Cento anni fa la stigmatizzazione di Padre Pio da Pietrelcina – di Don Marcello Stanzione

di Don Marcello Stanzione

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2018: centenario della stigmatizzazione di San Pio da Pietrelcina. Acceso dall’amore di Dio e dall’amore del prossimo, Padre Pio visse in pienezza la vocazione a collaborare con Dio alla redenzione dell’uomo, secondo la speciale missione che caratterizzò tutta la sua vita e che egli attuò mediante la direzione spirituale dei fedeli, attraverso la riconciliazione sacramentale dei penitenti e la celebrazione dell’Eucaristia. Il momento più alto della sua attività apostolica era quello in cui celebrava la Santa Messa. I fedeli che vi partecipavano percepivano il vertice e la pienezza della sua spiritualità. Di certo non possiamo dimenticare uno degli eventi caratterizzanti della vita di Padre Pio e cioè la sua conformazione a Cristo crocifisso, portando per ben 50 anni – a partire dal 20 settembre del 1918 – i segni della passione con il dono delle stimmate. Padre Pio così descrive quell’evento in una lettera inviata a padre Benedetto il 22 ottobre del 1918:

«Era la mattina del 20 dello scorso mese in coro, dopo la celebrazione della santa messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile ad un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, non che le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo vi fu un totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando, mi vidi dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi atterrisce; ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto. La vista del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue. Immaginate lo strazio che esperimentai allora e che vado sperimentando continuamente quasi tutti i giorni. La ferita del cuore gitta assiduamente del sangue, specie dal giovedì a sera sino al sabato. Padre mio, io muoio di dolore per lo strazio e per la confusione susseguente che io provo nell’intimo dell’anima. Temo di morire dissanguato, se il Signore non ascolta i gemiti del mio povero cuore e col ritirare da me questa operazione. Mi farà questa grazia Gesù che è tanto buono? Toglierà almeno da me questa confusione che io esperimento per questi segni esterni? Innalzerò forte la mia voce a lui e non desisterò dal scongiurarlo, affinché per sua misericordia ritiri da me non lo strazio, non il dolore perché lo veggo impossibile ed io sento di volermi inebriare di dolore, ma questi segni esterni che mi sono di una confusione e di una umiliazione indescrivibile ed insostenibile […]».

Su tale argomento esiste una vera foresta bibliografica, sia a carattere scientifico, sia a tendenza divulgativa. Ad esso in particolare, solo per citare qualche titolo più significativo, ha dedicato un ampio studio documentario  padre Gerardo di Flumeri, dal titolo Le stigmate di Padre Pio da Pietrelcina. Testimonianze – Relazioni, apparso nel 1984 in prima edizione e nel 1995 in seconda edizione. I dati più importanti di tutta la documentazione sono definitivamente confluiti nella Positio super virtutibus di Padre Pio, e in modo particolare nella Biografia documentata, pubblicata nel marzo 1997. Da tale data ben poco di assolutamente nuovo è emerso, sia a livello documentario, sia a livello interpretativo. Come è facile intuire, il giorno 20 settembre del 1918 è uno spartiacque tra il p. Pio del nascondimento e il p. Pio “dilaniato” dalla gente. A cambiare in questo periodo non è solo la vita del santo, ma quella di un’intera comunità religiosa e anche di tutto il paese di San Giovanni Rotondo. Il nostro intento, ora, sarà quello di vedere come queste cose si evolveranno nel tempo e come San Pio ha vissuto la sua stimmatizzazione, i fenomeni straordinari, oltre al fatto, e forse questa è la cosa più importante, che ha vissuto in modo straordinario il suo quotidiano, facendo sì che chi si recava a San Giovanni Rotondo, assaggiasse e sperimentasse uno spaccato di paradiso già su questa terra. Per avere un anticipo di come le cose siano cambiate velocemente nella vita del santo leggiamo poche righe di una sua lettera indirizzata al suo padre spirituale, p. Benedetto Nardella di S. Marco in Lamis, scritta qualche mese dopo e precisamente il 3 giugno del 1919:

«Non ho un  minuto libero: tutto il tempo è speso nel prosciogliere i fratelli dai lacci di satana. Benedetto ne sia Dio! Quindi vi prego di non affliggermi più assieme agli altri col fare appello alla carità, perché la maggior carità è quella di strappare anime avvinte da satana per guadagnarle a Cristo. E questo fo assiduamente e di notte e di giorno».

Per avere ancora di più la percezione di quello che avveniva nel piccolo convento di S. Giovanni Rotondo, basta leggere queste altre piccole righe che il santo scrive il 19 novembre dello stesso anno:

«Il mio lavoro è sempre assiduo, e con più responsabilità. È ormai l’una dopo mezzanotte, che traccio queste poche righe. Sono ormai diciannove ore di lavoro che vado sostenendo, senza un po’ di sosta».

