“Chi diventa Papa non è più lui. E’ il vicario di Cristo sulla terra”. Intervista ad Alessandro Gnocchi – di Stefano Lorenzetto

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di Stefano Lorenzetto

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Alessandro_Gnocchi_3Vittorio Feltri, pur dichiarandosi ateo, dice che non bisogna mai parlare male del Papa e cita a mo’ d’esempio il caso di Umberto Bossi, che nel 2004 attaccò Giovanni Paolo II e pochi giorni dopo fu colpito da ictus cerebrale. «Essendo cattolico, le superstizioni non mi sfiorano», sorride mesto Alessandro Gnocchi, che firma con Giuliano Ferrara e Mario Palmaro il saggio Questo Papa piace troppo, «un vademecum al vetriolo» – così lo presenta l’editrice Piemme – contro Jorge Mario Bergoglio: «I gesti e le parole di Papa Francesco sono un campionario di relativismo morale e religioso; le sue esibizioni di ostentata povertà stucchevoli e ben poco francescane; la sua proclamazione dell’autonomia della coscienza in palese contrasto con il catechismo e il magistero dei papi precedenti».

Anche a Gnocchi, per la verità, è accaduto qualcosa di terribile. Mercoledì 12 marzo, appena 24 ore dopo che il volume era arrivato nelle librerie, ha dovuto accompagnare al camposanto Palmaro, 45 anni, l’amico di una vita, del quale nel 1998 era stato testimone di nozze insieme con Eugenio Corti, autore del celebre romanzo Il cavallo rosso. «Martedì 4, ormai consumato dal cancro al fegato, ha voluto inviarmi alcune integrazioni per il nostro articolo sulla relazione con cui il cardinale Walter Kasper aveva aperto il concistoro sulla famiglia, uscito l’indomani sul Foglio: conservo le note battute al computer con caratteri rossi come se fossero una reliquia. Giovedì 6 ha fatto in tempo a vedere la copia staffetta di Questo Papa piace troppo: era felice. Domenica 9 ha reso l’anima a Dio».

Ma è il modo in cui quest’anima è tornata a Dio che forse dovrebbe impressionare, più del libro, l’augusta persona oggetto degli strali di Gnocchi e Palmaro. «Sono arrivato a casa di Mario alle 19.30. Al capezzale c’erano la moglie Annamaria con i figli Giacomo, 14 anni, Giuseppe, 12, Giovanna, 8, Benedetto, 7, la matrigna, perché la madre morì nel 1968 partorendolo, e due vicine. L’agonia è stata dolorosa, tremenda. Alle 22 abbiamo cantato il Salve Regina. Alle 22.10 è spirato».

Papa Francesco sapeva che quel suo censore, laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano con una tesi sull’aborto procurato, docente di filosofia teoretica, etica e bioetica al Pontificio ateneo Regina Apostolorum e di filosofia del diritto all’Università Europea di Roma, era gravemente malato, senza speranza, da quasi due anni. E lo scorso 1° novembre, festa di Ognissanti, intorno alle 18 gli telefonò nella sua casa di Monza, senza passare per il centralino del Vaticano. «Sono Papa Francesco», si presentò. «La riconosco dalla voce, Santo Padre», rispose con candore la moglie, «attenda un attimo». Non disponendo di un cordless, la signora andò a chiamare il marito, che giaceva nel letto. «So che sta male, professore, e prego per lei», si sentì confortare Palmaro, dopo aver raggiunto con fatica la cornetta. «Mario fu molto rincuorato dalla chiamata», racconta Gnocchi. «Al momento del congedo, disse a Francesco: “Santità, forse lei saprà che le ho dedicato alcuni rilievi assai severi. Voglio però confermarle che la mia fedeltà al successore di Pietro resta intatta”. Il Pontefice gli rispose: “Penso che abbia scritto per amore verso la Chiesa. E comunque le critiche fanno bene”».

ultmlbrAdesso guardi, a pagina 35, il capitolo iniziale dell’ultimo libro, con quell’intestazione assai più assertiva del titolo, «Questo Papa non ci piace», e quella firma commerciale, «di Gnocchi & Palmaro», e potresti scambiarlo per un copione farsesco alla Garinei & Giovannini o per un pamphlet ingiurioso. Invece la poco premiata ditta Gnocchi & Palmaro, ben nota ai lettori del Giornale, è stata un’autentica fucina di libri – una ventina – sempre molto documentati, rigorosissimi, dettati soltanto da ardore apologetico nella difesa della Chiesa, della tradizione, della dottrina e della morale, in una parola di quello che un tempo si definiva «depositum fidei».

