Clemente Rebora, dal sincretismo alla vera religione e dal risorgimento mazziniano all’autentico patriottismo  –  di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

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zzpvclmrbrClemente Rebora, nato a Milano nel 1885 da genitori di origine genovese, fu geniale e singolare protagonista di un cammino indirizzato alla liberazione dai soffocanti nodi stretti dal laicismo europeo intorno alla naturale aspirazione alla verità cristiana.

Il padre, ruggente personaggio, quasi in uscita dal giornalino di Giamburrasca, fu massone, garibaldino militante a Mentana, seguace del marmoreo agitatore che giammai sorrise, e fervente ammiratore di Carlo Cattaneo. Tollerò che il figlio fosse battezzato segretamente, ma impedì che ne avesse contezza e lo educò al culto laico del Risorgimento secondo il Mazzini e il Garibaldi.

Se non che Clemente, non refrattario alla grondante/avvolgente suggestione mazziniana ma insensibile all’esoterismo massonico, intraprese una personale vie di ricerca, che lo indirizzò alla frequentazione dei cenacoli nei quali era variamente e passionalmente attiva l’insofferenza per i valori professati e spacciati dalla borghesia laica e illuminata.

Il potere culturale d’inizio secolo, arcigno nei confronti delle iniziative della Chiesa cattolica, aveva permesso e in qualche modo sostenuto l’impianto di alcune reti di sicurezza, le scolastiche intitolate allo spiritualismo indo-cino-nipponico, le congreghe religiose inquinate dal modernismo, le accademie incandescenti, i circoli poetici a sfondo sincretista.

Tali occasioni erano finalizzate alla distrazione dell’inquietudine giovanile e alla sicurezza delle granitiche illusioni squillanti in mezzo al frastuono prodotto dalle chiacchiere cosmopolitiche della belle époque.

In altre parole: la tolleranza del potere nei confronti della scapigliatura discendeva dall’intenzione di scongiurare l’eventualità che l’indiscrezione e l’irrequietezza delle nuove generazioni si riversassero nella detestata e avversata fede cattolica e nell’autentica coscienza patriottica.

Se non che Rebora (e con lui le più vivaci intelligenti d’inizio secolo, i vociani, ad esempio) poteva essere occasionalmente attratto non trattenuto e non sedotto dalle manfrine spirituali, messe in scena per stornare l’invincibile disagio suscitato negli italiani  malamente unificati e tristemente amministrati nella lontananza dalla loro autentica tradizione.

Nel suo tormentato vagabondaggio intellettuale Rebora incontra i modernisti attivi nel circolo fondato da Tommaso Gallarati Scotti, approfondisce l’opera dell’eretico George Tyrrel, e stringe amicizia con Giovanni Boine, prossimo all’uscita dall’errore modernista.

Dai modernisti è informato sull’opera di Etienne Boutroux (1854-1921), il filosofo che aveva dimostrato l’irriducibilità dell’anima umana alla vita animale e contestato il positivismo riproponendo la dialettica di Blaise Pascal, contemplante lo spirito di finezza quale argine allo spirito geometrico di Cartesio e alla filosofia profana discendente dalla metafisica cartesiana.

Mentre Boine, avvertito e convinto dall’enciclica Pascendi, avanzava sicuro sulla  via della ritrovata fede cattolica, Rebora perseverava nella estenuante circolazione intorno alle oscurità predicate dagli spiritualismi in giubilo nella belle époque, gli autori che in qualche oscuro e misterioso modo hanno accompagnato il suo cammino di conversione.

Pertanto è impossibile dissentire dal giudizio di un critico della levatura di Oreste Macrì, il quale audacemente sostiene che “non è mai esistita una fase religiosa reboriana non cristiana e neppure precristiana, come d’un Rebora mazziniano, buddista, zen, Karma yoga, teosofo, gandhiano, tagoriano, sociniano, ecc. per sé. L’iter verso la conversione dogmatico-teologica, propriamente cattolica, si operato naturaliter dall’embrione alla bara e coscienzialmente. Qualunque elemento apparentemente alieno – sincretistico, gnostico-materialista, relativamente eretico – ha ricevuto nella sua persona ed opera qualità, valori cristiani infusi nel testo poetico, sempre in riferimento a un unico centro teologico e pratico di base: Cristo e l’Evangelo” [1]. 

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Nel 1910 Rebora si era intanto laureato discutendo con Gioacchino Volpe una tesi sul pensiero giuridico di Gian Domenico Romagnosi.

Nei mesi che preparano il repentino rovesciamento dell’ottimismo positivo nell’inutile strage, Rebora conosce e si innamora di Lydia Natus, una ballerina russa di origine ebraica, donna in possesso di uno straordinario e fascinoso corredo culturale.

Lydia, la lucciola, gli insegna la lingua russa, gli fa conoscere Dostoevskij e Solov’ev e lo aiuta a tradurre Andreev, Tolstoj e Gogol.  

Rebora non subisce il fascino della trionfante filosofia neo-hegeliana ma condivide la dura critica al positivismo sviluppata, nella Rivolta ideale da Alfredo Oriani, un autore del quale stima il riconoscimento della missione storica del popolo italiano.