Da quanto emerso, si capisce subito che la notizia delle stimmate si è diffusa con una notevole rapidità. Se la cosa non ci stupisce molto, perché abituati ad essere raggiunti, in tempo reale, da notizie provenienti da ogni parte del mondo, grazie ai media, internet e social network, la cosa non era così agli inizi del ‘900 sia per la scarsezza dei mezzi di comunicazione, sia perché da poco era finita la prima grande guerra e sia perché il fatto è accaduto in un piccolissimo e povero paesino del Gargano. Tutti elementi, questi, che ci fanno intuire il riverbero che deve aver avuto una simile notizia. Notizia che, data la sua straordinarietà, ha di sicuro sorpreso la gente, ma allo stesso tempo ha trovato una pronta accoglienza. Tuttavia, se è vero che il frate stigmatizzato da una parte incontrava la benevolenza di fedeli e pellegrini, dall’altra parte trovava un volto materno e prudente della Chiesa, che di fronte a certi fenomeni ha dovuto mostrare tutta la sua vigilanza e riflessione, anche a rischio di sembrare troppo dura e restrittiva nei confronti di uno dei suoi figli.

Non tutti credevano che le stimmate di p. Pio fossero un dono proveniente dal Signore e molti furono i tentativi di smascherarne la malizia o addirittura, per alcuni, la suggestione diabolica. Tra questi ricordiamo il padre Agostino Gemelli, uno dei più fervidi oppositori all’autenticità delle stimmate del frate. Il 17 aprile 1920 egli piombò a S. Giovanni Rotondo e da subito fu animato da forti pregiudizi sia verso alcuni fenomeni straordinari sia anche nei confronti di questo suo confratello. Cercò subito di far pressioni direttamente e indirettamente su p. Benedetto Nardella, affinché gli permettesse di “osservare” p. Pio. Ovviamente, non avendo nessun permesso da parte dei superiori di Roma, ciò non gli fu possibile, se non per un incontro fugace durato solo pochi minuti in sacrestia. A padre Gemelli basteranno questi pochi minuti per poter stilare una relazione molto severa su p. Pio e indirizzarla  in seguito al Sant’Uffizio. La relazione si esprimeva in questo modo:

«Introdottomi a conversare con lui, senza che egli se ne avvedesse, con innocente artificio, lo sottoposi ad un interrogatorio psichiatrico; non vi sono segni di quelle malattie mentali a contenuto religioso che si potrebbero addurre in campo, ma Padre Pio non presenta nessuno degli elementi caratteristici della vita mistica. Sembra piuttosto un uomo a ristretto campo della coscienza, abbassamento della tensione psichica, ideazione motoria abulia. Nel convento si è formato attorno a Padre Pio una atmosfera di suggestione nella quale vengono attratti molti di coloro che vi arrivano… Ha contribuito a quest’opera di suggestione con attività tenace e da lungo tempo esercitata, un padre appartenente alla stessa provincia, il Padre Benedetto Nardella, ex provinciale, che fu l’educatore, il consigliere e il protettore dello stesso Padre Pio e che è oggi colui che racconta fatti straordinari che meriterebbero di essere sottoposti a controllo. Di tutto l’insieme al sottoscritto sembra che si tratti di un caso di suggestione inconsciamente prodotto dal Padre Benedetto in un soggetto malato come è Padre Pio e che ha condotto a quelle caratteristiche manifestazioni di psittacismo che sono proprie della struttura isterica. È assolutamente necessario togliere per alquanto tempo il Padre Pio dall’ambiente in cui è».

Con molta probabilità questa relazione, aggiunta alle tante voci che continuavano ad arrivare a Roma sul conto di Padre Pio, fece in modo che le autorità prendessero la decisione di inviare un visitatore apostolico, con l’intento di far luce sulla vicenda del frate stimmatizzato. La persona scelta dal Sant’uffizio per tale compito e che lo porterà sul Gargano dal 14 al 20 giugno 1921, fu mons. Raffaello Carlo Rossi. La sua indagine, senza pregiudizi, ferma e serena lo portò ad avere una valutazione finale positivo su p. Pio, giudizio che vorrei riportare nelle sue parti salienti:

«Le stimmate del frate sono non solo reali, ma si manifestano in una personalità equilibrata sia dal punto di vista psicologico che spirituale. […] P. Pio è sempre stato un ottimo religioso: lo proclamano tutti ad una voce, sacerdoti e confratelli. […] È esemplare, esercitato nella pratica delle virtù, dato alla pietà ed elevato forse nei gradi di orazione più di quello che non sembri all’esterno, risplendente in particolar modo per una sentita umiltà e per una singolare semplicità che non sono mai venute meno neppure nei momenti più gravi nei quali queste virtù furono messe per lui a prova veramente grave e pericolosa».

Sempre a proposito delle stimmate scriveva ancora:

«Quello che sicuramente mi pare possa oggi asserirsi, ricapitolando, è che le stimmate in questione ed esame non sono nè opera del demonio, nè un grossolano inganno, una frode, un’arte di un malizioso o un malvagio. E questo, se non erro, può esser sufficiente per rassicurare la Suprema Autorità ecclesiale davanti al “caso” P. Pio da Pietrelcina. Vorrei aggiungere che le “stimmate” di lui non mi sembrano nemmeno un morboso prodotto di suggestione esterna, per quanto la prudenza possa suggerire qualche misura di osservazione e di precauzione».

