COME PORTIAMO OGGI I NOSTRI FIGLI A CRISTO? – di Carla D’Agostino Ungaretti

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“Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. (Mt 19, 13 – 14)

“Maxima puero debetur reverentia” (Giovenale, Satire, XIV, 47)

Il dilagante omosessualismo avrà un effetto devastante sull’educazione morale e sull’equilibrio psicologico dei fanciulli:

ADERIAMO ALL’APPELLO PER FERMARE LA PROPOSTA DI LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA

 

 

di Carla D’Agostino Ungaretti

 

 

“Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. (Mt 19, 13 – 14)

“Maxima puero debetur reverentia” (Giovenale, Satire, XIV, 47)

Mons. Giancarlo Bregantini, Vescovo di Campobasso, ha narrato recentemente un bellissimo episodio della sua infanzia riguardante suo padre. “Un giorno di luglio, caldo ed afoso, mi recai da lui per portargli il pranzo, occupato com’era nel taglio del fieno. Appena arrivato in campagna, ragazzino curioso e goloso, notai che stavano già maturando le prime pere, piccoline ma dolcissime, dette appunto “le pere di S. Anna” proprio per la stagione in cui maturano. Velocissimo, salii subito sull’albero per mangiarle assetato com’ero, Ma mio papà mi impose di scendere e mi disse con tono fermo: “Non si fa così … sono le prime pere, le primizie … perciò prima si fa il segno della croce, si ringrazia e poi si mangia”[1]. Mons. Bregantini riferiva questo “monito paterno e insieme biblico” nel contesto esplicativo della preghiera che ogni cristiano rivolge quotidianamente al Padre per ringraziarlo dei benefici che riceve per il suo sostentamento ma, leggendo l’episodio, io sono rimasta intenerita e commossa anche per un altro aspetto che vi ho intravisto: la sana educazione umana e cristiana che quel padre sapeva impartire a suo figlio.

Infatti il padre di Mons. Bregantini, con il suo ammonimento, ha insegnato a suo figlio due cose fondamentali, senza peraltro negargli il piccolo piacere di gustare quelle squisite pere: a livello umano, a non essere ingordo ma a saper aspettare; a livello spirituale, a riconoscere che tutto ciò di cui godiamo, tutto ciò che ci nutre e ci sostiene lo dobbiamo al Padre, da cui tutto dipende e perciò non dobbiamo mai dimenticare di ringraziarLo per i suoi doni. Credo che questa sia stata una bellissima manifestazione di educazione cristiana impartita da un padre a suo figlio.

gefMentre rifletto su questo, mi torna in mente il dipinto ottocentesco di scuola romantica di Carl Vogel von Vogelstein “Lasciate che i bambini vengano a me”conservato nella Galleria d’Arte Moderna di Firenze (vedi illustrazione), che tutti conosciamo perché da sempre riprodotto sui  santini e sulle immaginette delle Prime Comunioni. In esso Gesù allarga le braccia per accogliere tra di esse alcuni bambini che gli si affollano sulle ginocchia mentre, alla sua destra, una madre gli conduce un’altra bimba perché Egli la benedica. Ma gli evangelisti Matteo e Marco, che riportano l’episodio, riferiscono anche che i discepoli sgridarono i bambini, forse temendo che essi disturbassero il Maestro, dimostrando per l’ennesima volta di aver capito poco di Lui: come possono i bambini disturbare Dio? Infatti, secondo Marco (10, 13 – 14), “Gesù si indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso” e prendendoli tra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva”. In questo episodio evangelico io vedo il chiaro invito che Gesù rivolge ai genitori di condurGli i loro figlioli tenendoli per mano e accompagnandoli in un cammino di fede che, inizialmente, sarà necessariamente “da bambino”, come dice S. Paolo (1Cor 13, 11) ma che, una volta divenuti essi adulti, “ciò che era da bambino dovrà essere abbandonato” per dare luogo, invece, a quella fede matura, consapevole e capace di rendere ragione di se stessa, che però include anche quella fiducia e, in più, quell’abbandono totale alla volontà di Dio che la vera fede nutre nei confronti del Padre, proprio come la cieca fiducia che i bambini nutrono nei confronti del loro papà. Tutto ciò, però, sarà possibile solo se i genitori saranno capaci di dare ai loro figli un’educazione cristiana veramente fondata “sulla roccia”.

L’episodio evangelico, secondo me, riguarda da vicino l’enorme problema dell’educazione cristiana che oggi si dà (o non si dà) ai nostri figli. Poco prima, Gesù aveva anche detto: Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Mc 9, 42). Questo monito è terribile: tutti gli adulti, in ogni tempo e in ogni paese, siano essi, o meno, genitori, educatori, scrittori, giornalisti, politici, allenatori sportivi e (aggiungo con forza) cantanti rock, divi del cinema e della TV o comunque personalità in grado di esercitare un’influenza sui giovanissimi, dovrebbero meditare su questo episodio evangelico e prendere coscienza della loro responsabilità – sia nel linguaggio che nei comportamenti – nei confronti di chi li ammira. Oppure, se essi non hanno  (come oggi è molto frequente) troppa dimestichezza con il Vangelo, dovrebbero almeno meditare la frase di Giovenale che ho citato in epigrafe, scritta dal poeta pagano nel II secolo d. C.,  che denota come anche l’antica cultura che non aveva ancora accettato il cristianesimo avesse nondimeno ben compreso l’importanza dell’esempio che si dà ai giovani.

