Carlo Alianello, scrittore cattolico, esploratore delle contraddizioni dell’uomo (seconda e ultima parte) – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

per leggere la prima parte, clicca qui

 

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ctllnllNel 1963, questo appassionato della verità intera (etico-religiosa e storica) compie un terzo passo nel ristabilire i quadri nodali del cosiddetto Risorgimento nel Regno delle Due Sicilie.  Lo fa con la pittura che gli conviene: il romanzo storico. Con esso estrae dal particolare, opportunamente collocato, il senso profondo degli avvenimenti collettivi, nazionali e, infine, della condizione umana passata al loro vaglio.

  Dopo l’esperienza compiuta dal giovane puro uscito dall’Accademia della Nunziatella, immesso nel calderone della guerra mossa ingiustamente al Regno e sporcata dal tradimento (L’Alfiere 1942); dopo l’affresco della rivoluzione del ’48, in cui vengono sistemate le componenti del Re, dei nobili-borghesi e del popolo tradizionalmente monarchico (Soldati del Re 1952); ne L’eredità della Priora è la volta del tentativo di riconquista del Regno per mezzo di un abbozzo di esercito regolare e visibile, unito alle bande dei briganti.

  alnllrdtprrLa narrazione, pur conservando le eccellenti doti della sciolta sostanziosità, dell’uso del vernacolo privo di qualsiasi scadimento, risente di qualche indulgenza verso i tempi nuovi, verso parole volgari che paiono evitabili, così come egli evita sempre di palesare gli atti osceni o semplicemente sessuali e le più orribili crudeltà, tuttavia necessarie e presenti nei fatti riportati.

  Tre sono i fulcri della rappresentazione. Due principali e uno minore. Iniziale e preminente, quello del bel giovane ufficiale Gerardo Satriano, rientrato a Napoli squattrinato e avvilito, reduce dallo scioglimento del suo reggimento a cavallo, sconfinato nello Stato Pontificio provenendo dalla battaglia di Mola di Gaeta. Secondo preminente, il barone Andrea Guarna, nipote di un nunzio apostolico in Scandinavia; inviato con la promozione al grado di maggiore, raggiunge Potenza per servire nei ranghi quando sia giunta l’ora. Terzo, inserito nel racconto, Ugo Navarra, tenente del Re Francesco II in esilio all’ombra di San Pietro; antico studente liberale, più sfortunato degli altri due combattenti, darà occasione a un singolare episodio di conversione religiosa, essendo pervenuto all’ingresso del Regno oltremondano.

  Nella capitale partenopea Gerardo, ridotto a vivere in povertà con madre e sorella, incontra Max, suo compagno d’arme della Guardia Svizzera durante l’assedio di Gaeta, da cui si allontanò per una missione speciale. Max Schaub procura l’arruolamento di ufficiali per le truppe che vanno formandosi in montagna. Mediante la conoscenza di Katia, una seducente contessa polacca, e a causa di una delazione alla gendarmeria, per cui a Gerardo è impedito il ritorno in famiglia, il suo ingaggio da capitano diventa inevitabile. Egli è provvisoriamente ospitato in una villa, bisca e ritrovo di piacere tollerato dalle autorità, frequentato sia dai liberali in carriera, che si servono del braccio criminale dei camorristi, sia da nobili borbonici, i nuovi cospiratori, che ricordano come l’oro dello Stato dalle finanze più solide d’Europa, sia stato asportato dal governo di Torino per rimediare al proprio deficit; e con l’oro hanno portato via fabbriche, lavoro e sangue. Dai conversari, appartati o no, emerge che il Borbone era più severo con le case da gioco, che Garibaldi faceva doni delle sue prede, che funzionari insediatisi in seguito ai torbidi del ’48 percepiscono paghe esagerate, che gli eroi intellettuali sul tipo di Settembrini fanno la bella vita, mentre i poveri sono più miserabili di prima e i lavoratori, gli artigiani sono oberati e immiseriti dalle tasse.

  La contessa, protetta dal console russo, vorrebbe che il prestante ufficiale, destinato a Potenza, restasse suo amante; gli offre lo stesso ruolo di Max: reclutatore dei suoi dispersi camerati. L’attrazione verso la donna gli si cangia in un senso di morte. Ella, che protesta di volergli bene, lo mise a rischio d’essere ammazzato dagli agenti camorristi, quando gli fu tesa la trappola a casa sua e si trovò fuorilegge. Egli partirà, munito di documenti falsi per un incarico di ingegnere delle acque e delle foreste.

  Frattanto, a Potenza, Andrea Guarna arrivato dalla Città Eterna, si reca dalla Priora d’un convento di carmelitane. È lontano cugino della monaca, una discendente della medesima casata dei baroni Guarna, scettica circa la sua missione militare. I piemontesi sono degli scomunicati, ma i Borboni ebbero il torto di tenere buono il popolo con la Religione. Il giovanotto non desiste, crede nella sua crociata.