Oriani è per Rebora la prima via d’uscita dalle fantasticherie mazziniane e quasi una introduzione al patriottismo del Beato Antonio Rosmini. L’autorevole Giuseppe Beschin cita al proposito uno scritto in cui Rebora afferma che “A Roma guardano o gridano dall’invisibile confine le anime, che temono e sperano; il mondo ha ancora nell’Urbe l’unità spirituale. … le circostanze assegnano all’Italia mediterranea  una funzione ed un primato: non mai fummo italiani come ora. Bisogna guardare in alto e lontano” 

Allo scoppio della Grande Guerra – “il tremendo festino di Moloch” – Rebora è chiamato alle armi e inviato al fronte, prima con  il grado di sergente poi con quello di tenente. Partecipa ai combattimenti sull’Altopiano della Bainsizza quindi all’estenuante guerra di trincea. In una lettera del 1925 descrive a tinte fosche l’esperienza della guerra: “Gettato faccia a faccia con i diavoli della Città del Male, non seppi scansarmi dal guardare il viso impietrante di Medusa ch’essi mi sbarattarono davanti agli occhi”.

Lo scoppio di una bomba lanciata da un obice austriaco nella sua trincea gli causò un trauma cranico, i cui effetti si trascineranno a lungo.

Congedato dall’esercito, Rebora si separa senza rimpianti da Lydia, che si unisce al pittore Massimo Campigli.

Nel segno della misericordia, Rebora svolge un’intensa attività d’insegnate e di soccorritore dei poveri e dei vagabondi, ma non si decide al passo decisivo, trattenuto dall’inveterato pregiudizio mazziniano, che nel papato contemplava la causa della divisione fra i popoli [2].

L’evento della Conciliazione gli fece superare tali pregiudizi ed egli esalterà subito dopo il papa per l’Enciclica sulla cristiana educazione della gioventù del 1930″ [3].

Approdato alla religione quasi cinquantenne”, scrive un illustre studioso il padre rosminiano Umberto Muratore, “Rebora cercò di recuperar5e il recuperabile, vale a dire l’innocenza soprannaturale. Probabilmente egli guardò sempre i fanciulli, portatori di tutta l’innocenza, con la venerazione raccomandata da Gesù [Lasciate che i fanciulli vengano a me perché di questi è il regno dei cieli. Matteo 19,14]. E cercò anche di ridiventarlo. Solo con tale presupposto si possono leggere certi suoi aneddoti, certi suoi scritti molto semplici, certi trasporti spontanei nei riguardi di Gesù e di Maria … l’ingenuità con cui soccorreva i poveri, la sua assoluta mancanza di scaltrezza” [4].

Guidato da un istinto quasi infallibile, Rebora, infatti, aveva indirizzato una richiesta di ammissione nell’Istituto della Carità, l’ordine religioso fondato dal Beato Antonio Rosmini: “Ebbi la grazia di entrare a quarantasei anni, come novizio nella sua famiglia [di Rosmini] religiosa; portavo ancora le conseguenze di un disordine, di una lunga e spesso angosciosa ricerca; battezzato infante, poi più nulla fino alla prima santa comunione, un anno e mezzo avanti di farmi religioso. Oh l’esigenza battesimale non lascia tregua fino a che non venga corrisposta” [5].

Accolto nell’ordine, Rebora trovò finalmente la pace interiore che aveva inseguito nel vagabondaggio attraverso le occasioni offerte da variopinte chimere e convertendosi scoprì la sua vocazione di poeta cristiano e profondo interprete del pensiero rosminiano: “con Rosmini, sostiene, anticipando le ragioni dei pensatori – Michele Federico Sciacca, Maria Adelaide Raschini e Pier Paolo Ottonello – che rivendicarono l’ortodossia del roveretano, “ci si sente nella verità, pervasi della verità, riposati: la luce della verità che viene da Dio è semplice, tranquilla, umile, soddisfacente, edificante”.

Rebora morì nel 1957, testimoniando la perfetta rassegnazione alla volontà del Signore. La sua vicenda manifesta l’approdo religioso al quale era indirizzata l’inquietudine della migliore gioventù italiana, quella che desiderava coniugare l’onesto amor di patria con la verità rivelata e la sapienza con l’umiltà.

Lo comprese un ostinato/tormentato miscredente e americano provvisorio, Giuseppe Prezzolini, autore il 7 luglio del 1957 di una lettera a Margherita Marchione, in quel tempo impegnata a scrivere una tesi sul poeta rosminiano: “Clemente Rebora, che io rivedo ancora come un bellissimo e carissimo giovane, occhi vellutati, espressione aperta, parola fatata, mi parve con la sua famiglia, uno dei migliori prodotti del paese che allora era mio”.

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[1] Cfr.: Oreste Macrì, La poesia di Clemente Rebora, in Aa. Vv., Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea, Editori Riuniti, Roma 1993,  pag. 24.

[2] Cfr.: Giuseppe Breschin, Il significato dell’amore in Antonio Rosmini e Clemente Rebora, in Aa. Vv., Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea, op. cit. pag. 239.

[3] Cfr. : Giuseppe Breschin, Il significato dell’amore in Antonio Rosmini e Clemente Rebora, in Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea,  op. cit. pag. 257.

[4] Cfr.: Umberto Muratore, La vocazione rosminiana di Clemente Rebora, in Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea, op. cit. pag. 419,

[5] Citato da Alfeo Valle in L’esperienza religiosa e poetica di Rebora nel periodo roveretano, in Clemente Rebora nella cultura italiana ed europea, op. cit. pag.  401.

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fonte: blog dell’Autore 

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