CARLA, LE DONNE, GLI UOMINI E LA CHIESA. PER UN “NUOVO FEMMINISMO” NEL RISPETTO DELLA COMPLEMENTARIETA’ TRA UOMO E DONNA – di Carla D’Agostino Ungaretti

di Carla D’Agostino Ungaretti


 

Affermare che per millenni le donne hanno occupato una posizione subordinata a quella dell’uomo è ribadire una verità lapalissiana. E’ scoraggiante, perciò, constatare che neppure gli inventori della democrazia moderna – e cioè gli americani che stilarono la loro Dichiarazione di Indipendenza nel 1776 e i francesi che distrussero la Bastiglia nel 1789 – fecero fare un passo avanti alle donne del loro tempo, e ci sarebbe molto da dire su come i grandi illuministi, avanguardia del pensiero europeo del XVIII secolo, consideravano le loro donne[1]. C’è voluta l’ideologia socialista del ‘900 per ottenere qualche risultato (e neppure ottimale) in quella direzione, insieme al movimento sessantottino che, però, ha sterzato verso direzioni non tutte apprezzabili.

I cambiamenti socio – culturali verificatisi nei secoli XVIII e XIX, la rivoluzione industriale e la crescente secolarizzazione hanno suscitato nelle donne la domanda di altra presenza e di altro protagonismo e bisogna anche riconoscere che neppure la Chiesa, negli ultimi due secoli,  è andata più avanti del pensiero laico nel definire il ruolo della donna. Tuttavia negli ultimi 50 anni essa ha rivisto la sua posizione su questo argomento, anche spinta dai mutamenti epocali che si sono svolti sotto gli occhi di tutti. Infatti, anche in Italia, nel primo dopoguerra, la “questione femminile” era diventata talmente ineludibile da giustificare quell’organizzazione capillare delle donne cattoliche che dette vita alla Gioventù Femminile di Azione Cattolica fondata da Armida Barelli e diffusa in tutte le parrocchie. Contemporaneamente, il Magistero ha cominciato a erodere il principio della subordinazione della donna all’uomo accettando il modello della “diseguale uguaglianza” ammesso sia da Pio XI che da Pio XII. Giovanni XXIII fu il primo Papa a riconoscere, nell’accesso della donna alla vita pubblica, un “segno dei tempi[2]. Alla fine del XX secolo la coscienza cristiana e la riflessione teologica erano ormai mature, sulla scìa del Concilio Vaticano II e  del pontificato di Giovanni Paolo II, per un cambiamento di prospettiva. Il Papa polacco ha esaltato (forse per la prima volta nella storia della Chiesa) il “genio” femminile  suscitando un notevole fermento sia negli ambienti laici che in quelli cattolici, perché per la prima volta un Pontefice – riconoscendo che la Chiesa deve molta gratitudine alle donne e deve farsi perdonare da loro “le molte gravi discriminazioni sociali” di cui esse hanno sofferto nella storia – attribuiva agli uomini e alle donne, in uguale misura, il compito di “produrre cultura[3].

fsMa c’è un altro aspetto, particolarmente interessante, che emerge dalle rivendicazioni femministe: la pretesa di ammettere al sacerdozio anche le donne. Nei paesi protestanti la lotta femminista per i diritti civili – tra i quali il più importante era il diritto di voto –  ha marciato in parallelo con la lotta per i diritti ecclesiali, ravvisati soprattutto nell’accesso al sacerdozio, ammesso dalla Confessione Luterana, dalla Comunione Anglicana e, in Italia, dalla Tavola Valdese, ma fermamente escluso dal cattolicesimo, anche se da più parti si insiste perché anche la Chiesa cattolica si decida a riconoscere alle donne questo “diritto”. Una prima obiezione di ordine pratico – che denota anche ignoranza nei sostenitori di questo presunto diritto ed è facile da comprendere anche da parte di chi non è teologo – la si rileva nella diversa concezione del sacerdozio che separa il cattolicesimo dal protestantesimo. Le Chiese riformate concepiscono il ministero ordinato solo come servizio alla predicazione del Vangelo, mentre il sacerdozio ministeriale cattolico, definito nella sua piena identità dal Concilio di Trento, pone la funzione liturgica dei preti in relazione con il compito e il potere, affidati loro da Cristo, di consacrare e impartire l’Eucaristia, oltre che di rimettere i peccati nel Suo nome. Non c’è dubbio, in proposito, che Cristo abbia conferito questo potere soltanto agli apostoli presenti nell’Ultima Cena (Mt 26, 26ss; Mc 14, 22ss; Lc 22, 17ss) e ai loro successori e non risulta che Egli abbia conferito loro anche quello di derogare al suo insegnamento.