  Il monastero viene espropriato per legge, le suore sarebbero ridotte allo stato di comuni cittadine. Ma la Priora, che ha ereditato una cospicua quantità di beni, trasferisce nel palazzo di città una sorta di convento clandestino, e vi ospita al piano inferiore Andrea come suo parente venuto ad assisterla. Sotto lo stesso tetto abita Matteo, un fratellastro della madre superiora, diseredato, ex carbonaro colpito da una condanna infamante, ora tenuta nascosta. Ora egli è massone, potente mestatore; e ha accanto a sé la figlia Isabellina, proveniente da un collegio svizzero, dove ha ricevuto un’educazione assai irreligiosa. Entrambi nutrono idee liberali e repubblicane, entrambi disuniti da inclinazioni divergenti. Tanto è netta lei, nella sua rigidezza, e fidente nel genitore, tanto da lui traspare il cinismo, e deve essere tenuto a bada dalla sorellastra, affinché non la denunci rovinando ciò che ella ha costruito.

  Ella lascerebbe i suoi averi a Andrea e Isabella, a patto che si uniscano in matrimonio. Con questo, mira a che la ragazza imbocchi la strada salvifica, e suo padre è tacitamente d’accordo, guardando all’eredità.

  Egli, capo della loggia dove pare si tengano anche riti satanici, è peggio che ateo – ha detto ad Andrea il canonico della cattedrale. L’ateo è un bambino, crede nell’irrazionale, ingenuamente non crede nel Creatore, quando il caso è disordine che non combina niente. Come un dipinto presuppone colori e pennello, così la natura. Sennonché, l’ateismo apre la porta all’idolatria, all’animismo, alla superbia di Adamo. E Dio ricaccia fuori i Matteo: nella contemplazione di se stessi.

  Sul cammino di Gerardo, a cavallo con un brigadiere suo sottoposto, ecco una torma di cafoni armati e soldati del Re. Vanno al castello di Lagopesole, raggiungono il bandito Crocco, che annuncia la dichiarazione di guerra al nuovo governo. La campagna porta a successive conquiste, sino all’espugnazione di Venosa. Il capitano che agisce sotto le mentite spoglie di ingegnere di lavori pubblici destinato a Potenza, passando Rionero, viene a contatto con la società di recente formazione (intendente, sindaco, Guardia Nazionale) o trasformazione (avvocato e possidenti banderuola). Nell’imminenza del pericolo, soltanto uno di loro manifesta propositi di eroico sacrificio. La progettata spedizione intesa a riprendere Venosa naufraga nella pioggia. L’avvocato dice che quanto avviene giustamente accade: la rivoluzione non è stata ideale, ma venale. La situazione socioeconomica è peggiorata per i poveri; prospera la corruttela.

  Un proprietario alloggia il funzionario di passaggio e gli mette a disposizione Juzzella, bellissima ragazza cafona: che gli allieti il riposo notturno. Un altro lo invita a pranzo. Un commensale alticcio si lamenta delle tasse, che prima non c’erano. Dal barbiere, il liberale deluso osserva che niente cambia: stessi signorotti e stesso malaffare. I rivoltosi sono vicini. Annotta. Al sottintendente lasciato solo, tocca l’amarezza di dover fuggire. Quei proprietari gli offrono un nascondiglio in una masseria, facendolo accompagnare dall’ingegnere, di cui conoscono la vera identità. Nuovamente, gli è stato teso un tranello: se egli e il brigadiere avessero soppresso l’intendente, sarebbero stati eliminati dalle guardie nazionali poste sulla loro strada, e con le quali l’intendente ha preso un’altra direzione. La balda ragazza schiava, strumento d’un padrone abbrutito dall’ingordigia, si è innamorata dell’ufficiale in incognito. Improvvisatasi cavallerizza, lo ha rincorso per avvisarlo della macchinazione; insieme si mettono in salvo.

  Abbraccio e bacio al riparo degli sguardi del buon brigadiere. Solito malinteso tra l’amore genuino della femmina perduta, ansiosa di rassicurazione e di purezza, e il trasporto del giovanotto, che non comprende l’inattesa eccessiva pudicizia. Un lampo lo illumina: devono ricominciare da capo.

  Intorno a loro, nelle campagne e nei paesi: incendi, uccisioni, violenze. A Rapolla, festa di popolo, Te Deum di ringraziamento. A Melfi, conquistata da Carmine Crocco, burrascosi festeggiamenti. Egli sembra voler reprimere disordini e vendette. Nella dimora del barone Rovecchia, Gerardo lascia Juzzella testimone dei fatti di Rionero. La baronessa la prende in custodia, ma l’indomita vuole seguirlo dovunque egli vada. “Servizio del Re” le si dice; deve ubbidire. Scapperà e sarà ricondotta alla ragione.

  Andrea Guarna ha combattuto a Venosa. I giovani ufficiali si trovano, dovendo intervenire al banchetto della truppa plebea e canagliesca, che si offenderebbe se non sedessero con lei. È già un segnale dei rapporti che intercorreranno fra briganti e militari di Francesco II. Il tenente Ugo Navarra dice che a Roma hanno riconosciuto Crocco comandante di quella masnada di cafoni. Egli occupa il posto spettante agli ufficiali regi stanziali, fa eco il maggiore Guarna. Navarra considera che tale regio esercito è esiguo di fronte alla massa degli zappaterra.

