché esistono? Le convivenze di fatto, proprio perché rifiutano il legame matrimoniale, non si sottraggono per definizione a qualunque tipo di regolamentazione? Se un uomo e una donna, o due uomini, o due donne, maggiorenni e consenzienti, decidono in piena libertà di andare a vivere insieme, non danno luogo a un rapporto di natura privata irrilevante per il diritto? Ancora: proclamare la propria avversione per la disciplina del matrimonio e poi invocarla per le convivenze di fatto – che innegabilmente diventerebbero una brutta copia del matrimonio stesso – non è un’evidente contraddizione in termini viziata da una lapalissiana illogicità ? Una delle lagnanze che vengono frequentemente addotte dai conviventi di fatto a sostegno della loro richiesta è l’impossibilità di assistere in ospedale il partner degente che non sia coniuge o consanguineo: ma per consentire ciò che, in effetti, dovrebbe essere considerato un semplice gesto di umanità, non servirebbe una legge, basterebbe una modifica della prassi ospedaliera in materia di assistenza ai malati, facilmente attuabile da parte delle dirigenze amministrative. In questi casi, lasciando per ora da parte le coppie omosessuali, alla vostra amica Carla verrebbe spontaneo domandare: Se per lo stato civile siete entrambi liberi, perché non vi sposate? La risposta logica degli interessati dovrebbe essere: Perché non crediamo nel matrimonio. Al che, la replica altrettanto logica dovrebbe essere: Allora, se non credete nel matrimonio, perché volete essere trattati come coniugi?

Ma i sostenitori di questa innovazione – che avrebbe conseguenze umane e sociali incalcolabili – non rispondono a tono a quest’ultima domanda che, stranamente, viene rivolta loro dai soli cattolici “bambini”, mentre sembrerebbe di una logica palese e condivisibile da chiunque sia in buona fede. Evidentemente la motivazione di fondo che sostiene la richiesta di riconoscimento delle coppie di fatto è di natura particolare e poco confessabile, perché umanamente riduttiva e – a giudizio della vostra amica cattolica “bambina” – anche indegna di stima: è palesemente egocentrica e motivata solo dalla convinzione di avere diritto a tutto e subito, qui e ora, vale a dire ai vantaggi del matrimonio (pensione, eredità, assegni familiari e così via) senza averne gli inconvenienti, vale a dire senza gli obblighi di fedeltà e di assistenza morale e materiale reciproca dei coniugi. Questa pretesa è l’ennesima dimostrazione dell’infantilismo antropologico che si è fatto strada nella società occidentale negli ultimi 50 anni e, come ha limpidamente spiegato P. Giovanni Cavalcoli, rappresenta “il riflesso di una mentalità relativistica o soggettivistica, incapace di riconoscere loggettiva universalità di un diritto fondato sulle vere esigenze e finalità della natura umana(1).

Secondo la vostra amica Carla si tratta di opportunismo spicciolo di bassa lega, perché tutti sappiamo che per ciascuno di noi arriva il momento in cui la vita presenta il conto di ciò che ci ha dato di bello e di buono. Perché allora pretendere il riconoscimento di certi diritti, quando non si è disposti ad accettare gli speculari doveri? Questa pretesa dovrebbe scandalizzare qualunque giurista degno di questo nome.

