Cattivi bidelli: Luciano Moia & C. – di Marco Manfredini

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La grammatica della dissoluzione su Avvenire                                                                                      

di Marco Manfredini

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La categoria dei cattivi maestri in questo caso era un po’ troppo altisonante, molto più calzante mi è parsa quella dei “collaboratori scolastici”, detti anche “personale non docente”, rientranti nella sigla “ATA” in qualità di “ausiliari”, insomma i bidelli: anche loro lavorano nel settore dell’istruzione, anche loro svolgono un ruolo indispensabile, ma lo fanno in modo molto più modesto e discreto, anche se a volte più incisivo di certi insegnanti.

Per qualche strano motivo a me ignoto, continuano ad arrivarmi nella posta un paio di numeri di Avvenire alla settimana. La cosa non mi dà particolare fastidio né mi impressiona più del necessario; dai tempi dei primi tarquiniani sbrodolamenti per la venuta dell’austero messia mandato da Goldman Sachs nel 2011 al fin della nostra salvezza economica, sono vaccinato alla lettura di qualsiasi corbelleria; occorre solo stare attenti e non lasciare il quotidiano in giro per casa, essendo che vi scorrazzano dei minori, i quali potrebbero crescere pensando che Monti sia stato veramente un salvatore della patria[1], che i leghisti siano tutti energumeni con ascelle maleodoranti, che Enzo Bianchi sia un maestro di spiritualità cristiana, che l’Islam sia una religione di pace, che Trump sia  cattivo, Putin cattivissimo, e Orban poco meno che nazista, mentre Mattarella (al pari dei suoi tre predecessori) sia un gran presidente, che Renzi sia cattolico, l’Unione Europea una cosa sensata e l’euro irreversibile[2], che la riforma luterana abbia fatto bene alla Chiesa[3], che sulle Dat sia “necessaria una buona legge”[4], e che in Vaticano… beh, ci siamo capiti.

Insieme al succitato giornale, che mi sembra di ricordare una volta fosse cattolico, esce mensilmente un inserto chiamato “Noi – famiglia & vita”, che una volta, mi pare sempre di ricordare, aveva come scopo di difendere la famiglia e la vita: dico una volta, perché da quando è uscita Amoris Laetitia ha assunto forma e contenuti di bollettino ufficiale in difesa di quest’ultima. Non credo si sia mai verificato che un’esortazione papale abbia avuto a disposizione un foglio mensile con l’unico scopo di farla digerire alla base a suon di panegirici. Da oltre un anno infatti il lettore di Avvenire & Inserto è massacrato da Quanto è bella AL, Quanto è bravo chi ha scritto AL, Quanto è misericordiosa AL per non parlare di chi l’ha scritta, Quanto sono brave le coppie che trasgrediscono la dottrina cattolica grazie ad AL, eccetera, il tutto grazie all’instancabile lavoro del giornalista Luciano Moia, massimo esegeta divulgatore della bellezza amorislaetitiana.

Moia si occupa spesso di questioni delicate, quelle questioni da maneggiare con molta cura perché rappresentano gli argomenti che la modernità utilizza per illudere e ingannare l’uomo. Scrive cercando di contrastare eutanasia, pillole abortive, fecondazione assistita e teorie gender, salvo poi adottare la tipica terminologia di sfondamento di questa nefasta ideologia: parole come omofobia, sessismo, orientamento sessuale, femminicidio, hanno trovato calorosa cittadinanza tra le episcopali pagine. Vale a dire che gli elementi di base per assicurarsi di perdere questa battaglia, ammesso che qualcuno la voglia realmente combattere, sono in gran parte già beatamente adottati. Se, in uno scontro culturale si parte accettando le forzature linguistiche inventate dal nemico al fine di squalificare ogni voce dissonante, le possibilità di spuntarla sono sin dall’inizio inesistenti.

A nulla serve che sullo stesso giornale tenga una rubrica settimanale il Liverani esperto in antilingua. Per Moia e Avvenire la categoria cristiani LGBT é tranquillamente accettata come dato di fatto, tralasciando (o ignorando?) che LGBT non ha lo stesso significato di omosessuale,  identificando questa sigla un movimento internazionale che sostiene cose esattamente opposte rispetto a quelle da sempre insegnate dalla Chiesa in materia di sessualità e costume. Mettere tranquillamente in pagina un reportage sul Forum dei cristiani LGBT [5] svoltosi ad Albano Laziale nel maggio 2016, equivale a scrivere di cristiani anticristiani senza intravedere alcuna contraddizione.