  A Barile, si svolge un combattimento cui partecipano Guarna e Navarra. Ai margini dell’abitato, Ugo si arrocca in una casa situata in posizione vantaggiosa. Vi abita una coppia di contadini benestanti; nell’assalto dei piemontesi, il marito resta ucciso. Terminati gli scontri, i piemontesi hanno ripiegato nei dintorni e il paese è in mano alla soldataglia. I paesani si scatenato contro le case dei ricchi, e si abbandonano a una specie di saturnale. Andrea resta disgustato e impotente a governare le cose. Poiché ci si vuole spostare a Rionero, in situazione meglio difendibile, Ugo va in avanscoperta con una pattuglia; ma vengono sorpresi, ricacciati. Egli resta ferito e, quando riesce a guadagnare la casa della vedova, dove sarà curato e nascosto, l’esercito italiano ha avuto il sopravvento sugli incauti vincitori; da un balcone penzolano cadaveri recanti un cartello con la scritta “brigante”.

  La formosa vedova Maria Palomba, che Ugo, per impulso inconsulto, ha baciato appena deposto sul letto il corpo esamine del marito, lo tiene con sé come fosse il suo sposo. Poi, lo trasporta furtivamente in una casupola nel bosco sul monte; ivi lo nutre e lo cura fino alla convalescenza.

  Egli, da studente idealista, anelante alla libertà d’istruzione, di letture e di opinioni, tornò al Re deposto (ma ancora sulla breccia di Gaeta), dopo che ebbe trovato sorella e cognato freddati in esecuzione d’un bando feroce contro chiunque sostenesse i ribelli, gli “scherani non di Cristo, ma di Satana”, contro “il sacerdotal vampiro che colle rosse labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra”. Ora, la colpa commessa dagli sposi consisteva in due ritratti del Sovrano spodestato e della Regina, riposti in un cassetto e rinvenuti quasi per caso dallo zelante generale Pinelli estensore del bando, cui i disgraziati avevano dato ospitalità.

  Sul Vulture è primavera inoltrata. Quattro capi briganti senz’armi transitano su un pascolo. Andrebbero a rifugiarsi nello Stato della Chiesa. Melfi, Barile, Rionero sono cadute. I quattro saranno catturati e tradotti a Potenza.

  Ugo ama la villica Maria Palomba. Si sta rimettendo in forze e il suo amore ricambiato prende corpo, coinvolge i sensi. Un giorno, presso un’invitante pozza del torrente, la calura precoce gli suscita il desiderio di un bagno svestiti entrambi completamente. Vinto il pudore della donna, egli si volge ai miti greci, al concetto della natura in sé sovrana, quasi che l’uomo ne sia stato espulso, quasi che la vita delle cose abbia allontanato questo essere pensante e dal pensiero differente. La nudità umana forzerebbe il mistero della natura, che incute timore perché non ci appartiene.

  In quella, vengono scorti da una pattuglia di carabinieri e Palumba è colpita a morte. I militi non hanno ancora individuato il loro riparo. Un altro significato sorge dalla morta nudità, che è subito assoggettata agli insetti, alla corruzione e spegne il desiderio. Sua sorella e suo cognato fecero una morte cristiana; per Maria Palù è stata pagana. Egli ricopre alla meglio la spoglia con erbe e zolle. La ragione illuminata in cui ha creduto non risponde alle sue domande sulla vita, sulla carne. Pur stentando a riammettere Dio nel proprio orizzonte, il bacio dato alla fresca orbata del suo uomo, davanti alla salma, sa di profanazione, di peccato, di colpa da vendicare e ora vendicata. E Dio non è giusto? “E quei gaglioffi dei filosofi, dei politici vanno dietro le peste vane, come i cani […] Niente sentono, niente vedono, e questi due fatti grandi, infiniti non li conoscono: morte e amore”. Qualcosa di incompiuto lo trattiene lì, nonostante rumori sospetti nei paraggi. Ci fu un tempo in cui, da ragazzo, fu buon cristiano. Che altro resta, se non riconciliarsi col Signore? S’inginocchia a pregare; prega per Maria Palù: che per un filo di vita si sia pentita. Nel suo raccoglimento, i carabinieri non si trattengono dallo sparargli e muore.

  Sfogati gli impeti rivoluzionari e riempita la pancia, la plebe ha abbandonato i comandanti. Smorzata la vampa dell’insorgenza antiunitaria, l’avvocato (che non esercita) Matteo e il barone (di esigua proprietà) Guarna rientrato nel capoluogo, riprendono i loro rapporti ipocriti e malfidi. I piemontesi si sono portati male avendo depredato le banche napoletane e pretendendo di convertire la gentucola alle idee liberali, mentre sta sotto il torchio delle imposte. A queste ammissioni, don Matteo contrappone un’Italia fatta grande e, nel contempo, il cosmopolitismo. Inoltre, stima il suo interlocutore, quantunque sia un reazionario. Il reazionario nega di esserlo, si dice indifferente. Ma, entrata, Isabellina, chiedono che cosa gli interessi. Lei, gli interessa, dichiara lui sconcertandola. Sicché gli piovono addosso le accuse d’essere conformista e bugiardo come è solito dei cattolici osservanti. Essendosi schermito col voler tenere per sé le proprie mire, e con la sua venuta costì giacché a Roma era a corto di quattrini, Andrea attacca il libero pensiero femminile e quello generale: libertà delittuosa, impietosa, corruttrice, menzognera. “Le verità dei vinti sono bugie, e le bugie dei vincitori verità”.