Suddetta relazione sarà, successivamente, esposta direttamente dallo stesso mons. Raffaello Carlo Rossi al S. Uffizio nel gennaio del 1922. Da quanto è emerso dalla relazione, tutto fa supporre ad una benevola accoglienza da parte del tribunale ecclesiastico, che suggerì di muoversi con rigore e riservatezza. Da quel momento iniziò per il padre stimmatizzato un periodo, di oltre dieci anni, fatto di continue proibizioni e restrizioni. In questo periodo, molto doloroso non solo per il padre ma anche per il convento, i figli spirituali e tutti pellegrini che giungevano alle porte del convento, p. Pio ha conservato sempre una spiccata serenità, vissuta nell’umiltà, nell’abbandono a Dio e soprattutto nel rispetto dei superiori del convento e di quelli romani, nei quali vedeva la manifestazione della divina volontà. Successivamente, avremo modo di vedere nello specifico come il santo ha vissuto questo periodo, i suoi commenti e gli affettuosi rimproveri nei confronti dei confratelli che gli suggerivano di reagire.

Da qui in avanti leggeremo una serie di decisioni molto forti prese da parte di Roma per tenere a freno una realtà che irrefrenabilmente cresceva sempre più attorno al frate di san Giovanni Rotondo. Le valutazioni di queste disposizioni ecclesiastiche dividono i lettori  tra coloro che con difficoltà riescono a vedere una chiesa-madre in questo contesto e coloro che con fede vedono nell’intervento del S. Uffizio un tentativo di salvaguardare la vita del frate investito da moltissimi doni soprannaturali. Ciò che è certo ed edificante rimane il fatto che, nonostante tutto e malgrado la chiusura da parte di alcuni alti ecclesiastici verso l’opera che il Signore faceva sorgere intorno a padre Pio, egli è rimasto al suo posto, ha pregato, si è abbandonato totalmente a Dio, che dopo averlo provato col fuoco, lo ha riconsegnato alla gente ancora più traboccante e brillante della divina presenza.

5 commenti su “Cento anni fa la stigmatizzazione di Padre Pio da Pietrelcina – di Don Marcello Stanzione”

  1. Sono contenta di questa iniziativa riguardo S.Pio, uno degli ultimi e più grandi santi del XX secolo.
    A lui la mia famiglia è particolarmente legata. Inoltre ho avuto la gioia della terza nipotina nata il 23 settembre del 2015.
    Grazie Signore che ci hai donato S.Pio!

  2. non sembra casuale che le stigmate gli siano state impresse il 20 Settembre, il giorno dello stupro del corpo mistico del Signora da parte di una dittatura massonica

  3. Scusate il fuori tema, ma è molto importante :
    A proposito dell’ecumenismo, tanto caro alla Chiesa uscita dal CV II, a partire da Nostra Aetate in poi, ed oggi così strenuamente perseguito da papa Francesco, che parla addirittura di “peccati contro l’ecumenismo”, mentre assolve i peccatori impenitenti, come gli adulteri conviventi, o gli omosessuali praticanti (non certo la fede cattolica, bensì il loro vizio impuro) :
    San Massimiliano Maria Kolb, martire dei lager nazisti, può essere ritenuto, assieme a san Pio X (che definì l’ecumenismo ”anticamera dell’ateismo”), il maggior nemico dell’ecumenismo. Nel suo Diario, alla data del 23 aprile 1933, troviamo questo pensiero: «Non c’è maggior nemico dell’Immacolata e della sua Milizia che l’ecumenismo di oggi: ogni Cavaliere lo deve non solo combattere, ma anche neutralizzare con azioni diametralmente opposte e alla fine distruggere». Cfr in proposito :
    https://apostatisidiventa.blogspot.it/2018/01/il-maggior-nemico-dell-ecumenismo-di.html
    https://intuajustitia.blogspot.it/2018/01/combattere-frontalmente-lecumenismo.html

  4. Nell’articolo che propongo agli amici del blog, Francesco Lamendola ci presenta la figura di un papa ipocrita e menzognero, e di un clero in gran parte complice, e per il rimanente pavido e paralizzato dalla falsa obbedienza (il colpo da maestro di Satana, come lo definiva mons. Léfèbvre).
    L’ occasione è fornita da quello che Lamendola definisce “il negazionismo di Bergoglio in materia di terrorismo islamico omicida”, che questo incredibile personaggio vorrebbe farci considerare alla stregua di semplici uccisioni di fidanzate o di suocere, ritenendoci, evidentemente, dei perfetti idioti (la sua ostinazione nel propalare menzogne spudorate ha davvero qualcosa di diabolico…): vedere, cioè leggere, per credere:
    http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2327_Lamendola_Bergoglio_negazionista.html

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