Per rendersene conto basta leggerne qualche estratto. Un forum con tante domande, a cui da importanti prelati sono state date risposte del tipo:

La condizione omosessuale non è un problema per la fede, semmai una opportunità di progressiva comprensione dell’essenziale.[6]

Da cui, tra le tante osservazioni che si possono fare, emerge una conferma: quando vogliono rifilarci una patacca colossale, ce la rivendono come opportunità. E i preti a quanto pare non fanno eccezione. Sempre durante questo forum, grandi esperti si sono retoricamente domandati:

Davvero la dottrina della legge morale naturale applicata alle questioni di morale sessuale non permette un’integrazione delle istanze provenienti dalle minoranze sessuali? Nella ragionevolezza della dottrina morale quale posto si può trovare per l’amore omosessuale?
Fino a che punto possiamo spingerci nel valutare la presenza di omosessuali, transessuali, bisessuali nel piano di Dio? [7]

Domande che se il clero non avesse abdicato al suo ruolo si risolverebbero rapidamente con risposte  poco più che monosillabe, senza bisogno di circensi ermeneutiche.

Domande che invece, ci informa soddisfatto Moia:

Tornano adesso nelle associazioni, nei gruppi di preghiera già impegnati in percorsi di ascolto. Una rete più vasta di quanto ci si possa immaginare. A dimostrazione che questa realtà esiste, bussa alle porte delle nostre comunità e chiede spazio, ascolto, accoglienza non discriminante. Tanto che anche l’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia ha avviato un sondaggio per censire le proposte di accompagnamento rivolte alle persone omosessuali presenti nelle comunità e per valutare iniziative future.

Sempre a cura di Moia, il 22 gennaio 2016 troviamo sul giornale nientemeno che “Il dibattito” sulla omogenitorialità, come se un dato di fatto naturale possa essere sottoposto a democratica discussione. Quel giorno viene dato su Avvenire egual spazio alle due scuole di pensiero:

Genitori omosessuali, c’è differenza? Lo psicanalista Ricci: sì, è un peso sui bimbi. La neuropsichiatra Costantino: no, dati Usa lo negano.[8]

Solamente sull’ultimo numero dell’inserto mensile[9] possiamo trovare una raffica di articoli che già dal titolo farebbero “venire i capelli ricci a un calvo”:  si parte da “AL? Un capolavoro. Leggetelo”, passando per “La bella stagione di Amoris Laetitia” e “AL, svolta per la teologia morale?”, fino a “Amoris Laetitia, capolavoro e magistero non opinabile”.

Con intento celebrativo, leggiamo nell’introduzione al dossier (indovinate su quale argomento), dalla penna di Moia:

A oltre un anno dalla pubblicazione, anche gli osservatori più indifferenti e più dubbiosi si stanno accorgendo che quello determinato da Amoris Laetitia è una sorta di effetto valanga da cui non si può sfuggire. [10]

L’effetto di comicità involontaria è assicurato; il pensiero infatti è condivisibile, ma naturalmente in chiave opposta: come ogni valanga anche AL, da quando è stata pubblicata sta travolgendo, asfaltando, riducendo a brandelli ciò che vi sta sotto, cioè il mondo cattolico. Non c’è bisogno di soffermarsi su questa evidenza.

Non soddisfatti, i nostri riformatori si interrogano in merito alle strategie per rendere efficace (alla stregua del Sinodo a cui siamo sopravvissuti) anche il prossimo incontro mondiale delle famiglie.

Come tradurre questa nuova visione [di AL, ndr] della realtà familiare nelle prospettive di una pastorale meno elitaria e più concreta nell’impegno di accogliere l’alternanza di luci e ombre, è uno degli snodi più impegnativi a cui dovranno dedicarsi gli addetti ai lavori.

Gli addetti ai lavori hanno la strada spianata: dopo l’esortazione, e grazie al suo esempio, basta cambiare tutto dicendo che non cambia nulla; lasciando intendere per ammiccamenti il contrario di ciò che si afferma poco prima o poco dopo. Il tutto cercando di non dare troppo nell’occhio, magari mettendo in nota l’ordigno esplosivo.

Sarà una pastorale “meno elitaria”? Mi si conceda qualche dubbio, visto che è la stessa pastorale che auspicano le elite da svariati decenni; diciamo non meno elitaria, ma certamente più aleatoria[11]. Per cui state tranquilli:

Il rinnovamento è solo all’inizio.

Ma non ci sono segreti per nessuno, e i trucchi filosofici per proseguire nella demolizione controllata del pensiero cattolico sono presto e apertamente svelati:

La centralità della coscienza – che si richiama alla lezione del Vaticano II  [non avevamo dubbi, ndr] – l’esigenza di riformulare il rapporto tra giusnaturalismo e personalismo, l’impegno a definire il discernimento come processo dinamico sono questioni non più eludibili.

In poche parole c’è già tutto il programma, che ritroviamo abbondantemente sviluppato nelle successive interviste, sempre a cura di Moia, come quella al teologo moralista don Antonio Autiero. La domanda è già un programma:

LM: Perché dopo il Vaticano II si è progressivamente messo da parte il pensiero personalistico che caratterizzava Gaudium et Spes per tornare alle premesse giusnaturalistiche già dominanti nell’enciclica Casti connubi di Pio XII (1930)?

