Chiacchierata settimanale, natalizia e un po’ napoletana, del dottor Rigoletto Corsini, medico fiorentino

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di Rigoletto Corsini

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Oi Mamma ca d’ ‘e mamme, si ‘a cchiù bella

e ‘a mezzo ‘e sciure si ‘a chiù bella rosa

de chistu cielo, Tu si’ chella stella

che pitta ‘o core argiento e ‘o fa sunnà.

(O Mamma che di tutte le mamme, sei la più bella/ in in mezzo ai fiori sei la più bella rosa / di questo cielo, Tu sei quella stella / che dipinge il cuore d’argento e lo fa sognare)

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Sono i versi di un poeta napoletano, Gennaro Di Franco, che compose una bella lirica alla Madonna del Carmine : ‘A chiù bella ‘e tutt’ ‘e mamme”, la quale venne pubblicata, nel 1975, in un volume : “S. Maria del Carmine detta ‘La Bruna’ ” (Ed. Laurenziana – Napoli) curato dal padre Gabriele Monaco, un grande amico di papà, Edmondo Eros Corsini, quando eravamo a Napoli, la città natale della mia povera mamma quando abitavamo al Vomero, in via Alvino, dove io feci i miei studi presso i padri salesiani prima di iscrivermi alla Facoltà di Medicina per seguire le orme di mio padre, primario chirurgico all’Ospedale “Cardinale Ascalesi” e di mio nonno materno Vittorio Colleoni, Docente di Anatomia all’Università “Federico II”…Avevo quattordici anni quando scendevo dal Vomero e mi recavo, il giovedì pomeriggio, fino all’Ospedale di papà dove lui – quando non aveva delle urgenze – mi aspettava e insieme andavamo “a giro” per compere, qualche volta a vedere una “Sceneggiata” alle “Palme” e, quasi sempre, al mercato di Porta Nolana dove si riforniva – forse a dirlo adesso reco scandalo! – di sigarette, di contrabbando, precisamente le Marlboro rosse, che fumava avidamente anche nel suo ufficio, in Ospedale…poi Ciro, il figlio di un portantino, che aveva un banco di frutta,ci uccideva i capitoni – venivano fritti in casa, dalla mamma, e tutti ne andavamo pazzi – che avevamo acquistato, vivi, al vicino banco del pescivendolo. Ciro, con un coltello affilato, tagliava le teste alle anguille che gli scappavano di mano e, mentre, poi, le sbuzzava, ancora sgusciavano sul marmo…papà ricompensava il giovanotto, per il servizio, con un pacchetto di sigarette che toglieva dalla stecca che, solitamente, acquistava.

Dopo andavamo, immancabilmente, alla chiesa del Carmine: papà era devoto – e anch’io e i mie figli lo siamo oggi – della Vergine del Carmine: era stata la mamma, napoletana, a “contagiarlo”, come amava dire nel gergo medico. La devozione alla Madonna del Carmelo è rimasta anche con il nostro il ritorno a Firenze; infatti ogni anno la nostra famiglia si recava – e si reca tuttavia – in devoto pellegrinaggio, nel mese di luglio, a Comparbio, nei pressi di Anghiari, al Santuario della Madonna del Carmine che, appunto, l’undici luglio del 1536 apparve a una pastorella. Sul luogo fu costruita poi una Basilica su disegno di Giovan Battista Camerini di Bibbiena.

Ricordo la mamma, solitamente silenziosa e riservata, che si accalorava nel parlarci della sua devozione alla Madonna Bruna e si commuoveva, fino alle lacrime, ricordando la devozione di un tempo, e la sciatteria dell’oggi. Ci raccontava come il culto della Madonna Bruna risalisse al 1175: “una data approssimativa – diceva la mamma – che tuttavia non va molto lontana dal vero. Infatti una Bolla di Sisto IV del 1475 , dice che il popolo napoletano aveva l’abitudine di frequentare la chiesa del Carmine (da tutto il mese di agosto fino all’otto settembre) da oltre trecento anni, ovvero dal 1175”.