Gnocchi, 54 anni, bergamasco di Villa d’Adda, sposato, tre figli, è giornalista professionista dal 1992. All’anulare sinistro porta, unito alla fede nuziale, un rosario d’oro di forma circolare; un altro rosario da frate trappista, con i grani di legno che sembrano chicchi di caffè, il teschio ai piedi della croce e otto medagliette sacre ciondolanti, lo tiene nella tasca dei pantaloni. Laureato in filosofia alla Cattolica, ha scritto come free-lance per Gente e Oggi prima d’essere assunto a Historia e poi a Tv Sorrisi e Canzoni. Oggi lavora per i periodici Mondadori. È considerato il maggior studioso di Giovannino Guareschi, al quale ha dedicato cinque saggi, oltre a due antologie scritte in collaborazione con Palmaro. «L’amicizia con Mario nacque proprio da una recensione che dedicò nel 1995, sul Cittadino di Monza, al mio primo saggio sull’inventore di don Camillo e Peppone».

Perché è innamorato di Guareschi?

«Don Camillo fu l’unico libro che mio padre , un operaio, mi regalò. Avevo 14 anni. Non ho più smesso di leggerlo».

Com’è approdato al giornalismo?

«Avrei voluto fare il ricercatore, ma l’università non garantiva il pane. Cominciai a collaborare al Candido, il settimanale fondato da Guareschi. Due colleghi, Maurizio Cabona e Alberto Pasolini Zanelli, mi trovarono un posto nella segreteria di redazione del Giornale diretto da Indro Montanelli. Era il 1987».

In che modo si definirebbe?

«Cattolico tradizionalista. Partecipo alla messa tridentina che si celebra la domenica alle 9 nella chiesa di Santa Maria della Neve a Bergamo. Non provengo da una famiglia bigotta. A 8 anni feci le prove per diventare chierichetto, ma resistetti solo due settimane».

Che cosa non la convince di Papa Francesco?

«Il consenso generale di cui gode. Il Vangelo insegna: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Luca 6, 26. Mi allarma l’assoluta omogeneità con i mass media, ai quali è sensibilissimo. Crede di servirsene, invece lo usano in chiave mondana. Ormai è costretto a dire solo ciò che s’aspettano da lui».

Che altro?

«Ha demolito lo spirito della liturgia. Porta una croce pettorale che “deve” sembrare povera. In realtà è d’argento, non di ferro. Ma pare fatta apposta per attirare l’attenzione sulla persona che la indossa, più che su Colui che vi è appeso. Anche quell’incomprensibile decisione di abitare nella Casa Santa Marta, anziché nel Palazzo apostolico… È come se rimproverasse ai predecessori d’essere stati fuori posto».

Dice che là si sarebbe sentito solo.

«Ma il Papa è solo! L’uomo più solo che esista al mondo. Dei precedenti pontefici percepivo che erano diversi da me. In Francesco non colgo il senso del sacro».

«La Chiesa è un ospedale da campo dopo una battaglia», ha spiegato, non una fortezza. «È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti».

«Come dire che al malato non va imposta nessuna terapia. Invece io penso che la medicina per chi è lontano da Cristo sia molto amara. È l’aspetto forse più inquietante del suo magistero: far credere che vi sia un’alternativa insanabile fra rigore dottrinale e misericordia. Ma il Padreterno è prima di tutto giusto nel distribuire premio e castigo. Se fosse solo buono, non avremmo motivo di migliorarci. Quando poi il Papa in un’intervista a Eugenio Scalfari arriva a dire “io credo in Dio, non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico”, è arduo per L’Osservatore Romano o Avvenire dare la colpa a una frase estrapolata dal contesto».

Perché avrà invitato a pranzo proprio Scalfari?