AA: […] Dopo la svolta del Vaticano II, il rinnovamento si è però a poco a poco smarrito, con un’impostazione sempre più giusnaturalistica del rapporto tra norma e persona. […]
Sotto questo profilo Amoris Laetitia non regola con nuove disposizioni il comparto dell’etica sessuale ma immette innanzitutto fermenti nuovi e più dinamici nel modo di intendere la coscienza, con un chiaro ritorno quindi al Vaticano II.

Si comprende qua chiaramente che l’intento di abbandonare la sicura radice del diritto naturale a vantaggio della libertà di coscienza sia la strada che, al di là dei giri di parole, porta ad un allargamento delle maglie dottrinali, ad uno sfocamento della norma, un’edulcorazione dei principi.

Un “ritorno al futuro”, cioè a quel concilio vecchio di cinquant’anni che aveva acceso forse eccessive speranze di ammodernamento in qualcuno (e fondati timori di snaturamento del messaggio cristiano in altri). Il radioso futuro che si era intravisto nel concilio sta ora tornando, con grazia di pachiderma in cristalleria, per la gioia degli indefessi rottamatori della fede. Volontari e non.

AA: L’esortazione apostolica evita di fornire risposte normative ai singoli problemi e rifiuta di calare dall’alto una dottrina morale preconfezionata. Piuttosto essa invita e incita a guardare in faccia alla realtà.

Com’è d’uso comune ormai da tempo, in nome della misericordia è vietato fornire risposte ai problemi. Infatti AL, non fornendo risposte ma accettando i problemi come sono per il semplice motivo che esistono, li rende ancora più problematici, in quanto indecifrabili senza la norma chiara e oggettiva che viene dalla “dottrina morale preconfezionata” e ingiustamente deprecata.

Siamo al punto in cui non solo la Chiesa ha smesso di parlare di legge divina e di dottrina, ora è venuto il momento di cestinare persino il giusnaturalismo, che è una cosa molto laica e sarebbe il minimo comune denominatore se ci si volesse avventurare in un vero dialogo con “gli altri”.

AA: Le polemiche che hanno accompagnato l’uscita del testo, soprattutto in riferimento al capitolo VIII, hanno impedito finora di coglierne la ricchezza dinamica.

Attenzione sempre alla terminologia: l’aggettivo “dinamico” inizia a presentarsi con una frequenza altamente sospetta.

I fermenti rilasciati da AL come sono? Dinamici.

La sua ricchezza? Dinamica.

Il discernimento? Un processo dinamico.

L’interpretazione della norma? Dinamica.

La caratteristica che deve avere il giudizio? Ovviamente il dinamismo.

Qua c’è un po’ troppo movimento, sarebbe forse il caso di ricordare che i comandamenti non sono dinamici, ma al contrario statici, molto statici. Tanto statici da essere immutabili.

Ma tanto per togliersi ogni dubbio, chiediamocelo: siamo davvero ad un punto di svolta per la teologia morale?

AA: Direi proprio di sì. […].
C’era davvero bisogno di riprendere questo processo dopo che alcuni documenti del magistero avevano scelto una forte accentuazione del carattere normativo della teologia morale [orrore, ndr], richiamandosi soprattutto alla concezione del diritto naturale [orrore, orrore, ndr].

Gli interpreti ufficiali, quelli intervistati su Avvenire, parlano quindi apertamente di svolta della teologia morale: prepararsi che si cambia. Ma qualche sospetto, i rigidissimi malpensanti, l’avevano già avuto, solo che lo chiamavano “tentativo di sabotaggio delle verità di fede”.

E Moia chiede dove stia esattamente questa svolta morale.

AA: Per esempio quando riconosce che la privazione dell’intimità coniugale imposta dalla Chiesa per una colpa spesso non sentita da coloro a cui è indirizzata, può essere motivo di tensione e di logoramento, e quindi può danneggiare il nuovo legame (AL 297, nota 329). Di fatto il Papa riconosce che non c’è alcun motivo per cui questa seconda unione non debba essere piena. Questo è un punto di svolta molto importante.

Lo afferma sicuro il teologo moralista che la dottrina sta cambiando, e chi siamo noi per contraddirlo?

Coloro che invece decidono di rimanere “fedeli”[12] al precedente matrimonio come sacramento?

AA: Fedeli per sempre? Ma, sono scelte di vita che vanno comunque rispettate. Un po’ come quelle delle persone vedove che decidono di non avere più nuove relazioni […].

L’unico, legittimo e vivente coniuge relegato al rango di defunto? Non credevo ai miei occhi, ma alla settima lettura della risposta le parole erano sempre le stesse, e mi sono dovuto arrendere.

Se volessimo tradurre questa risposta che travalica i limiti della beffa, verrebbe qualcosa del tipo:

C’è ancora qualcuno che rimane fedele? Ma non scherziamo! Per sempre poi, questa fa proprio ridere. Se c’è ancora qualche avanzo di fedele tridentino che rispetta la vecchia dottrina peggio per lui, purtroppo non possiamo obbligarlo ad aggiornarsi.