E’ vero che le convivenze di fatto sono un fenomeno in aumento dovuto alla laicizzazione dello stesso tessuto sociale che fino a pochi decenni fa le condannava, ma esse ricadono nella sfera privata dei soggetti i quali, se non hanno compiuto atti penalmente rilevanti, godono già di tutti i diritti civili e politici al pari di tutti gli altri cittadini. Tuttavia, i sostenitori della regolamentazione non fanno che obiettare, in ogni occasione e a mo’ di mantra, che si tratta di un fenomeno esistente che quindi va riconosciuto. Ma sono molti i fenomeni sociali del nostro tempo dei quali il legislatore non si occupa, anche se dovrebbe farlo perché spesso hanno effetti deteriori. Per esempio, i rapporti sessuali tra adolescenti sono in continuo aumento e spesso provocano gravidanze indesiderate e aborti: perché il legislatore non si sforza di esercitare una più incisiva azione preventiva educando seriamente i giovani alla vera affettività? (ma già, tanto cè il profilattico…). La frequentazione delle discoteche da parte degli adolescenti, enormemente diffusasi negli ultimi anni con il relativo corredo di alcool e di droga, provoca la morte sulla strada di tanti ragazzi e la disperazione di tante povere famiglie: perché il legislatore non le chiude? Il turismo di massa provoca spesso intasamento e invivibilità delle nostre città d’arte ed anche deterioramento dei monumenti: perché non viene drasticamente ridotto(2)? Per non parlare del turismo sessuale, autentico misfatto perpetrato da tanti cittadini dei paesi ricchi (anche italiani, purtroppo) ai danni di tante disgraziate donne e di tanti sfortunati bambini dei paesi poveri. Nessuno interviene per arginare questo flagello e il legislatore italiano deve preoccuparsi proprio dei conviventi di fatto, quando nessuno impedisce loro di vivere tranquillamente secondo il loro stile di vita preferito e di provvedere amorosamente, con i mezzi previsti dal codice civile, alla persona che vive accanto a loro, se il partner più ricco è una persona onesta? Si direbbe che proprio questo sia il nervo scoperto che tuttavia gli interessati si guardano bene dal riconoscere: il timore che la persona che vive accanto a loro non sia in buona fede, dato che rifiuta il matrimonio, e allora si invoca la protezione della legge. Ecco dimostrata, ad avviso della cattolica “bambina”, tutta la fragilità e l’inconsistenza umana ed etica di questo tipo di rapporto, ma quando ella esprime apertis verbis questa sua profonda convinzione, nessuno la confuta con serie argomentazioni.

La verità è che purtroppo oggigiorno il matrimonio e la famiglia – come istituzioni di diritto naturale – sono gravemente screditati con la conseguenza, per esempio, che in alcune regioni come l’Emilia Romagna il ticket regionale penalizza le famiglie regolari e non i conviventi, rendendo preferibile la convivenza al matrimonio e inducendo molti coniugi alla separazione fittizia, vale a dire a un divorzio organizzato ad arte per ottenere benefici fiscali(3). Incredibile a dirsi, a livello politico e sociale nessuno vuole fare uno sforzo per rivalutare queste istituzioni cardini del consorzio umano. E’ la stessa logica di chi invoca l’eutanasia per i malati terminali: come questi ultimi sono di impaccio ai familiari costretti ad occuparsene (quando mancano amore e spirito di sacrificio) così i conviventi di fatto rifiutano il matrimonio per approfittare di certe anomalie sociali che operano a loro vantaggio o perché nutrono la riserva mentale di potersi facilmente sbarazzare del proprio partner quando l’innamoramento (che è cosa ben diversa dall’amore) finisce o quando lo stesso partner non fa più loro comodo. Ma gridare che “il re è nudo”, come ormai fanno solo i cattolici “bambini” che vogliono mettere in pratica l’insegnamento di Gesù (Mt 10, 27) non è politically correct….

 

 

NOTE

1) Cfr.”Il dibattito sui diritti delluomo“, www.lostato.net.

2) La vostra Carla, che è romana, non può fare a meno di rivelarvi che le piange il cuore quando passa per Fontana di Trevi, nel vedere quella splendida piazza ridotta a un formicaio dalla massa informe di turisti vocianti e maleducati che spesso non rispettano le meraviglie che vedono. Ma questo è un altro discorso…

3) Cfr. Il Giornale di Reggio, 4.10.2011, pag. 5. Sembra che il 7% dei divorzi siano fatti per questo scopo.

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