«Qualche consigliere gli avrà fatto credere che La Repubblica era il pulpito perfetto per farsi ascoltare dai non credenti. Ma quella su Dio che non sarebbe cattolico è un’affermazione che acquista valore dottrinale anche se raccolta da un giornalista, perché nel mondo secolarizzato di oggi un’intervista conta assai più di un’enciclica, forma le coscienze. Il cattolico medio è ignorante, pensa che il Papa sia infallibile sempre, anche quando non parla ex cathedra. Ecco, Francesco ha trasformato un quotidiano laicista in cattedra, dando ragione a Marshall McLuhan, secondo il quale il mezzo è il messaggio. La stampa s’è erta a cathedra e veicola il verbo pontificio che più le fa comodo».

In meno di sei mesi Francesco ha dato interviste anche alla Civiltà cattolica, alla Stampa, al Corriere della Sera, alla radio argentina Bajo Flores.

«Dovrebbe parlare meno. Il silenzio è eloquente. Giovanni Paolo II evangelizzò di più con la sua muta agonia che non con tutti i viaggi apostolici. So di molti atei che si sono convertiti nel vederlo inchiodato alla croce della sofferenza».

Dall’intervista che Leone XIII concesse nel 1892 a Caroline Rémy del Figaro a quella che Paolo VI rilasciò nel 1965 ad Alberto Cavallari del Corriere, trascorsero 73 anni. Ora non passa mese senza un’uscita pubblica.

«Quando lavoravo a Historia, un collega propose: “Dovremmo intervistare il Papa”. Il caporedattore Gian Piero Piazza, un non credente, lo zittì: “Il Papa non concede interviste perché è un re”. Aveva colto in pieno la maestà del ruolo».

Ma a un cattolico è consentito criticare il Sommo Pontefice?

«È addirittura un obbligo sancito per i laici dal canone 212, paragrafo 3, del codice di diritto canonico: “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli”. Non creda che sia stato facile, per Palmaro e per me, dire a nostro padre che cosa pensassimo di lui».

E nemmeno conveniente.

«Mi ha turbato il modo in cui padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ci ha cacciati dopo 10 anni di interventi trasmessi gratis et amore Dei. Non erano neppure passate 24 ore dalla sepoltura di Mario quando l’ho sentito infierire via etere, vantandosi del “bel repulisti” compiuto fra i conduttori: “Qualcuno ho dovuto farlo scendere dalla cattedra e metterlo su un semplice seggiolino”. Fra tanti denigratori, nessuno, neppure un prete, ha presupposto la nostra buona fede. Siamo stati inondati di mail e telefonate d’insulti, ci hanno cancellato le conferenze già fissate in giro per l’Italia. Non potendo demolire gli argomenti, sono state demolite le persone».

Sa che cosa diceva Nello Vian, amico di Paolo VI e padre di Giovanni Maria Vian, quando il futuro direttore dell’Osservatore Romano da giovane osava avanzare qualche timida critica a un pontefice in carica? «Il Papa è il Papa e tu sei un furfante!».

«Si vede che conosceva bene suo figlio. Battuta a parte, capisco l’argomento: il Papa ha sempre ragione. Vorrei tanto che fosse così. Ma bisognerebbe andare a rileggersi la profezia, tanto cara a padre Fanzaga, che la Madonna fece nel 1846 ai ragazzi francesi di La Salette, là dove dice che “Roma perderà la fede”».

Come mai le gerarchie sono sempre pronte a bastonare i difensori della tradizione e a rincorrere gli atei?

«Me lo chiedo anch’io. Ho visto Giovanni Zenone, editore di molti dei libri che ho scritto con Palmaro, relegato al ruolo di bidello e poi estromesso dall’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che dialogava in pubblico con Margherita Hack, ha giustificato la rimozione con presunte “carenze pedagogiche e didattiche”. Eppure Zenone, sposato, 6 figli, laureato, ha più titoli di tutti i suoi colleghi, è assiduo ai sacramenti, e tre mesi dopo il provvedimento ha ricevuto in Vaticano il premio Giuseppe Sciacca dalle mani del cardinale Darío Castrillón Hoyos con questa motivazione: “Docente di straordinaria perizia e qualità pedagogiche, ha dato impulso alla diffusione di una sana cultura teologica e storica, scevra da compromessi ideologici e unicamente orientata a superiori finalità spirituali nel rispetto della verità oggettiva, secondo il perenne insegnamento del magistero della Chiesa”».

Ma lei che cosa si aspettava da un pontefice nato e vissuto in un Paese dove il 70% dei minori vive nell’indigenza e ogni 5 minuti una ragazza madre fra i 13 e i 17 anni partorisce un bimbo concepito per caso?