Un ingenuo potrebbe chiedersi: ma come è possibile che concetti del genere possano essere impunemente riportati sulla stampa CEI, senza nemmeno un contraddittorio? Ma ormai conosciamo la CEI, e non ce lo chiediamo.

AA: La coscienza non è un organo che produce un giudizio e lo applica all’azione da compiere, ma è il momento e il luogo del confronto con Dio e con se stessi.

E noi che pensavamo non ci fosse contrasto tra le due cose, ma addirittura che in una coscienza rettamente formata i due processi si identificassero.

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Va bé, visto che ci sono due interviste affiancate, nella seconda voglio sperare che le cose vengano spiegate da un punto di vista un po’ più cattolico.

Per farci sentire un’altra campana, sempre Moia intervista anche un altro sacerdote, sempre teologo moralista, tale Maurizio Chiodi, che sull’argomento la pensa in modo totalmente… identico ad Autiero (AA, quello di prima). Solo più complicato.

MC: Occorre superare l’opposizione o anche solo la giustapposizione tra l’istanza oggettiva (norma) e quella soggettiva (coscienza). Per andare oltre questa alternativa occorre procedere dall’interpretazione del vissuto dell’esperienza umana.

A questo punto perfino al nostro giornalista viene qualche legittimo dubbio:

LM: Non si rischia in questo modo di cadere nel paradigma di coloro che contestano Amoris Laetitia perché farebbe cadere l’oggettività morale, non considerando più l’obbedienza alla norma come criterio decisivo per stabilire se un comportamento è peccato o no davanti a Dio?

MC: Va ricordato che l’oggettività morale non rimanda anzitutto alla norma ma all’atto, nel suo rapporto con l’esperienza del bene, che eccede la norma e tuttavia la richiede. In questa prospettiva si dovrebbe pensare il rapporto tra soggetto e oggetto, all’interno di una teoria della coscienza nella quale l’oggetto (atto) sia incluso nel soggetto (coscienza), senza smarrirne la differenza.

Non so che fine abbia fatto la differenza, ma io personalmente mi sono smarrito in questo guazzabuglio di parole. E temo anche lo stesso Moia, che ammette:

LM: Sembra un po’ complesso. Proviamo a declinare questo concetto in modo più agevole?

Un po’ complesso? Veramente sembra detto apposta per non essere compreso, così uno si arrende subito: “Avrà ragione sicuramente visto che parla in modo difficile”. Ma sappiamo che la verità non può essere incomprensibile alle persone semplici, piuttosto il contrario[13].

Vi risparmio il tentativo di più agevole declinazione assicurandovi che non è andato a buon fine, essendo la risposta successiva ancor più indecifrabile della precedente.

Più avanti invece è anche troppo comprensibile quanto segue:

MC: Le parole del Papa, in modo molto chiaro, implicano il riconoscimento che la norma morale va sempre storicizzata e “relativizzata”.

A questo punto il siparietto diventa insopportabile, con l’intervistatore finto scandalizzato:

LM: Come relativizzata? Quindi cediamo al relativismo?

Il moralista, che non è certo uno sprovveduto, è già pronto:

MC: Mi aspettavo questa contestazione. Evidentemente no. Relativizzare, in senso non relativistico, vuol dire riconoscere la valenza storica, simbolica e non legalistica della norma.

Vale a dire: “La norma c’è, ma non serve a un emerito tubo”, e la parte sottolineata rappresenta, se permettete, il vero capolavoro, ancor più di AL. Siamo alla prestidigitazione terminologica, alla funambolia ossimorica, all’illusionismo semantico, al filosofismo onanistico; non saprei come altro definire tutto ciò, se non, con parole più semplici: pura follia. Oppure ancor meglio, con le loro parole: applicazione del Concilio.

Qualche altro titolo da Avvenire & Inserto in ordine cronologico per ripercorrere questa surreale vicenda. AL era uscita in aprile 2016, e a fine anno, nel caos interpretativo totale, Moia sosteneva che era tutto chiarito:

Divorziati risposati. Dubbi e risposte sull’Amoris Laetitia. Il Papa ha già chiarito.
(Luciano Moia, venerdì 2 dicembre 2016)

Ad inizio dell’anno in corso, qualche chiarimento in più, ahimè, arriva davvero:

Amoris laetitia. E il Papa disse: «Bene l’interpretazione dei vescovi argentini».
(Luciano Moia, mercoledì 18 gennaio 2017)

Un mese dopo un altro chiarimento, che in sostanza afferma l’opposto del precedente:

Scritto del cardinale Coccopalmerio. «Amoris Laetitia, dottrina rispettata».
(Luciano Moia, martedì 14 febbraio 2017)

Poi dicono che i dubia sono pretestuosi: se la dottrina è stata rispettata, come fa ad andare bene l’interpretazione dei vescovi argentini? Se va bene l’interpretazione dei vescovi argentini (che se ci fosse da scherzare potremmo  definire “discernellum”, e prevede la comunione ai divorziati risposati in gruppi da trenta coppie), come fa ad essere rispettata la dottrina (che coerentemente con sé stessa e la logica ha sempre negato questa possibilità)?