Papà mi raccontava della liturgia meravigliosa “preconciliare” della domenica con la Messa Cantata e accompagnata da organo, trombe, violini…e poi le belle laudi mariane cantate a “una voce” dalla moltitudine della gente che, dopo aver fatto la coda ai confessionali, si accalcava alla balaustra per ricevere la S. Comunione, poi…la “rivoluzione” del Concilio, le balaustre abbattute, gli altari “capovolti” – papà usava la parola “invertiti” e calcava la voce su quella parola – e quindi, perdeva le staffe : “Sì, sì, una liturgia “invertita”…come “invertiti” sono, ora, tanti preti e che si vergognano perfino di portare la talare, preti che andrebbero presi a calci in….per non parlare della gente che bazzica i seminari che, secondo una seria inchiesta fatta in America, sono diventati, ora, senza più verifiche o accertamenti, il paradiso degli omosessuali”.

Diventava tutto rosso, papà, eppure era, come dicevano i suoi pazienti, “nu babà”…un uomo, come si suol dire nella campagna toscana “buono come il pane”, ma che perdeva il lume degli occhi quando si infilava nei meandri dei testi conciliari, di quel Concilio che chiamava Conciliabolo  “come quello di Pistoia del Settecento fatto dal vescovo giansenista Scipione de’ Ricci e dal “suo” Granduca illuminista e traditore, Pietro Leopoldo, un Conciliabolo che precorse i tempi a cominciare dalla messa in italiano, dall’abolizione del culto delle reliquie, dall’abbattimento di altari e balaustre, dalla soppressione delle Confraternite e delle Compagnie ma – diceva ancora mio padre – almeno una volta i cittadini toscani seppero reagire e insorsero e, assalendo la carrozza con dentro il Ricci e il Granduca illuminista , misero in fuga i due eretici e i loro scherani al grido di O funzioni vecchie o legnate nuove….”.

La mamma cercava di moderare le discussioni ma, in cuor suo – e lo diceva anche – la pensava come papà che parlava come parla adesso il mio Corradino che, con un po’ di “piccantino” in più, sembra il ritratto del nonno paterno…anzi, Corradino, va oltre. Mentre papà si fermava alle affermazioni di principio, mio figlio minore vorrebbe il “corpo a corpo”…incalza i suoi avversari, li sfida ,li stana (usando il suo linguaggio da “guappetto”), e poi li assale, frontalmente…e allora volano gli epiteti, e non sempre “garbati”…

Benedetti ragazzi che sembra voglian cambiare il mondo e non sanno che la terra ha sempre girato e continuerà a girare, anche senza di loro…

Certo Corradino ha preso molto del carattere del nonno, di mio padre Edmondo Eros, che, a differenza del nonno materno, Vittorio, era collerico anche se, passato l’attimo, ridiventava proprio un “babà”…e chi sa che sul mio secondogenito non abbia influito anche il nome, un nome Ghibellino legato anch’esso alla devozione della Madonna del Carmine; infatti – come ci narrava p. Gabriele Monaco – proprio in “Campo Moricino”, l’attuale piazza del Mercato, vicino alla chiesetta degli eremiti, fu “giustiziato”, per una sentenza decretata dal feroce Carlo I d’Angiò, il figlio del defunto Imperatore Corrado IV, chiamato Corradino, da lui vinto nella battaglia di Tagliacozzo. Nonostante gli appelli alla misericordia, Carlo d’Angiò si fece lui stesso “accusatore”, nonostante lo stesso suo genero, il francese Roberto di Fiandra, avesse difeso con grande coraggio Corradino che aveva preso valorosamente le armi, non per togliere alcunché ad altri ma per recuperare l’eredità del Regno degli avi. Dunque il 24 ottobre del 1268 vide l’ingiusto supplizio dell’ardimentoso giovane che così descrive in una bella poesia Aleardo Aleardi:

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La più bella città de le marine

Vide fremente fluttuar un velo

Funereo sulla piazza : e una bipenne

Calar sul ceppo, ove posava un capo

Colla pupilla del color del mare, 

pallido e altero e con la chioma d’oro.