E’ vero che nel mondo antico tutte le religioni avevano le loro  sacerdotesse – a Roma, per esempio, c’erano le Vestali che dovevano vivere in rigida castità, pena la condanna ad essere sepolte vive nel Campus sceleratum, con damnatio memoriae – ma l’Ebraismo non si era adeguato alla cultura religiosa dei anlpopoli circostanti. Dal canto suo, il Cristianesimo ha ugualmente tenuto le donne lontane dal sacerdozio, pur avendo fatto fare loro un passo avanti quale non era mai stato visto in precedenza: basti pensare al consenso richiesto anche da parte della donna nel Sacramento del Matrimonio, a dimostrazione del fatto che, in quel mistero grande (Ef 5,32), il Cristianesimo pone le due parti (maschile e femminile) un piano di perfetta parità. Quale ordinamento giuridico antico aveva mai previsto una simile uguaglianza?

Non è difficile, quindi, capire il perché del sacerdozio solo maschile: se è vero che “maschio e femmina li creò” (Gen 1, 27 ) Dio ha voluto affermare senza ombra di equivoci la differenza tra i due sessi e le loro rispettive specificità: solo la donna può partorire la prole; solo l’uomo può essere consacrato ministro di Dio. Invece per il femminismo radicale (decisamente anticristiano) è un’ingiustizia che siano le sole donne a partorire, come è un’ingiustizia che solo gli uomini siano preti.

Infatti, quale motivazione può nascondersi dietro la pressante richiesta di quel movimento di ammettere le donne al sacerdozio se non diffondere fin nella Chiesa l’assurda teoria del gender, che ha natura solo ideologica e finalizzata a banalizzare la specificità sessuale, rendendo interscambiabile ogni ruolo tra uomo e donna? Secondo il conformismo corrente, la sessualità non ha niente a che fare con l’antropologia e vede il sesso solo come un semplice ruolo interscambiabile a piacere. Ne deriva, come logica conseguenza, che l’essere e l’agire della persona umana sono ridotti a pura funzionalità, a semplice ruolo. Non è un caso che tra le battaglie di “liberazione” di questi anni ci sia pure quella di sfuggire alla “schiavitù della natura”, chiedendo il diritto di diventare maschio o femmina a piacere, come se la costituzione genetica degli interessati fosse modificabile; eppure, anche gli ordinamenti giuridici si stanno adeguando supinamente.

E’ evidente, a questo punto, che – dato il clima che si respira – ogni dialogo purtroppo è impossibile. Lo dimostra il fatto che un illustre medico, come il prof. Umberto Veronesi – con la sua influenza mediatica e il suo potere persuasivo di scienziato – sembra aver sposato le tesi femministe, perché ha recentemente ribadito quanto aveva già affermato in passato: [4]. Non basta. Oggi una larga fascia dell’intellighenzia anglosassone, composta soprattutto da donne, si dichiara favorevole alla pornografia – che, almeno, le femministe storiche rigettavano ritenendolo un “genocidio culturale” delle donne – affermando che si tratterebbe di una salutare forma di rivolta contro i tabù, l’estetica e i valori dominanti[5].