Altri titoli o affermazioni prese qua e là sul mensile:

L’indissolubilità va difesa senza farne una prigione.
(Viscardi e Gentilini, ottobre 2016)

Certamente la famiglia è quella formata da padre madre e figli, ma sono famiglia anche tutte le altre forme associative della realtà umana.
(Mons. Paglia, maggio 2017)

I cattolici condividono gli autentici valori moderni: la parità delle donne; la libertà di pensiero, di parola, di religione; la laicità dello Stato intesa come rispetto e valorizzazione del pluralismo religioso e culturale della società civile.
(Mons. Farrell, prefetto del nuovo dicastero vaticano per laici, famiglia e vita, gennaio 2017)

Ma questo somiglia molto di più al programma del PD (Partito Dissolutorio) che ad una qualsiasi sbiadita parvenza di cattolicesimo. Come si fa a lamentarsi che il PD impone leggi sbagliate (contro vita e famiglia), se se ne condividono tutte le premesse?

Se da una parte ci sono i valori moderni, con tutto ciò che abbiamo visto di aberrante a corredo, i cattolici devono stare senz’altro dalla parte opposta, altro che condividerli.

Due parole anche sul riassunto, sempre a cura di Moia, della prima conferenza stampa da presidente Cei di Gualtiero Bassetti, che a proposito di AL si esprime in tre punti:

E’ un capolavoro.
E’ una bella sintesi.
E’ magistero non opinabile.
Tre affermazioni che dovrebbero bastare a sgomberare il campo da critiche, dubbi, equivoci, attacchi più o meno motivati.

Capolavoro non saprei, dipende dai gusti.

Tanto sintesi non mi pare, trattandosi di 264 pagine.

Non si capisce nemmeno come possa essere magistero non opinabile, visto che nessuno sa come debba essere interpretato, né le gerarchie ci aiutano a farlo. Uno scritto, sia per essere opinabile che inopinabile dovrebbe avere come prerequisito almeno uno straccio di comprensibilità.

Le succitate tre affermazioni, più che altro, sgombrano il campo dalle illusioni di chi aveva sperato che ai vertici della CEI venisse chiamato qualcuno che ci potesse aiutare a tornare sui binari della retta fede. Ci toccherà ancora aspettare.

Nel frattempo, per non disperare, oltre a confidare nel Signore cerchiamo di prendere con una certa leggiadria questa deriva che altrimenti sarebbe sconsolante, e ci godiamo il vero capolavoro di Moia  dal titolo “Pregare in coppia, luoghi e strategie”. Perché forse non lo sapevate, ma se una volta per pregare occorreva trovare tempo e raccoglimento, adesso sono necessarie elaborate strategie.

Nel lungo articolo ci si chiede, in breve:

Come fondare una nuova via di spiritualità a misura della coppia?

Per fare ciò, occorre naturalmente rottamare i modelli di spiritualità offerti finora: sacerdoti, religiosi, suore o sante vergini. Basta con queste anticaglie.

E prosegue:

Sarà solo un caso che fino ad oggi sono soltanto due […] le coppie di sposi beatificate o canonizzate per le loro virtù coniugali e familiari? Evidentemente no.

Tradotto: troppo poche le coppie sante, occorre spostare l’asticella per consentire un accesso più agevole alla santità da parte delle famiglie, in pieno stile mercyful. Una santità a buon mercato, in saldo. Le coppie di cui si parla, i coniugi Beltrame Quattrocchi e i coniugi Martin (genitori di santa Teresa di Lisieux), presentano ormai un modello di famiglia improponibile. Ma dov’è l’inciampo?

L’inciampo quindi, se così è lecito definirlo, non riguarda la loro santità – fuori discussione – ma l’opportunità culturale di prendere spunto da queste esistenze per formulare una via efficace ed originale di spiritualità coniugale e familiare in grado di risultare attraente e affascinante per le coppie dei nostri giorni. Una proposta, soprattutto, che possa risultare accettabile e condivisa alla luce della nostra realtà quotidiana sempre più convulsa e più difficile da vivere e da interpretare.

Tradotto: sì, va bene, quelli erano santi di ieri ma oggi quella santità è obsoleta, si necessita un’operazione di marketing spirituale che miri al product placement proponendo un brand appetibile al target, magari anche un po’ gay-friendly. Altrimenti il core business diventa out of market,  e dopo chi lo sente il CEO (quello di Santa Marta)?

In anni come i nostri in cui la scelta del matrimonio – specialmente quello religioso – è decisamente in ribasso […] può essere una scelta strategica dal punto di vista pastorale il riferimento a coppie la cui vocazione matrimoniale non ha avuto seguito neppure nella loro stessa famiglia?

Tradotto: se nessuno ormai si sposa più, che senso ha indicare come modello di matrimonio coppie i cui figli non si sono sposati nemmeno loro? Saranno stati anche santi, ma evidentemente non erano ‘sto gran esempio allettante i Beltrame Quattrocchi e i Martin.