«Chi diventa Papa, non è più lui: è il vicario di Cristo sulla terra, non l’arcivescovo di Buenos Aires. Anche se si chiama Francesco, dovrebbe tenere ben presente che i diseredati non sono più buoni per il solo fatto d’aver fame. La miseria non rende migliori. È il primo insegnamento che don Camillo impartisce a don Chichì, curato progressista: “La povertà è una disgrazia, non un merito”».

fonte: Il Giornale – 23.3.2014

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15 commenti su ““Chi diventa Papa non è più lui. E’ il vicario di Cristo sulla terra”. Intervista ad Alessandro Gnocchi – di Stefano Lorenzetto”

  1. Ringrazio Dio e prego sempre per Lei caro Gnocchi e per il compianto Mario Palmaro. Lei per me è un esempio di un vero Credente, di apologeta e di Uomo di fede. Che dire oltre, è increibile che dei laici devono ricordare la sana dottina immutabile che la Santa Chiesa ci ha trasmesso a questa schiera di pastori erranti che sempra vogliono superarsi l’un con l’altro per piacere al mondo.

  2. don Giovanni Ferrara

    Anch’io ringrazio la Provvdenza di Dio per averci donato due testimoni come A. Gnocchi a M. Palmaro.
    La vostra competenza e il vostro coraggio sono un dono immenso per la Chiesa e per tutti coloro che sono alla ricerca della Verità, che è Gesù.

  3. Il grande Arcivescovo statunitense , Venerabile Fulton Sheen , pioniere dell’evangelizzazione televisiva , gia’ cinquant’anni fa aveva previsto che entro pochi decenni sarebbero stati i laici a ricordare agli ecclesiastici cosa comportava il rivestire il ruolo di Vescovo e Cardinale.Forse non si immaginava che si sarebbe dovuto salire ancora piu’ in alto nella scala gerarchica…

  4. Caro Alessandro,
    ti ringrazio per la limpida e coraggiosa testimonianza che sempre hai offerto e ci offri, in perfetta sintonia con il tuo (e nostro) compianto amico Mario.
    Continua la ‘bella battaglia’ e sappi che siamo in molti a volerti bene e a pregare per te e la tua famiglia! Un forte abbraccio!
    p. Mario

  5. “Non potendo demolire gli argomenti, sono state demolite le persone”.
    Penso che questa frase sia l’esatta e sintetica (quasi “aforistica”) descrizione degli ultimi 40 anni di Chiesa della “misericordia”, da Lefebvre ai FFI…
    Grazie della chiarezza!

  6. Ringrazio il prof. Gnocchi e il caro Palmaro per i loro interventi: hanno dato voce a un disagio e una tristezza che mi portavo dentro da mesi.

  7. Grazie Lorenzetto, un abbraccio e tanta gratitudine ad Alessandro Gnocchi. Mi sono chiesto spesso che significato avesse nel disegno di Dio la morte di Mario Palmaro. Sono arrivato alla conclusione che il Signore prima ci ha dato il tempo di poter apprezzare lo scrittore e di conseguenza amare il fratello in Cristo. Poi ci ha insegnato tramite l’agonia di questo nostro fratello, come è opportuno che debba morire un cristiano. Tempo fa Mons. Maggiolini aveva ricordato ne “I Novissimi”, che nei tempi attuali, da parte dei parenti o amici del defunto “ci si preoccupa solo di sapere se ha sofferto, non una curiosità sul come uno è morto: se se si è preparato al passo, se era cosciente, se ha ricevuto i sacramenti…. e via il lutto… la morte come spettacolo o come ovvietà…”.
    La morte del fratello Mario è un invito per tutti i credenti a rifiutare le banalità dell’oggi (la parola d’ordine è: andremo tutti in paradiso) ed a ripristinare ciò che Sant’Alfonso Maria de Liguori aveva così ben consigliato nell'”Apparecchio della buona morte”. Grazie Mario, grazie Alessandro, il vostro grido echeggia nel tremendo silenzio di una Chiesa muta.