Ma riflettiamo: se orientamenti di questo genere riuscissero a farsi strada anche nella dimensione cristiana, allora la banalizzazione del maschile e del femminile si estenderebbe anche all’idea stessa di Dio. Il femminismo radicale ha perfino tentato di strumentalizzare per i suoi fini una meravigliosa e consolante affermazione di Giovanni Paolo I: “Nel suo amore Dio è tanto Padre che Madre”, ma essa significa che Dio (Amore assoluto) ama per primo i suoi figli, trepida per loro e li  segue amorosamente come fa una madre; non significa che siamo autorizzati a dire  “Madre Nostra”, anziché “Padre Nostro“, come piacerebbe al femminismo. Il simbolismo usato da Gesù è irreversibile ed è fondato sulla stessa relazione uomo – Dio che Lui stesso ci ha rivelato. Ma il tentativo subdolo del femminismo radicale è proprio quello di sostituire Cristo con un’altra figura, rigettando il carattere esemplare, universale e immodificabile della relazione tra Cristo e il Padre.

Che dire? Se le cose stanno così, bisogna proprio dichiarare, anzi gridare che l’annuncio di “liberazione” proveniente dal ricco Occidente e da uno dei suoi figli più insidiosi, il femminismo, è un annuncio decisamente anticristiano e perciò antiumano.

La Chiesa cattolica – difendendo il sacerdozio come esclusivamente maschile – difende sia gli uomini che le donne nella loro totalità, nella loro distinzione irreversibile in maschile e femminile e quindi nella loro irriducibilità a semplice funzione o ruolo. Il linguaggio della natura (due sessi complementari ma distinti) è anche un linguaggio morale, perché chiama uomini e donne a destini nobili, eterni ma diversi, non subordinati a progetti esclusivamente umani e tutto ciò non piace alla tradizione protestante nel cui seno, non a caso, è nato il femminismo radicale.

Ma proprio per questo gli uomini e le donne più consapevoli e maggiormente dotati di “buona volontà” devono interrogarsi sui frutti del femminismo radicale e verificare se esso abbia portato all’umanità maggiore felicità, maggiore equilibrio nei rapporti interpersonali, maggiore giustizia e soprattutto più pace. Gli eventi mondiali di questo inizio di millennio sembrano rispondere chiaramente: NO.

Bisognerà elaborare un “nuovo femminismo”, allora, impegnandoci a riformulare il femminismo tradizionale, valorizzando il contributo del pensiero femminile e mettendo in evidenza come la differenza sessuale non costituisca una separazione irriducibile ma un modo di manifestarsi della naturale complementarietà tra donna e uomo. Perciò il nuovo femminismo, di fronte alle sfide della modernità (come, ad esempio, quelle della bioetica) deve difendere l’uguaglianza dei diritti umani, maschili e femminili, superando sia l’uguaglianza senza differenza (ovvero l’egualitarismo indifferente), sia la differenza senza uguaglianza (ovvero il dualismo antagonistico), alla ricerca dell’armonia reciproca radicata nel riconoscimento della comune natura umana. Difendere l’uguaglianza significa allora non omologare la donna all’uomo, ma riconoscere i diritti umani delle donne in un percorso che sappia valorizzare la specificità femminile. Il ricorso all’aborto, la richiesta di nuove tecniche di generazione umana, l’imposizione di politiche di controllo demografico (per citare solo alcuni dei più gravi problemi del nostro tempo) sono questioni che interpellano profondamente le coscienze e coinvolgono l’intera società.

P.S.  La vostra amica Carla, cattolica “bambina”, pensava di concludere a questo punto la sua riflessione sulle donne e sugli uomini nella Chiesa,  quando ha ritenuto opportuno aggiungere una postilla speculare ad essa e riguardante un problema ugualmente molto dibattuto. Come oggi molti chiedono l’ammissione delle donne al sacerdozio, così molti contestano il celibato sacerdotale, ritenendolo una condizione anacronistica che favorisce le tentazioni pedofile di molti preti.