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Neanche la maestà della morte riuscì a far impietosire l’animo del Carlo d’Angiò che volle che il corpo del nipote di Manfredi, straziato dalla dura prigionia di Castel dell’Ovo, fosse gettato in un fosso e coperto di pietre. Finalmente l’angioino concesse, dietro richiesta del vescovo di Napoli Ayglerio, impietosito dalle lacrime della madre del povero Corradino, Elisabetta di Wittelsbach, che il corpo del figlio di Corrado IV di Svevia fosse deposto in una sepoltura presso la chiesa del Carmine, dove i religiosi lo collocarono dietro l’altar maggiore, come poeticamente ci dice ancora l’Aleardi:

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Ma sul Reno natio era un castello

E sul freddo verone era una madre,

Che lagrimava nell’attesa amara:

“Nobile augello che volando vai,

Se vieni dalla dolce itala terra,

Dimmi hai veduto il figlio mio?” – Lo vidi 

Era biondo, era bianco, era beato,

Sotto l’arco d’un tempio era sepolto. –

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Chi sa, forse furono i racconti di p. Monaco che mi commossero; ero un ragazzino di quattordici anni e già, per tradizione familiare, maturavano nel mio cuore i sentimenti prettamente guelfi (avevo letto un bellissimo libro di Tito Casini,”Il Dilettoso monte”, in cui l’eroe, ovvero il protagonista della vicenda, si chiamava, appunto, Guelfo, “di nome e di fatto” come siglò lo scrittore firenzuolino), ma i due personaggi, Manfredi e Corradino, mi avvinsero per la loro disgraziata sorte; mi molcerono il cuore di fanciullo la loro giovinezza, il loro ardore, il pianto della madre e mi indignò, invece, la mancanza di “pietas” nei confronti di due poveri morti – e l’oltraggio fatto a una salma, a un povero morto, la cosa più indegna, più obbrobriosa, più infame, che uno, Dio non voglia si professi cattolico, possa fare; oltraggiare una persona, oltre tutto morta nella grazia del Signore e negarle il conforto cristiano di una benedizione o di una sepoltura è una cosa che degrada l’uomo, e chi gli sta d’intorno, al livello dell’animale più stupido, più  immondo e sanguinario…non il leone o la tigre, ma la iena e lo sciacallo, il topo di fogna…   per cui fui preso da un guizzo di “ghibellinismo” e, non lo crederete, ma fin da allora, feci voto che i nomi dei primi due figli (e, purtroppo, solo due ne ho avuti, e il secondo, il piccolo, non conobbe la madre) sarebbero stati quelli di Manfredi e Corradino…e fu così: il mio primogenito, avvocato a Firenze, è Manfredi e il “più piccolo”, il più coccolato e, forse, anche il più amato è proprio Corradino, cattolico, “ghibellino” in tutti i sensi, che ai pregi del suo carattere, come la generosità, la delicatezza d’animo, l’altruismo, la voglia di fare, aggiunge anche, accentuandole, le peculiarità della giovinezza: l’intolleranza, il “ribellismo” seppur incanalato nei filone dell’ordine, talvolta anche la violenza che, seppur verbale, fa male vedere in un figlio!

Ed è proprio in occasione di queste vacanze del Santo Natale che, grazie a Corradino che era ansioso di andare sulla tomba della mamma, abbiamo deciso di trascorrere alcuni giorni a Napoli, in casa di mia sorella Serena Corsini, coniugata Attanasio, insieme al marito Ferdinando che è un noto esponente del Movimento Monarchico Borbonico e al loro figlio Francesco Gennaro (in due nomi è  insita la fedeltà alla Monarchia e al suo ultimo e valoroso Re Francesco e la devozione al Santo Patrono di Napoli, San Gennaro Martire, ovvero alla “napoletanità”).

Ci raggiungeranno per Natale i parenti di mio cognato e l’ormai immancabile avvocato Julo Alberto junior Scopetani. Purtroppo non sarà con noi il professor Vinicio Catturelli che, per mio consiglio, dovà rimanere – a causa, sia della sua recente malattia cardiaca, sia dei suoi 96 anni…che non son pochi – nella sua bella casa Liberty di Montecatini, attorniato da figli e nipoti che gli voglion bene, tra cui il suo prediletto, l’avvocato Manlio Tonfini.