  A sorpresa, il padre conviene che il collegio elvetico ha guastato la ragazza. Egli disprezza Mazzini per la sua effimera innovazione religiosa. “Dio e popolo” è una falsa concezione. Meglio Pio IX con la sua tradizione religiosa vagliata dai secoli. Tuttavia egli è ateo, libero, senza dei. Invece ha sorpreso sua figlia in preghiera; chi sa quale sia il suo pensiero?

  Rimasti soli i giovani, la ragazza, che lo considera un relitto del medioevo, chiede se fu lui a mettere in testa alla zia il loro matrimonio. Ella persiste a vederlo coi vizi attribuiti dai calvinisti ai cattolici, ed egli replica con carta e penna. Scrive una dichiarazione di rinuncia a sposarla. Ciò sortisce il duro disinganno di Isabellina; quindi, le piane osservazioni della zia Priora, per la quale l’impegno assunto non ha valore, caso mai l’impulsivo decidesse di ripensarci. Ad ogni modo, sia egli di aiuto alla nipote.

 Riguardo ai tempi calamitosi, in mancanza di un esercito regolare, di consistenti aiuti che vadano a buon fine, ella spera ormai nel nemico. Andrea obietta che i piemontesi privilegiano la fazione; altro che unità! Bramano la sottomissione del vinto. Non credono in se stessi, nella propria causa. S’illudono facendo la leva dei soldati nel Regno delle Due Sicilie. Egli fa assegnamento sui disertori. I cafoni starebbero tranquilli, se il governo non facesse le rappresaglie e non li sottoponesse a ogni genere di estreme restrizioni. Fucila, impicca, incendia, massacra gli innocenti. Ci sarà guerriglia di contadini; ma lui è un soldato…

  Don Matteo invita il cugino retrivo a una riunione di notabili nella sorta di club stabilito al pian terreno. Venga, o sembrerà sospetto. Il clima di intrigo e di diffidenza si ispessisce sempre più: il contrario dello spirito militare. C’è anche qualche congiurato borbonico, di quelli che aspettano ordini, sovvenzioni; intanto stanno a vedere. Un giornalista parla del brigantaggio sgominato: quattro capibanda arrestati. Si temono le efferate ritorsioni a danno dei maggiorenti. Scambi di vedute tra il colonnello dei carabinieri, superficiale denigratore, e un avvocato. False versioni sugli avvenimenti bellici. Di soppiatto, il commendatore don Ciccio, il vice-intendente, fissa un appuntamento al giovane Guarna.

  Isabellina in ambasce, rimesta nel suo amore infelice, nel rifiuto della sua persona, le questioni che vi attengono. Confida nella Priora; prende in considerazione Dio, in cui crede Andrea. Scesa in biblioteca a cercare un Vangelo, vi scopre socchiuso un passaggio segreto, che immette in una stanza oscura in cui troneggia un cataletto, con teschio e ossa. Nella stanza accanto suo padre sta celebrando l’investitura di un libero muratore. La ragazza si ritira indignata e, suo malgrado, divertita dal rituale superstizioso, risibile avendolo adottato un individuo agnostico, uno che si burlava dei carbonari e delle loro credenze.

  Dal luogo dell’appuntamento, don Ciccio conduce il suo neofito a un convegno ben dissimulato su una terrazza di abitazione addossata alle mura, alla quale si accede bensì da una rampa che sale dalla campagna. Attorno alla tavola dove si mangia e beve in abbondanza, c’è il commilitone ufficiale dei lancieri Gerardo Satriano, un funzionario di ufficio pubblico, un frate, un custode delle carceri. Carceri orribili, costui riferisce. Carcerati politici senza valida accusa: per vendetta, per spoliazione, accusati d’essere manutengoli dei banditi. Mille detenuti dove c’è posto per ottanta. Molti infermi privi di cure.

  Il commendatore apre la seduta in nome del Re. Si conta sull’Austria e sulla leva. Il popolo non basta contro i soldati. Occorre un esercito che compaia e uno tenuto celato: loro, il comitato lucano e vari circoli segreti, simili a quelli dei cospiratori avversari, sino all’insurrezione, sino alla presa della città. Ognuno dei presenti ha uomini da fornire, il momento venuto. Il frate avverte che i preti di Potenza sono “eretici, scismatici e ribelli”, formano una mezza compagnia della Guardia Nazionale.

  Totonno Mazza, omaccione sbracato e ridanciano: “Io tengo in mano i faticanti, i mastri d’ascia, i muratori, i carrettieri, i zappaterra, tutta la cafoneria. Mo’ se chiagneno l’anima loro e maledicono i galantuomini che l’hanno fatti fessi co’ sta bella libertà… Chi magnava poco, mo’ se more ‘e famme… Tutto fermo, denare non se ne vedono, curreno sulo ‘e tasse… Ogni giorno ne nasce una nuova ca te mette la pistola ‘n canna e si nun paghi, spara. E poi dicono dei briganti! […] Vonno chesto, vonno chello, contrattano, alluccano, scrivono ncoppe ‘e carte, e poi? Poi nisciunno paga. Dice che pagheranno, che li cunti hanno da ì nfino a Turino…”

  Le guardie forestali sottoposte a Gerardo sono per il re Francesco. Don Ciccio elenca di nomi dei  traditori, dei venduti, dei passati ai Savoia, che saranno sterminati. Andrea Guarna è designato comandante militare della piazza di Potenza conquistata.