Lasciando da parte questa motivazione, che spesso è stata abbondantemente e immeritatamente gonfiata dai media, bisogna riconoscere che non esistono ostacoli di natura teologica a che i sacerdoti possano contrarre matrimonio. E’ vero che nel primo millennio furono molti i preti e i vescovi ammogliati, dato che l’obbligo del celibato fu sancito giuridicamente solo dal Concilio di Trento, dopo ben 1500 anni di cristianesimo – e la vostra amica cattolica “bambina”, non intende certo addentrarsi in discussioni teologiche e pastorali sulle quali non ha competenza – ma anche in questo caso vorrebbe provare a fare una  riflessione improntata al buon senso che non è mai contrario alla fede.

Il sacerdote cattolico si identifica totalmente nelle parole di Cristo: Vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli (Mt 19, 12). Alcuni uomini, cioè, sono disposti a rinunciare allo status matrimoniale per dedicarsi totalmente ed esclusivamente al servizio di Dio e dei fratelli. Questa decisione, assunta in piena libertà e consapevolezza, senza costrizioni esterne, ci fa capire il perché e la necessità del celibato dei preti. Tenendo conto dei compiti e delle funzioni dei sacerdoti attribuiti loro da Cristo (e di cui abbiamo parlato poc’anzi) la vostra Carla, da cattolica “bambina, si domanda: “Se andassi in chiesa a cercare il mio Parroco spinta dal forte desiderio di parlargli per confidarmi, per chiedergli consigli spirituali, per piangere sulla sua spalla o semplicemente per confessare i miei peccati e ricevere il perdono di Dio e, non trovandolo, mi sentissi dire da qualcuno che il Parroco è assente perché doveva andare a parlare con gli insegnanti dei suoi figli, che cosa proverei? L’unica risposta che le viene in mente è: “Sicuramente proverei dolore, frustrazione e la terribile tentazione di pensare che Dio, in quel momento, non ha voglia di darmi retta”.

Nessun dubbio che un Parroco che fosse padre di famiglia avrebbe il dovere primario e ineludibile di occuparsi di sua moglie e dei suoi figli, ma come potrebbe coniugare questo dovere umano con quello, impartitogli direttamente da Cristo, di pascere (cioè dare il nutrimento spirituale) alle sue pecorelle? La persona consacrata non può servire due padroni, Dio e la famiglia, perché arriverà inesorabilmente il momento in cui dovrà scegliere chi è il più importante nella situazione contingente. Perciò la cattolica “bambina” crede fermamente che il sacerdote, con il suo celibato, “abbia scelto la parte migliore, quella che non gli sarà tolta mai più” (Lc 10, 41)

 


 


[1] Qualche esempio? Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, grande illuminista e uno dei Padri fondatori della nazione,  il cui volto è riprodotto sul monte Rushmore, ebbe vari figli (che non legittimò mai) da una schiava che non sposò mai, perché non si sarebbe mai sognato di impalmare una serva, per giunta di colore e del resto le “illuminate” leggi americane, alla cui formulazione egli aveva abbondantemente contribuito, non glielo avrebbero consentito. Ancora: il buon Francois – Marie Arouet, detto Voltaire, disprezzava le donne pur vivendo tranquillamente alle spalle delle ricche amanti che stregava con la sua intelligenza; Jean – Jacques Rousseau – sostenitore della “bontà” innata dell’uomo che sarebbe stato corrotto dalla civiltà – non si sentiva padre,  perciò spedì all’orfanotrofio i suoi cinque figli, man mano che nascevano,  non ritenendo neppure necessario sentire che cosa ne pensasse la loro madre. Un altro grande illuminista, il Re di Prussia Federico II  il Grande non volle mai accanto a sé una regina perché, pur non essendo omosessuale, si fidava più dei generali usciti dall’Accademia militare da lui fondata che delle donne. E si potrebbe continuare.

[2] Cfr. Enciclica “Pacem in Terris”, n. !8.

[3] Cfr. Lettera Apostolica “Mulieris Dignitatis”, n. 27.

[4] Cfr. Corriere della Sera, SETTE, 8.6.2012, pag. 103.

[5] Cfr. Corriere della Sera, LA LETTURA, 10.6.2012, pag. 8.

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