Ho lasciato, stavolta senza rimpianti, il mio studio medico fiorentino di via de’ Tavolini – mi sostituirà per questi pochi giorni il giovanissimo collega armeno dottor Gregorio Arlan – dove, da un po’ di tempo a questa parte, si fanno sempre più numerosi i “pazienti” che  arrivano da me con la diagnosi già pronta, schiere di vegani che mi consigliano la dieta dei mentecatti che non toccano carne, latticini etc., dei vegetariani, di coloro che vengono avanti e ti dicono: “Vede dottore io avrei bisogno di alcune pasticche per dormire (e ti dicono anche la il nome della medicina) come mi ha consigliato lo psicologo”…come a dire: mia dia un medicamento, come mi ha consigliato la pitonessa o il mago Otelma…

Si fa sempre più numeroso e agguerrito il numero dei ” io mi curo da me” che si presentano chiedendoti una ricetta…e suscitando non solo la mia pietà ma, talvolta, anche la mia ira, nonostante il mio carattere di persona tranquilla e quieta…poi ci sono coloro che, addirittura, non contenti di curarsi (sbagliando) da sè, pretenderebbero di curare anche i propri familiari: “Vede dottore – mi dice il padre di un ragazzo con la scoliosi – io gli faccio fare palestra e pallavolo…per questo suo “problemino”…e mi sembra migliorato… Già, gli sembra migliorato il ragazzo, a questo padre degenere che non sa che facendo fare pallavolo al giovane con la scoliosi si taglia ogni via di cura…si peggiora in continuazione…

Sembra impossibile ma l’imbecillità umana sta prendendo il sopravvento e a questo si aggiunga l’involgarimento della città di Firenze che si va islamizzando, grazie anche al nostro beneamato sindaco Nardella che fa lo smargiasso (Corradino dice, benedetto figliolo, una cosa peggiore!) e ti fa l’addobbo delle strade con le “luminarie” a forma di preservativi e spermatozoi che, nella testolina del nostro sindachino “renziniano”, dovrebbero avere anche un significato…

Proprio l’altra sera, a cena a casa nostra, di fronte a diversi ospiti di riguardo, l’avvocato Scopetani ha passato il limite e ha affermato: “Le luminarie a forma di preservativi per fermare gli spermatozoi? Ma Nardella che è il sindaco delle s…e non dovrebbe preoccuparsi dei preservativi…”

Benedetti figlioli (e, ormai, Alberto junior Scopetani, lo considero un figliolo!) che hanno bisogno di fare battute “grasse” per calamitare l’attenzione!

Quando partimmo ieri mattina da Firenze per la città di Partenope, con l’Italo, Corradino era già andato nella chiesa di Ognissanti per confessarsi e, more solito, prima ancora di partire ha iniziato le sue geremiadi “ghibelline”: “Vedi, papà, io finisco per diventare un mangiapreti…vado in Ognissanti e lì, dove un tempo vedevo la figura ieratica di padre Lanzetta e il volto sorridente di p. Leopoldo, ti trovo un tipo con la faccia torva, lo sguardo tra l’ebete e il cretino cattivo, domando se sia un prete e lui mi risponde che sì, in  effetti lui è proprio un prete…e alla mia domanda da dove avrei dovuto vedere se lui fosse stato un prete mi dice tra lo stupito e l’irato: “ma non vede che sono in chiesa?”, al che gli ho risposto – mi racconta ancora Corradino – che anch’io sono in chiesa eppure non sono un prete…insomma gli ho chiesto se poteva confessarmi e mi ha risposto affermativamente. Aspettavo che indossasse la talare, la stola, la cotta…e invece lì, su due piedi, in attesa della mia confessione…gli ho suggerito di andare in un inginocchiatoio lì vicino…è venuto…mi sono inginocchiato e lui, di rimando, ma che fa, allora bisogna che mi inginocchi anch’io! E si è inginocchiato…boh! Io ho iniziato la confessione…insomma, papà – ha concluso il mio Corradino – ora in quella chiesa ci sono i francescani e c’è da mettersi le mani nei capelli nel vedere un sudiciumaio simile…”.