  8. Ringrazio il prof.Gnocchi che da voce,nel modo più appropriato,al nostro modo di intendere la vera fede cattolica,come i nostri genitori e i nostri assistenti spirituali ci hanno sempre insegnato.
    Piergiorgio

  9. Un grazie di cuore ad A. Gnocchi per la sua chiarezza nel dare ragione della sua fede e per l’amore alla Chiesa che trapela nelle sue parole così come è possibile vdere in tutti i suoi scritti e in quelli del carissimo M. Palmaro. Sono di grande conforto anche le sue testimonianze sugli ultimi mesi di Palmaro, che illuminano la strada di noi poveri cristiani, lasciandoci intravvedere tutta la bellezza e la dignità che avvolge e penetra chi sceglie la via di Gesù senza ma e senza se.

  10. Sono vicino a lei, caro Alessandro, e alla famiglia di Mario. Quella mattina ero in ascolto e ho sentito in diretta Padre Livio mentre avevo un lungo brivido alla schiena. Da quasi vent’anni ascolto Radio Maria e quel mattino, avendo appreso della morte del Nostro, ero tesa a capire se Padre Livio ne avrebbe parlato, come è capitato in altre occasioni. Non disse nulla e ne ero addolorata ma al termine, proprio in chiusura, diede la notizia, facendola quasi scivolare via, e poi….. quelle parole fulminanti da lei riportate che mi sono giunte come una pugnalata. Per un attimo non riconoscevo più la “mia” radio e quel direttore, per anni seguito come un padre spirituale. È triste, molto triste, ma le confesso che leggendo il suo articolo sulla santa morte di Mario io ho pianto: di commozione, di tristezza, ma anche, le giuro, di gioia. Benedico il Signore per questo fratello che ci ha donato e poi si è ripreso così repentinamente, e anche per lei, Alessandro, che ne ha accompagnato e ora ne prosegue l’impegno, la dedizione e l’amore a Dio e alla Chiesa nostra Madre. La ringrazio anche per questa preziosa testimonianza che ci ha offerto sugli ultimi giorni di vita del suo caro amico e sulla sua santa morte. Che possa edificarci tutti, cattolici e credenti in Cristo, in qualsiasi modo possiamo posizionarci nella Chiesa. Il posto migliore, penso, è nel Cuore di Dio, dove lui ora è certamente. Grazie di tutto, e che Dio la benedica. E benedica il suo lavoro e la sua famiglia, insieme alla bella famiglia di Mario Palmaro.

  11. La ringrazio per quanto ha detto e scritto in questi anni. E con Lei vorrei ricordare Mario Palmaro che ci ha mostrato come muore un cristiano. Alessandro Mirabelli

  12. Spero (e VOGLIO credere) che Padre Livio si riferisse al prof. De Mattei e non al compianto Mario Palmaro (che era morto da pochissimi giorni), quando ha usato quell’espressione (in ogni caso, infelice) del “repulisti” dei professorini da Radio Maria. Lì per lì anche il sottoscritto rimase molto male, perché associai l’espressione anche a Palmaro, ma sarebbe forse veramente troppo- anche per chi legittimamente, come me, ne critica le scelte- attribuire a Padre Livio una malizia ed una mancanza di carità cristiana di una simile gravità, cioè il continuare a parlare in termini di dura rivendicazione nei confronti di una persona da poco defunta. Non ci credo, o- ditelo pure- non ci voglio minimamente credere, fino a prova del contrario. Sarebbe infatti davvero inumano e assurdo, pochi giorni prima, all’annuncio della morte di Palmaro, dare la notizia- come ha fatto Padre Livio, seppur con estrema stringatezza- dicendo anche una parola di affidamento a Dio, se non erro; e poi, due o tre giorni dopo, parlarne ancora, con parole acide e ingenerose, come avrebbe – se fosse vero quel che non ritengo vero, fino a prova del contrario- fatto in quel caso Padre Livio. Penso che c’è il rischio di essere troppo “mal-pensanti”, e ciò non aiuterebbe nella “buona battaglia”. Tutto questo, ovviamente, non toglie uno “iota” dalle legittime critiche che l’operato di padre Livio può provocare- e provoca- in chi ha potuto notare, al di là delle penose “epurazioni”, un evidente “cambiamento” di comportamenti e di linea editoriale a radio Maria. Sembra davvero in atto una brusca “sterzata” da quello che era l’abituale contenuto e climax, a cui ormai da tempo eravamo tutti abituati e che, certamente, almeno per quanto mi riguarda, era certamente maggiormente apprezzato dell’attuale “appiattimento” acritico.

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