Se ciò vi sembra folle, aspettate di leggere il seguito.

Luigi e Zelia Martin, vissuti tra la metà e la fine dell’Ottocento, ebbero nove figli, di cui quattro morti in tenera età, mentre le cinque femmine scelsero tutte la vita consacrata.

Tradotto: come possiamo proporre ad esempio alle nostre famiglie due genitori le cui cinque figlie, orrore orrore, si sono tutte consacrate, mentre altri quattro bambini sono addirittura passati a miglior vita piuttosto che seguire le orme dei santi genitori?

Ma non è finita:

Stessa sorte [sic, ndr] per i quattro figli di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, una coppia vissuta nella prima metà del Novecento: due divennero sacerdoti, una scelse la clausura e l’ultima una forma di consacrazione privata. Nessuno pensò al matrimonio. Oppure, se ci pensò, decise ben presto di accantonarlo. Può essere un particolare trascurabile?

Non è necessaria la traduzione. I figli di questa santa coppia hanno tutti dedicato la vita al Signore (la cosa più bella che può capitare ad un genitore cristiano) e vengono additati manco si fossero dati due al brigantaggio, uno alla vita dissoluta e un’altra al meretricio.

No, non è un particolare trascurabile, se vogliamo dare una risposta. Non lo è perché significa che in quella famiglia si respirava davvero l’amore di Dio, si trasmetteva davvero la fede, se quattro su quattro hanno intrapreso la via religiosa. Cosa che non succede evidentemente nelle famiglie di oggi, dove le vocazioni sono ormai inesistenti.

La soluzione secondo Moia & C.? Non prendere ad esempio le sante famiglie del passato (che anzi vengono ridimensionate oltre i limiti del dignitoso), ma spingere ancor più sul pedale dissolutorio del progressismo dottrinale e pastorale.

Complimenti, ma non è finita nemmeno qua. Sempre secondo il nostro, oggi le complesse situazioni familiari appaiono lontanissime da quelle anacronistiche preoccupazioni di santità che facevano interrogare le persone su quale fosse la migliore scelta fra verginità consacrata o matrimonio. Oggi le famiglie hanno ben altri problemi:

Rotture, disgregazioni, sofferenze. Ma anche la realtà di conviventi, separati, divorziati risposati, coppie tra persone dello stesso sesso. Unioni che saremmo tentati di definire “irregolari” se papa Francesco non ci avesse spiegato che questo lessico va definitivamente considerato inopportuno e sgradevole perché nessuno, sulla base della propria condizione di vita o del proprio orientamento sessuale, può essere considerato “irregolare” agli occhi di Dio.

Già, la verità a volte è sgradevole. La dottrina anche peggio, sgradevolissima: non permette di fare i propri comodi, particolare intollerabile per l’uomo moderno, e inspiegabilmente anche per il clero del terzo millennio, in fuga dagli insegnamenti di Cristo, in affannosa e vana rincorsa dell’uomo che si è fatto Dio.

 

Ricapitolando: “Noi Vita e Famiglia”, in teoria, era nato per difendere vita e famiglia, ed è finito a difendere Amoris Laetitia. Adesso chi difenderà la famiglia da Amoris Laetitia?

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[1]Monti in effetti fu molto utile alla patria, ma alla sua, ovvero l’ambiente bancario internazionale e di alta finanza in cui era stato allevato, e per cui prestava i servigi.

[2]https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/euro-capro-espiatorio

[3]https://www.avvenire.it/agora/pagine/riforma

[4]https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/non-tutto-eutanasia-la-storia-chiede-coraggio

[5]https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/chiesa-e-cristiani-lgbt-che-ruolo-per-noi-

[6]Padre Pino Piva, coordinatore nazionale dell’apostolato degli esercizi spirituali ignaziani, segue abitualmente gruppi di preghiera con la presenza di cristiani lgbt.

[7]Damiano Migliorini, filosofo, autore con Beatrice Brogliato del volume  “L’amore omosessuale – Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale, in dialogo per una nuova sintesi” (Cittadella Editrice, 2014).
Sempre Migliorini, in una intervista sul portale Gionata.org afferma: “La carenza più grande che si riscontra nel modo ‘tradizionale’ di affrontare la tematica è la scelta di non voler considerare la relazione tra due persone dello stesso sesso come una forma autentica d’amore”.

[8]https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/genitori-omosessuali

[9]Noi Famiglia e Vita, giugno 2017.

[10]Ibidem.

[11]Variabile, incerta, casuale, rischiosa e imprevedibile.

[12]Le virgolette dopo essersi impadronite della parola “irregolari” stanno iniziando a fagocitare anche “fedeli”. Tanto per ribadire l’insignificanza dei due termini per i nuovi teologi.

[13]“Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).
“Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).

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21 commenti su “Cattivi bidelli: Luciano Moia & C. – di Marco Manfredini”

  1. Grazie per questo articolo formidabile per la comprensione del iprocrita “newspeak” del nefasto AL. Consoliamoci nel sapere che costoro – da Bergoglio in giù –
    NON SONO CATTOLICI.