  Per strada, Gerardo confida all’amico che Juzzella è venuta da lui. Egli si trova in pericolo perché la sua padrona di casa, con cui intrattiene una relazione, è gelosa, bisogna che Andrea procuri alla ragazza una sistemazione sicura. E sarà nel convento della Priora. Ma la magnifica cafona ricalcitrante, blandita e doma, reca scompiglio nel palazzo, anzitutto nella vergine Isabellina, che assiste alla passione immodesta dell’impura, tuttavia animata da un amore in fondo simile al suo per il cugino. Con lui ella scambia un bacio spontaneo, non appena Gerardo è uscito dal portone.

  La domenica è la festa dello Statuto: il patto stabilito tra re e popolo. Allora viene in evidenza, sboccia impudico e retorico il contrastante mondo delle gerarchie in divisa e dei potenti nativi di Basilicata, con le loro signore variegate e provincialotte, dei settentrionali prevenuti e rigidi e dei meridionali libertari, alcuni coraggiosamente critici o conformisti infidi. Tra le autorità figura un arciprete “di quelli che non vogliono portare la talare”. Nel suo discorso, il sindaco inneggia a Federico imperatore, antesignano dei tempi moderni, che sfidò la scomunica del papa. Il prete liberale acconsente. Un ometto fa segni di diniego: è Rocco Brienza, spretato: reclama che si celebrino anzitutto gli eroi del paese, ai quali anch’egli appartiene. La Marcia Reale spezza l’imbarazzo. Segue il ballo, con gli assurdi miscugli di ufficiali superiori sabaudi, che parlano poco più del francese, e dame spaventate oppure gioconde.

  Enrico Maffei contesta la fratellanza, l’uguaglianza che sarebbero instaurate, soltanto immaginate dai congiurati sotto la vecchia maestà. Le genti del Sud sono ritenute inferiori. Don Enrico difende il Regno delle Due Sicilie dalle denigrazioni di Gladstone, recepite dai subalpini. Fu esule in Inghilterra: paese freddo, spietato, altezzoso, dove i poveri stanno peggio dei lazzari partenopei. E Ferdinando impiccò e fucilò molto meno dei Savoia. Gli ideali sono discutibili, ad ogni modo contano molto meno degli uomini. Un ex detenuto conferma che in galera si potevano comperare i polli. Totonno Spera biasima l’invidia dei napoletani, che perse il Re quando prese piede la voce che era un uomo uguale a tutti gli altri.

  L’agitazione che accompagna l’arrivo della corriera interrompe i malumori e le proteste dei rappresentati del Nord, spegne tutta l’aria festosa. Un gruppo di renitenti alla leva è stato liberato dai reazionari che, dopo aver massacrato i carabinieri di scorta, hanno assalito la diligenza potale, su cui è riverso esamine e  insanguinato il postiglione. Gli hanno legato al collo la scritta “spia”.

  Isabellina, che ha visto la scena truculenta, scrive all’amato che non può più volergli bene, sapendo da che parte egli stia; non vuole amare visceralmente come fa l’innamorata di Gerardo.

  Andrea riceve l’invito a presentarsi per essere arruolato nella Guardia Nazionale; accantona la lettura della missiva; si reca all’ufficio, dove è forzato ad aderire alla chiamata. Invece, Gerardo ha l’esenzione da preposto alla Guardia forestale e intende trasferirsi a Napoli, dove i borbonici sono lasciati tranquilli, anzi vengono impiegati contro i rivoluzionari mazziniani. Si riunirà a madre e sorella, che è in procinto di sposare uno del Settentrione. Egli si toglie dagli insidiosi affari carnali e di cuore; non si fida delle trame di don Ciccio; e l’amico e superiore nel grado non gli imputi la diserzione, perché in città si tiene il processo a carico dei possidenti di Rionero, che potrebbero farlo scoprire citandolo a loro discarico. Si rechino piuttosto loro due dal Re a Roma, per vederci chiaro. Andrea rimane. Egli ha il parafulmine di Isabella e di suo padre massone, Gerardo osserva. Per giunta, Katia, la maliarda che a Napoli lo cacciò nel passaggio obbligato per cui è giunto fin qui, soggiorna in città, presso l’intendenza del generale Chabet. E ha finto di non conoscerlo. Si destreggia tra gli ufficiali e dietro il paravento del marito, nel suo doppiogioco politico e d’alcova.

  Letto il foglio di Isabella, Andrea le risponde che anche lei è complice di assassinii. Soltanto il Papa ha alzato la voce per rivelare la violenza omicida della nuova Italia. Inascoltato. Il patriottismo assassino di tutta Europa riversa calunnie sul pontefice.