Ho subito stoppato mio figlio : “Vedi Corradino – gli ho detto gentilmente – a me sembra che tu faccia le cose per provocazione, ne parlammo già l’altra sera…potevi fare a meno di andare in Ognissanti, ti saresti confessato, qualche ora dopo, a Napoli, e, forse, lì avresti trovato un sacerdote con …diciamo così, un po’ più di stile…la confessione è un Sacramento, una cosa seria, si cerca di evitare le provocazioni…sapevi che in Ognissanti regna il cialtronismo!..”.

Il ragazzo tace sornione, mi sembra pentito…benedetti figlioli, con il gusto della provocazione!

Partiamo e arrivati a Napoli, comincia la lunga teoria dei cari ricordi, dopo il frugale pranzo da mia sorella Serena. Corradino è pronto ad andare a ri -percorrere, e lo fa più volte l’anno, con il cugino Francesco Gennaro, le strade, i vicoli e tutte le gorgotte de’ rioni napoletani, ma stavolta mi prende, anzi mi prendono (piacevolmente), di contropiede : “Zio, – mi dice mio nipote Francesco Gennaro – devi venire anche tu con noi, a rivedere i posti della tua infanzia e della tua giovinezza…ci fa piacere a noi…”.

Insiste anche mio figlio: “Dai, papà, vieni con noi…un po’ di moto ti farà bene…te ne stai sempre rinchiuso in quel tuo bugigattolo di ambulatorio di via de’ Tavolini…”.

Non so dire quanto la cosa mi abbia fatto piacere: ho cercato di tergiversare, ho detto che no, sarei stato loro di peso, che io stavo bene in casa, a parlare con mia sorella e mio cognato…ma in cuor mio avevo paura che loro acconsentissero e mi lasciassero solo, lì, spaesato..e, allora, mentre dicevo no, intanto mi preparavo e mi avviavo verso la porta: “pacta sunt servanda”…

La prima tappa è stata al Caffé Gambrinus in piazza Plebiscito, poi alla chiesa del Carmine…e quante, quante, care memorie, in quella atmosfera natalizia che a me mette commozione, gioia e malinconia a un tempo…sì, inizio il mio viaggio, napoletano che continuerà per qualche giorno, qui, in questa cara città che mi ha visto prima “Scugnizzo”, poi, giovane…di tante belle speranze…

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il presepe napoletano nello Studio di Corradino Corsini a Frenze

Caffè Gambrinus a Napoli. Da sinistra: Francesco Gennaro e Corradino

Corradino in devoto raccoglimento nella Chiesa del Carmine

il mercato del pesce a Porta Nolana

La statua di Corradino di Svevia nella basilica della Madonna del Carmine

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3 commenti su “Chiacchierata settimanale, natalizia e un po’ napoletana, del dottor Rigoletto Corsini, medico fiorentino”

  1. Cesaremaria Glori

    Caro dottor Corsini,
    grazie per questa ventata di aria pura che fa così bene a chi è nauseato dalla opprimente mefitica aria che ci circonda. Grazie e Buon Santo Natale col presepe e le belle statuine come s’usava una volta. Corradino sarà pure impertinente ma quanto ha ragione! Auguri e che Dio Vi benedica! E se non vi costa fatica un saluto alle tombe di Ferdinando e di Maria Cristina anche da parte mia.

  2. Dr. Corsini, spero a Napoli abbia tempo per visitare anche la bellissima Chiesa intitolata alla Immacolata Concezione, in p.zza del Gesù, al cui interno riposano le spoglie del medico Santo: Giuseppe Moscati!
    Io, tutte le volte che ci vado…mi riempio l’anima di questa meravigliosa figura di Uomo di Dio.
    Dr. Corsini,Buon Santo Natale,e che il Salvatore le regali un altro anno di fede,di vita, di luce!
    Vittoria

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