CARLA E … LUCIO DALLA – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti


lucio dalla

 

Non avrei avuto motivo di parlare della scomparsa di quel grande artista che fu Lucio Dalla, se non pregando con tutto il cuore per lui; altri hanno commentato in modo egregio (e molto meglio di come farò ora io) quell’improvviso triste evento  che ha commosso tutti. Ma la lettura di un commento fatto in televisione da Lucia Annunziata e riportato da Giorgio Dell’Arti su Vanity Fair del 14 marzo scorso (pag. 72), letto da me con un po’ di ritardo, a causa dei molti giornali che leggo, devo dire che mi ha fatto arrabbiare, tanto che ora sento proprio il desiderio di “reagire cristianamente”.

Dunque: Lucia Annunziata avrebbe detto: <I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia, vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. E’ il simbolo di quello che siamo, c’è il permissivismo purché ci si volti dall’altra parte>

Giorgio Dell’Arti, dal canto suo, si rammarica che a Marco, compagno di vita di Dalla, non toccherà neppure un euro dell’ingente eredità del povero Lucio perché i due, date le norme vigenti, non avevano potuto formalizzare la loro unione e si ignora se esista un testamento.

Perché mi sono arrabbiata? Perché i mass-media non perdono occasione per denigrare la Chiesa cattolica senza peraltro sapere nulla di catechismo né di scelte pastorali.  Anzitutto, Lucio Dalla era omosessuale? Non lo sappiamo, perché lui (giustissimamente) non ha mai fatto l’outing, dato che la questione riguardava soltanto la sua sfera privatissima, a differenza di quanto pensano tanti personaggi del mondo dello spettacolo che esibiscono con orgoglio la loro “diversità”, vera o fittizia. Però Lucio era cattolico, e questo lo ha manifestato in varie occasioni perché la testimonianza cristiana, invece, non è un fatto privato. Amava un uomo? Può darsi: l’amore in sé non è certo peccato, ma lo diventa se imbocca una china divergente dai binari creati da Dio. Ma poiché il povero Lucio in Dio ci credeva  e anche ammesso che fosse veramente omosessuale, chi ci dice che non abbia promesso al suo direttore spirituale di vivere castamente la sua condizione? Se così è stato, dobbiamo rallegrarci, invece di criticare malevolmente come fa Lucia Annunziata, alla quale vorrei ricordare che tacere la propria natura di omosessuale per un cristiano non è affatto ipocrisia, ma attenersi al dettato di Cristo (Lc  17, 1 – 3); la Chiesa, nel caso del povero Dalla, non si è affatto “voltata dall’altra parte” perché si fida delle promesse dei suoi figli – che possono ingannare gli uomini, ma non certo il Padre Eterno – e concede i Sacramenti a chi le promette di vivere conformemente alla Parola di Dio.

Quanto alla recriminazione di Giorgio Dell’Arti, dobbiamo ancora una volta ricordare ai laicisti che, in assenza di eredi legittimi, il codice civile ci consente di lasciare i nostri beni a chi vogliamo? Può darsi che il testamento salti fuori ed io auguro con tutto il cuore a Marco di essere stato designato erede universale di tutti i beni del defunto, ma se così non dovesse essere, egli non potrà che riconoscere che il povero Lucio non è stato previdente o non lo amava abbastanza.

Comunque vadano le cose, è vero che noi cattolici, non per nostra volontà, ma per le ossessioni altrui, dobbiamo sempre più trattare problemi “localizzati negli slip”. Con tutto il rispetto per il povero defunto, del tutto incolpevole della bagarre giornalistica che gli hanno costruito intorno.

 

 

 

Vi ricordiamo anche l’articolo LUCIO DALLA E IL PROBLEMA DELL’OMOSESSUALITA’ – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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