  Andrea torna all’abitazione di Gerardo. Nel vicolo: subbuglio di gente e di carabinieri. Un milite ferito grave. Katia ha denunciato quello che fu il suo amante di pochi giorni, sacrificandolo ai propri disegni o alla propria credibilità. Egli ha sparato, è riuscito a sottrarsi alla cattura attraverso il dedalo tra le vecchie case a ridosso della cinta muraria. Lo ha guidato il gobbo; lo accompagna all’aperto fratello Anastasio, che gli porge un saio con cui camuffarsi. L’organizzazione clandestina ha funzionato.

  Con ragione Andrea subodora un’intesa fra don Ciccio e don Matteo. Questi lavora per il successo degli insorti, fiducioso che Napoleone III abbia in animo di mettere sul trono di Napoli il figlio di Gioacchino Murat; e questa riuscita preparerà l’avvento di una repubblica anticattolica.

  All’elezione di rozzi graduati della Guardia Nazionale, Andrea è nuovamente costretto ad accogliere la propria elezione a loro comandante. Il suo rifiuto (rifiuto di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele II) è vanificato dall’ammonimento del cugino, che suona come una minaccia. Però  l’ambiguo segretario che redige il verbale del giuramento, fa in modo che esso risulti ambiguo.

  Gerardo alla macchia. Accanto a una casa isolata, bruciata, cinque teste mozzate in cima a pali. Il macabro sconcio rispecchia la criminalità degli ungheresi garibaldini, mercenari dell’esercito sardo. Il frate e il suo finto confratello, diretti ad Avigliano, si fermano a un casolare avente sulla fronte un singolare arco a sesto acuto. Dentro, li accolgono due ventenni attraenti, sorelle fattucchiere. In fondo alla cucina, oltre il grande focolare, giace su un talamo e oltre un tendaggio la vecchia madre inferma, autorevole e ammonitrice. Il sindaco ha permesso che stessero in campagna, dove la legge vieta di abitare, perché coi loro sortilegi hanno reso favori di magia bianca e nera a lui e a sua figlia. Colei che rade a Gerardo i baffetti, propri dell’ufficialetto, indovina i suoi guai amorosi, e prova a sedurlo approfittando dell’effetto prodotto dallo strano vino offertogli da bere; intanto che l’altra ragazza fa col monaco conteggi di denari incassati dai paesani bisognosi di speciali assistenze.

  Ora, l’ufficialetto di repente assurto ad alto grado è a capo d’un reparto di cavalieri annesso alle bande di Crocco, sulle alture sovrastanti Rionero. Con i briganti, che stanno terminando lo scavo d’una trincea, compare l’elegantone Calandra, signore, studioso e possidente. I proprietari e i dotti hanno rovinato Napoli, egli dice. Parla un cafone: c’è chi nasce bello e chi nasce brutto, sano o malato, così uno nasce ricco e uno povero. Ma prima gli zappaterra campavano, adesso fanno la fame; i padroni sfruttano i giornalieri più che mai. E, quando si stanno raccontando le crudeltà micidiali dei garibaldini, di Bixio condottiero, l’esercito del generale brigante, che dispone di mille uomini tra i quali molti ex soldati, è preso di mira da una colonna dell’esercito. Sarà una battaglia in piena regola, con assalti, offensive di fronte e sulle ali. La cavalleria di Gerardo opera vantaggiosamente. Crocco sfrutta il vantaggio del terreno, la posizione elevata sul letto del fiume che il nemico è obbligato ad attraversare. Il combattimento si risolve all’arma bianca, e il nemico batte in ritirata.

  Nel convento del terzo e ultimo piano, Juzzella soffre la fame alla frugalissima mensa delle religiose; patisce i rigori della regola cui occorre ella si adegui. Invano, la Priora – pure comprensiva – le insegna i giovamenti della regola, le espiazioni per il mondo peccatore; invano spera che ella si redima e rimanga. Juzzella, saputo che Gerardo sta coi briganti, è contenta: così le loro condizioni si avvicinano. Ella scapperà, lo raggiungerà, diventerà brigantessa.

  La Priora si accusa di colpa grave per aver ricevuto le proprietà ereditate, quando le costituzioni dell’ordine monastico lo vietavano. Vuole essere punita; allo stesso tempo lotta contro la tentazione dello scrupolo eccessivo. La sua salute è molto peggiorata. Si chiama il medico e il confessore.

   Uscendo fuori, sulla soglia Andrea s’imbatte in Langlois, generale del Sovrano, incontrato al castello di Lagopesole. Sta andando a trovare don Matteo. Andrea è giunto al limite della sopportazione. Basta con l’incertezza e coi sotterfugi! Gli urge mettere alle strette il vice-intendente don Ciccio intorno ai suoi rapporti con il capo della loggia e con Langlois, giunto a Potenza scortato dai carabinieri. L’altro ritarda il colloquio, afferma di non conoscere le ragioni di quella venuta. Forse è l’approccio per una trattativa. Esclude un tradimento. Del resto, il generale non ha niente a che vedere coi briganti. Qui non si sa chi sia il vero capo. A Roma i capi sono tanti. Qui ci sono diversi circoli protetti dalla segretezza, assai indipendenti. Lo informa che Juzzella, arrestata, adesso serve nell’alloggio del delegato piemontese. Che provvedimenti vuole che egli prenda? Farla condannare affinché non parli rinchiusa in una cella?