  2. Ma se tutto cambia, se dottrina e pastorale devono essere dinamici, perche’ non possiamo cambiare anche il papa?

  3. Caro Manfredini, credo sia meglio restituire al mittente quel fogliaccio, la cui serpentesca lingua biforcuta è pericolosa. Che non le capiti quel ch’è capitato a un mio amico, che lo riceve gratis da oltre dieci anni, e dopo l’avvento dell’èra Omissis ha raffreddato i rapporti col sottoscritto. Non vorrei dovermi perdere, prima o poi, i suoi articoli, belli e piacevolmente ironici pur se lasciano grande amarezza.

    1. Questo è il discorso importante!
      Chi può cibarsi di schifezze e restare limpido e attivo?
      Il primo successo di chi stampa veleni è tenere occupati i Cattolici nel disquisire su di essi; il secondo è ottenere comunque un popolo cattolico alterato, preoccupato, teso, malato. Quando i “grandi giornali” festeggiarono in blocco il Divorzio e l’Aborto, il mio pensiero -ero un ragazzino- fu: “Visto che loro sono entusiasti, noi sappiamo che sono nemici di Dio (e degli uomini: in particolare dei bimbi massacrati). Quindi stacchiamo loro la spina, lasciamoli gridare a vuoto”.

      In altre parole, considerai ovvio non vedere MAI PIU’ “La Stampa”, “Il Corriere”, “la Repubblica” in mano a un prete né a un laico corretto… specialmente a un prete delle città focali per l’assalto massonico (Torino, Milano, Roma). Andò così??

  4. MAGISTRALE articolo.
    Questa intervista del Noia è degna del miglior copione di cabaret!
    “Relativismo in senso non relativistico”! Ah! Ah! è una delle eccezionali battute!
    Peccato che tutte queste risate poi portino a grosse lacrime….

  5. Claudia Lucchesi

    L. Moia? Vent’anni fa sosteneva una sedicente comunità religiosa – prete con compagna/moglie/convivente (sic!) guide religiose di spiritualità familiare (sic) – che a forza di dai e dai era riuscita a imporsi addirittura all’Ufficio famiglia CEI. Ovviamente anche grazie ai buoni uffici del nostro. In questo centro di “spiritualità matrimoniale” si anticipavano le “conquiste” di Amoris Laetitia con 20 anni di anticipo. Fecero letteralmente ammalare il vescovo che aveva aperto gli occhi sulla equivoca realtà, finché non ne arrivò uno disposto a tenerli ben chiusi. Con l’arrivo di Bergoglio poi, è arrivata anche la “benedizione” ufficiale. Ora, ovviamente, passano per dei pionieri bergogliani. Ed è ahimè vero. Quando bergoglio abolirà il celibato sacerdotale potranno vantare addirittura l’aura profetica. Ah dimenticavo: appaiono spesso nell’inserto di Avvenire ad opera del nostro solerte bidello. Una vicenda paradigmatica del nuovo corso.

  6. A proposito di Santità obsoleta…..,,facendo obiezioni al mio parroco per la venuta e lectio magistralis sul Vangelo di Luca di una coppia sposata di Pastori protestanti nella mia Parrocchia….ho citato al parroco l’esempio di San Giovanni Bosco che bruciava le Bibbie protestanti……Ovviamente il mio parroco se ne è uscito con ” Erano altri tempi” ovvero la santità non è universale e per ogni tempo ma da collocare in un certo contesto culturale in cui andava bene….che pena….

    1. Leggo sempre con piacere i suoi commenti, caro Nicola, nei quali mi riconosco totalmente; gli anni e l’esperienza della vita mi hanno portato a concludere esattamente come lei. Fa però molta tristezza doverne dedurre che non possiamo più fidarci dei preti, più discorrere con loro (tranne che del tempo e del traffico), ma dobbiamo rifuggirli come la peste, pena la nostra dannazione eterna. Poveri loro, come dice Teresa in in commento relativo all’articolo su Mons. Léfèbvre e l’ecumenismo “a visione dell’inferno – da parte di molti mistici – è piena di sacerdoti e vescovi.” e di alcuni papi, aggiunge poi dopo.

  7. Grazie mille per l’articolo! La descrizione “a negativo” di Avvenire e della neochiesa in generale contenuta nella frase “…minori, i quali potrebbero crescere pensando che Monti sia stato veramente un salvatore della patria…” ecc. è folgorante: l’ho salvata a futura memoria.
    A proposito di omosessualità. Uno psicologo amico di mia moglie, progressista e non credente, parlando con lei le ha confidato: “è una malattia, ma non possiamo più dirlo. Anzi, per favore, non dire in giro che te l’ho detto”. A questo siamo arrivati: malati psichici conclamati che governano i media, sono protetti ed osannati ovunque e adottano (sfortunati) bambini che cresceranno male.
    Vulgus vult decipi, ergo decipiatur .

