Colpa d’Alfredo: un ricordo di mons. Contran nel decennale della scomparsa – di Léon Bertoletti

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di Léon Bertoletti

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Dieci anni fa, il 20 ottobre 2007, moriva don Alfredo Contran. Un prete con la tonaca, per intendersi. Insegnò la religione, ma anche Dante e Manzoni, ai liceali di Padova. Soprattutto diresse, dal burrascoso 1965 al tempestoso ’93, il settimanale diocesano, La Difesa del Popolo: quando la stampa cattolica era cattolica, la diocesi una diocesi e non un ong pietosa, il vescovo un vescovo e non il compagnuccio della parrocchietta. Fu il mio primo direttore (il mio esordio pubblicistico è datato 27 ottobre 1991) e su Riscossa Cristiana ho già scritto di lui a proposito della vicenda narrativa, poi diventata una topica giornalistica, di Suor Lucj (clicca qui). Voglio commemorarlo qui da uomo e da cronista, assicurandogli un ricordo e una preghiera, senza piaggeria, svenevolezza o smancerie, non come certi cattolici perbene che si comportano da carogne in vita e poi vanno a compungersi, a frignare ai funerali. Mi fece ripassare il Catechismo e pure qualche poesia di Tagore, stroncò senza pietà la mia prima operetta musicale («L’apertura, battute e dialogo, è scontata, piatta, ovvia, non proporzionata all’annuncio di ciò che sta succedendo. La seconda scena è un pretesto per cantare. Ho l’impressione che l’intera costruzione sappia di artificio. Non credibile la trama»). E ho sempre ben presente quando, a corredo di un articolo socialoide, gli poggiai al centro della scrivania – tra la macchina da scrivere, le TrattoPen, le cartelle dattiloscritte, gli immancabili ritagli di giornale e il registratore – la foto (non esisteva il digitale) di una suora in abiti borghesi, con i capelli al vento. La spostò ai margini del tavolo, con l’indice e il medio della mano destra. La tenne in bilico sul bordo, quasi per farla cadere nel cestino. Così rigido in quella posa, senz’altre spiegazioni, sbottò: «Questa non la pubblico». Compresi anni dopo come e quanto fosse dotato di visione e di ragione; dopo la disintossicazione e la riabilitazione, mentre allora mi facevo spinelli con Rahner, sniffavo l’Enchiridion Vaticanum, mi sparavo in vena siringate di Bugnini.

Diavolo, com’erano tosti i pretacci d’altri tempi e di tutti i tempi! «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Signore, accetto l’annientamento del mio essere come ultimo e supremo omaggio alla tua infinita misericordia» si legge nel Testamento spirituale di don Alfredo. «Sofferenze e distacchi vadano in riparazione dell’amore a te sottratto con le mie colpe e a salvezza delle anime che non ho servito sempre con amore. Getto l’intera mia vicenda terrena nel cuore misericordioso di Gesù perché tutto purifichi e perdoni». Più avanti: «Ho patito molto soprattutto per i miei peccati, difetti, limiti e debolezze, ma ho incontrato ad ogni istante la bontà del Signore. Il dolore mi è stato compagno per tutta la vita, ma devo proprio alla sua presenza i miei piccoli e grandi ritorni a Dio». Ancora: «Chiesa di Gesù Cristo, mio amore quotidiano, paese stupendo del mio sacerdozio, luce della mia vita, madre del mio cammino di salvezza, ti benedico e ti ringrazio. Che gioia, l’essere stato prete in questi anni! Maria Santissima che amai “perdutamente” ad ogni ora, e sentii presente in ogni momento della mia esistenza terrena, ottienimi misericordia. Post hoc exilium Filium tuum Jesum mihi ostende».

Si respira aria (inquinata) di campagna elettorale. Propongo ai lettori, dunque, il vademecum politico che monsignor Contran scrisse nel giugno 1980 per i compilatori di liste: «1. Non riciclare persone che, per vari motivi, sono “bruciate” nell’opinione pubblica (può darsi ingiustamente) ma il cui ritorno non farebbe altro che indispettire l’elettore. 2. Non promuovere ad una “serie” più alta se non chi è veramente meritevole, altrimenti si consolida il sospetto o più esattamente la convinzione che in politica non si torna indietro, si acquista anzi il diritto di salire sempre più in su. 3. Cambiare “cavalli”. Nelle congregazioni religiose, dove la carriera e l’interesse non c’entrano, i responsabili vengono ridiscussi ogni triennio. E in politica? Ci sono dei “ronzini” che puntualmente, ad ogni elezione, saltano fuori; altri, “cavalli di razza”, hanno dato tutto ed è bene che lascino il posto ad altri. La politica consuma presto i suoi protagonisti e inevitabilmente crea sospetti anche sui migliori. 4. Proporre persone competenti. La complessità delle leggi, in cui si dibattono le amministrazioni civili, a vari livelli, richiede non cadreghinisti ma esperti. 5. Scegliere temperamenti che sanno “mediare”, non rompere, che guardano al bene degli amministrati, non ai giochi di partito, e che sono disposti a pagare di persona quando sbagliano. 6. Evitare le candidature di coloro che hanno già in mano una fetta di potere per via del lavoro o della professione che svolgono. Nessuno va escluso a priori, ma attenzione a non riportare certi paesi ai tempi del feudalesimo, in cui comandano in Comune quelli che hanno in tasca le chiavi dell’economia locale. 7. Respingere nel modo più assoluto coloro che, per accettare di entrare in lista, pretendono, nell’esercizio del potere amministrativo, il posto più qualificato od onorifico. 8. Far posto alle donne. Ce ne sono molte di brave e preparate. Bisogna dimostrare in concreto che crediamo al loro apporto e alla loro saggezza. 9. Esigere come requisiti primari l’onestà e l’esemplarità. Un amministratore è sempre un educatore ed è inevitabilmente un punto di riferimento per l’intera comunità».

Niente più che un assaggio delle sue idee oneste per un grazie a don Alfredo. Requiescat in pace.

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