  Anche il canonico don Vincenzo Stella sa che il neoeletto comandante della Guardia è nei pasticci, e non si tratta di guerra. Gli propone di confessarsi, ma il giovane è troppo inquieto. Certo, le iniquità dei conquistatori, ma chi ha Dio con sé? osserva il sacerdote. Le Sue vie non sono le nostre. Egli consente ai cattivi di trionfare; lascia all’uomo la libertà. Un sogno visionario, avuto in punto di morte, gli fece intendere che ognuno si giudica già da solo: alla luce della Verità. L’attuale peccato maggiore è l’idolatria. Quanti onorano i nuovi idoli: patria, nazione, malintese, e la falsa libertà, la forza bruta, il sesso, i piaceri ciechi! “Adulteri, pubblici peccatori, indemoniati, guideranno il popolo ad adorare lo sterco. E questo chiameranno progresso. E il signore Iddio lascerà fare affinché tutto si sgretoli e cada, e gli uomini piangeranno vagando nelle tenebre tra i resti infami della nuova Babilonia distrutta”. Questo “per la nostra salvezza, perché ci possiamo conoscere dentro la verità del dolore”. La superbia ha provocato la rovina del regno terreno, avendo posposto il Regno di Dio che non dà onori e soddisfazioni all’amor proprio. “Nel ’48 i nostri deputati al parlamento si ribellarono perché il Re gli voleva imporre un giuramento di fedeltà alla Religione cattolica”. “Sai qual è il peccato più grosso per noi sacerdoti? L’omissione”.

  Don Vincenzo gli consiglia di tornare a Roma. Qui regnano l’ingiustizia e l’empietà. Egli è solo, tra gente che agisce per bassi scopi. Un altro nobile, Achille Caracciolo di Girifalco sbarcò in Calabria col generale catalano Borjes. Visti gli uomini ignobili che lo attorniavano, ripartì. Andrea non si arrende, è soldato. Alle crociate benedette dai papi parteciparono cavalieri rapinatori, violatori; e la difesa di vita, patria, famiglia, onore giustifica i mali della guerra. Tuttavia esce dall’abboccamento insoddisfatto e senza sacramento.

  A casa, don Matteo ritiene opportuno dare la sua versione chiarificatrice del fatto del generale Langlois; espone il suo giudizio complessivo. Don Ciccio era al corrente, essi lavorano per fini analoghi. I briganti non hanno futuro: sono costretti alle razzie, le campagne soffrono, i disordini danneggiano tutti. I reazionari sono disorganizzati, le loro perdite sono eccessive. Non giungono di disposizioni, armi, denaro. I liberali, i piccoli proprietari cercano un accordo per l’ordine. Le sorti dipendono da un intervento della Francia o dell’Austria. Ma l’intervento, che egli confida sia francese, abbisogna d’una sostanziosa ribellione contro gli occupanti. Egli bada al proprio interesse, giocandosi la sua posizione nel giro della massoneria. Infine, promette di liberare Juzzella.

  La Priora, prossima alla fine, dà luogo a una delle più forti scene del romanzo, in cui, presenti i parenti, le suore, il direttore spirituale con i sacramenti, ella conferma al notaio le sue ultime volontà testamentarie. Quasi tutta l’eredità è destinata a Vittorio Emanuele II per la fondazione di un orfanatrofio in terra lucana; il resto, una casa colonica, andrà alle sorelle, e un crocifisso a Isabellina. Don Matteo esce dalla mistica stanzetta imbestialito. Un moto più intimo del pianto scuote la nipote, che ha veduto la buona morte. Un nuovo bacio furtivo, di consolazione, suggella il commiato dei lontani cugini.

  Poi, Isabellina manifesta a suo padre l’intenzione di sposare Andrea. Egli s’infuria, trascende con parole aspre e ingiuste. Ha appreso che Luciano Murat è caduto in disgrazia presso l’imperatore e l’alta massoneria. Anch’egli finirebbe per essere una nullità, ma continua a puntare sulla fortuna del figlio di Gioacchino. Lanci e rinvii di denigrazioni e di biasimi. Andrea possiede poco, è un borbonico clericale, compromesso tanto da correre un serio rischio. – Che importa! è un essere diritto, leale al suo Re; l’opposto di chi tradisce l’Italia da esterofilo. – Lei di quale onore va cianciando? Lei, posseduta della sensualità a dispetto della cultura e dell’educazione.

  Juzzella, ricondotta nell’abiezione tra le quattro mura del delegato Firmino Rua, medita di ucciderlo. Un biondo tenente dei carabinieri viene a prelevarla. La ragazza sembra una damigella, rivestita a cura dei suoi protettori, che hanno dato una buona lavata di capo al mascalzone, e non può fare a meno di accrescere i desideri del prestante ufficiale.