    1. In realtà, caro Alessandro, è stato dato ordine di far credere al volgo che gli asini volano… o meglio, di imporre al popolo un ossequio FORMALE al “fatto” che gli asini volano.
      Il Comunismo è stato esattamente così: tutti dovevano rendere omaggio esterno alla Bandiera Rossa; nessuno la venerava intimamente. Qualcosa di molto simile sono le società islamiche: al bar non puoi bere gli alcolici; se poi li bevi a casa, fatti tuoi

  8. Paolo Pastore

    Non è peccato leggere i giornali; peccato è comprarlo.
    Ricordo un vecchio (e santo) prete modenese degli anni sessanta, ricoverato in ospedale nella stessa stanza con tre “compagni”. Arrivarono all’accordo che la mattina avrebbero letto insieme “L’Unità”, ma al pomeriggio insieme avrebbero detto il Rosario… Se lo avesse saputo Guareschi!

    1. Comprarli è peccato perché significa “Ecco qua i miei soldi, carissimi”. Leggerli è peccato se non altro -ma c’è molto, molto di più- perché ci fa invecchiare sconvolti, turbati, pieni di spazzatura anziché trasparenti per Dio e per gli altri.
      Il “quotidiano” come tale nacque nel XVIII secolo prorio in ambiente illuministico, per sostituire la preghiera e il Breviario. Poco dopo venne Hegel, che lo disse esplicitamente e orgogliosamente: “Non pregate: Dio si rivela nella Storia, sotto i nostri occhi. Leggete fedelmente i giornali”

      1. Questa non la sapevo. Conferma la bontà del mio istinto, che da qualche anno mi porta a non comprare più i quotidiani e a non credere comunque ad una sola parola di quanto c’è scritto. Infinitamente meglio una sosta mattutina davanti al Santissimo!

        1. Concordo pienamente con te, Alessandro : anch’io da diversi anni non compero più i quotidiani: per quelli pseudoreligiosi (ormai di regime) ho una particolare idiosincrasia : appena li vedo per casa li cestino (purtroppo mia moglie compera Famiglia Cristiana ed il settimanale diocesano, e nonostante tutti i miei sforzi non riesco a farle aprire gli occhi)

  9. Direi che abbiamo superato le “convergenze parallele”…. Non mi stupirei di trovare in questa rivista un articolo simile a quello che vorrei condividere con voi (tratto dal giornale di Regime) sull’importanza di ciò che certi prelati definirebbero “uso consapevole della genitorialità”, pilastro fondamentale per salvare il pianeta dall’effetto serra, accanto ovviamente al vegetarianesimo….. O forse mi sbaglio: qualche articolo a tal proposito è già apparso ?
    http://www.repubblica.it/ambiente/2017/07/13/news/_volete_salvare_la_terra_dall_effetto_serra_non_fate_figli_-170692889/?ref=RHPPRT-BS-I0-C4-P1-S1.4-T1

  10. Innocenzo Lotario

    … “cose di altri tempi”, dicono il parroco, il vescovo, il cardinale …
    Dov’è il problema?
    Quando il parroco, il vescovo, il cardinale ci diranno di firmare l’ 8 per mille, diamo loro la stessa risposta “cose di altri tempi”, ma anche quando passano le brave sacrestane fra le panche per la questua, diciamo loro “cose di altre tempi”.
    D’altra parte non vuol forse Bergoglio la Chiesa “povera per i poveri” … … ?
    Accontentiamolo.

  11. Caro don Maurizio Chiodi, teologo moralista (?), perché vuol essere paragonato ad ogni costo al personaggio del conte Mascetti, che con la sua supercàzzola prendeva per i fondelli chiunque?

    Mi chiedo: è per finire così che – nello splendore della sua giovinezza – don Chiodi decise di offrire la sua vita al Signore?

  12. Il vero problema è il fatto che non si va vedere il problema dell’infedeltà di uno dei due coniugi. L’infedeltà andrebbe indagata di chi è e poi si andrebbero ad esplorare le cause. La psicologia spiegherebbe se riuscisse ad esaminare con obiettività la coppia quali sono i problemi, anche se a mio avviso riconducibili a problematiche di maturità e natura affettiva non risolte. Sono gli avvocati con il patentino di “rotali” fanno discernimento di coppia; vi sembra giusto? Pensate che hanno a cuore la verità nella vita di coppia? Perchè in alcuni casi vanno avanti anni con ricche parcelle? Sarebbe più giusto che la Santa Chiesa intervenisse con propri esperti nelle crisi di coppie sposate in Chiesa. Almeno se vi sono indizi di nullità, i coniugi sono “liberi” di percorrere un altro percorso di vita, mentre quello che ha causato i problemi della vita di coppia potrà “curarsi”. Questo sarebbe da fare e non dare il corpo di Cristo (Eucaristia) da parte dei gerarchi della Chiesa a chi vive in peccato mortale. Il discernimento fatto a posteriori è falso, fasullo.

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