  Questi conduce la colonna in partenza per Melfi. Nella carrozza che trasporta la ragazza, sale un vecchio antipatico, dall’aria aristocratica. Si è assunto il compito di consegnarla nientemeno che a Gerardo. La diffidenza, lo sporco che le resta addosso del delegato, l’esteriore aspetto rassicurante del tenente, il quale durante una sosta le propone di portarla con sé alla sua destinazione di Foggia, dove la famiglia di un fattore venuto nelle Puglie dal loro paese le darebbe alloggio, tutto ciò la turba; la scoraggia il poco amore di Gerardo per lei, stanca di traversie. Ella non segue il signorone, che è Langlois e prosegue con il convoglio. Il carabiniere viene a sederle accanto, nella prosecuzione del viaggio diretto a Foggia e che tocca Rionero, ove ella potrebbe rischiare di riprendere la vecchia vita, se non accettasse l’offerta del biondo forestiero, per esserne in seguito nient’altro che l’amante. Uno sparo. Egli deve uscire e stare all’erta. Passano vicino al canneto all’ombra del quale, nella notte della fuga, si purificò il sentimento amoroso, prima mescolato ai sensi avvincenti lei e Gerardo ospite del padrone mezzano. Nella nostalgia, una freddezza irresistibile la pervade. E su questo distacco dalla nascente avventura, sfuma nell’ignoto l’avvenire di Juzzella perduta.

  Potenza a sera, nel piovoso novembre. Il Corriere Lucano annuncia la disfatta dei briganti. Clamori e tripudi. Al casino degli ottimati, Andrea è invitato a brindare. Risuonano gli zoccoli d’una cavalcatura montata da un capitano ferito e lacero, che dà l’allarme. Arrivano i fuorilegge! Ma sono stati loro a spargere la falsa notizia, per sorprendere la città impreparata. Si apprestano le difese. Andrea schiera la Guardia Nazionale in piazza Sedile, di rimpetto all’andito del palazzo in cui i pezzi grossi stanno sul chi vive. Il suo torvo tenente Tortorella è pronto a scatenare gli uomini, a scannare i liberali. Ecco sopraggiunto don Matteo: va bene che i briganti non godano più della sorpresa: saranno maggiormente trattabili. Il comandante della Guardia avrà il compito di chiudere nel palazzo i capi militari e civili che vi si sono radunati. Andrea è perplesso circa il suo potere di comando, di controllo dei comportamenti disumani e preoccupato del proprio tradimento. Il pensiero che il popolino è stato tradito dai vincitori non è sufficiente a tranquillizzarlo. Passano le ore. Inutili tensioni dell’attesa. I borbonici, paghi di aver preso Vaglio, hanno arrestato l’offensiva.

  Insanabile, la disparità di intenti e di strategia fra il generale Borjes e il capopopolo Crocco. L’uno, già ufficiale carlista, partigiano politico, adattato alla guerriglia. L’altro, ladro, assassino, gaudente, disertore dell’armata napoletana, garibaldino e di nuovo disertore, sobillatore di rivolta contadina. Nell’avanzata da Melfi, l’iberico condottiero, che con mille fanti e tre squadroni di cavalleria ricacciò il piccolo esercito del generale Dalla Chiesa, ammise di non avere forza e autorità per impedire le soperchierie brigantesche. Fu costretto a desistere dal dare l’assalto a Potenza, venendogli meno l’alleato Crocco: consapevole che la conquista lo avrebbe fatto scadere al rango che gli competeva. Il tradimento dell’insofferente di ordine e moralità si compì quando screditò Borjes come inetto presso gli altri capibanda, e lo vendette a Langlois, che lo rivendette – per volere di Napoleone III – ai piemontesi. Borjes venne ucciso dai bersaglieri mentre stava recandosi da re Francesco a prendere consiglio. Crocco, invece – annota sempre l’autore – dopo la cattura (1864) non andò al patibolo, ma all’ergastolo di Portoferraio.

  L’ultimo capitolo del romanzo rivede Gerardo solo e povero. Due mesi prima, i regi si erano divisi  dai briganti, che riprendevano la via delle foreste. Una goletta proveniente da Salerno, su cui hanno procurato al reduce un passaggio, lo ha sbarcato a Civitavecchia, piazzaforte di cui francesi e pontifici si dividono il dominio. I marinai contrabbandieri l’hanno depredato del denaro, ma egli rinuncia a denunciarli. I francesi possono arrestare il borbonico per consegnarlo al governo italiano. Egli aspetta di prendere il treno; il prossimo parte l’indomani. A Roma cercherà l’appoggio di Andrea, che ha sposato Isabellina, e lo salvarono lo zio monsignore e lo stesso Pontefice. Don Matteo l’avrebbe denunciato responsabile di alto tradimento. Don Ciccio sistemò la canaglia rivangando la sua condanna per la soppressione d’un confratello carbonaro. Su una banchina del porto, un camerata rischiara il rannuvolamento di Gerardo. Il collega gli racconta d’essere stato arruolato per combattere in America nella Guerra di Secessione. Gerardo, indisposto a elemosinare sistemazioni e stanco di guerre italiane, è propenso a seguire costui nell’avventura mercenaria. Anche qui c’è di mezzo la moglie dell’americano che provvede al reclutamento. Proprio lo stesso che a Napoli. Al posto di Katia si trova una Kate.

(fine)

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