Sappiamo riconoscere questa responsabilità oggigiorno? Temo proprio di no. I bambini, lo sanno tutti, sono come spugne che assorbono e rielaborano (dabambini) tutto ciò che avviene intorno a loro, e ciò che vedono e a cui assistono spesso non è esattamente conforme al dettato di Cristo. Le cronache degli ultimi tempi sono particolarmente sconfortanti per le ricadute che producono sui piccoli innocenti: le famiglie sono spesso terreni di scontro per coniugi “l’un contro l’altro armati”, la stessa scuola sembra annaspare ed è ambigua nel fornire esempi ed insegnamenti spesso contraddittori. Per di più, non sappiamo cosa accadrà se verranno emanate certe leggi decisamente antitetiche al Vangelo. Tutti parlano di estendere i cosiddetti diritti civili a certe categorie che ancora ne sarebbero prive, senza minimamente preoccuparsi dei diritti speculari dei bambini e di quali potrebbero essere le conseguenze a carico delle giovani menti in formazione.

Riconosco che è troppo facile parlare di un’educazione fondata sulla roccia in un’epoca travagliata come la nostra in cui non si è più sicuri di nulla; in cui anche gli sposi che si professano cattolici non sono più disposti a scommettere sulla durata del loro matrimonio; in cui si auspica l’introduzione dei patti prematrimoniali per tutelarsi in caso di un prevedibile divorzio; in cui si reputa l’aborto un diritto umano; in cui si vorrebbe consentire il matrimonio tra omosessuali, condannando alla riprovazione sociale chi vuole insegnare ai giovani la peccaminosità di certe scelte. E’ evidente la totale scristianizzazione che ha subito il nostro mondo negli ultimi 50 anni: una volta i genitori cattolici erano (abbastanza) sicuri che la scuola e la società in generale agivano (abbastanza) in sintonia con i loro principi; si poteva parlare di un cristianesimo “sociologico”, assorbito con il latte materno, nel quale l’identità religiosa era abbastanza scontata. In realtà non sempre si riusciva a trasmettere la fede, ma si educava alla religione come istituzione sociale. Oggi quella (relativa) tranquillità è stata spazzata via dalla malattia spirituale che dilaga in occidente che, anzi, combatte una strenua battaglia contro tutto ciò che si professi cristiano e, in particolare, cattolico. Possiamo piuttosto parlare di un cristianesimo “scelto”, in cui l’identità religiosa è sempre più frutto di una scelta e di una decisione personale.

Del resto, che cos’è la “fede”? Don Luigi Giussani dette una risposta semplicissima e lapidaria: E’ aderire a quello che afferma un altro[2]Quel grandeeducatore – ancora ricordato con venerazione ed affetto dai suoi antichi allievi -riusciva a far capire loro che “la gioia più grande della vita dell’uomo è quella di far sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore”[3],e aggiungeva poi, con lo stile radicale e icastico che gli era proprio: “Il resto è veloce illusione o sterco”. E i bambini subito acquistano,come dicevo prima, una sorta di fede fin da quando cominciano a succhiare il latte materno e proseguono quando cominciano a ricevere le prime spiegazioni e i primi insegnamenti dai genitori. Ma il vero problema sorge quando si tratta di comunicare ai propri figli una visione cristiana del mondo, quella che conferisce forma e significato a un’esistenza intera. Chi può vantarsi oggi di avere una simile visione a 360 gradi? Il divario tra le generazioni è enormemente aumentato, le trasformazioni imposte dalla società liquida creano problemi di ascolto reciproco, e quindi di comunicazione, perché sono cambiati i modelli culturali. Molti uomini di Chiesa considerano spesso i giovani una “generazione perduta” perché, se è vero che molti valori non si trasmettono più dai vecchi ai giovani, bisogna ammettere che anche il mondo degli anziani è spesso disordinato e relativistico.

E’ noto che gli italiani, ancora nella maggioranza dei casi, fanno battezzare i propri figli, li mandano al catechismo, in parrocchia o all’oratorio per prepararli alla Prima Comunione, e quando i ragazzi arrivano alle soglie dell’adolescenza fanno frequentare loro i corsi di preparazione alla Cresima. Ma questo avviene spesso più per parcheggiarli in un ambiente sicuro durante la loro assenza che per profonda convinzione di fede. E’ altrettanto noto che poco dopo gli adolescenti cominciano a trascurare la pratica religiosa e arrivano ai vent’anni spesso professandosi agnostici perché, nel frattempo, il “mondo” li ha sedotti e avviati in una direzione opposta a quella cristiana. Perché si verifica questo abbandono? Come mai la forza di attrazione esercitata su di loro dal “mondo” si rivela tanto più forte di quella esercitata dai genitori?[4] Perché la “forza di attrazione” dei genitori nel frattempo si è enormemente affievolita, ammesso che sia mai esistita. Infatti all’età di tredici – quattordici anni, in cui ci si accosta alla Cresima, essi avvertono ancora una briciola di quell’autorità genitoriale capace di persuadere i ragazzi a quel passo, spesso solo per obbedire alle care vecchie usanze borghesi,  ma poi tutto finisce e il Sacramento della Confermazione è definito da alcuni sacerdoti “il Sacramento dell’addio”.

I genitori che portano il loro figlio al fonte battesimale devono, secondo la liturgia, pronunciare pubblicamente il “Credo” e impegnarsi pubblicamente a educare cristianamente i loro figli. E’ un momento “forte” della liturgia e io mi domando se alcuni di loro si rendano conto  della serietà e della gravità dell’impegno che si assumono davanti a Dio, al padrino, alla madrina e a tutti i partecipanti alla cerimonia. Penso che molti non lo comprendano e me lo confermano molti fatti: per esempio, spesso il Battesimo viene richiesto solo “perché è tradizione familiare”; tante famiglie sono pronte a trascurare la Messa domenicale appena si prospetta la possibilità di una piacevole scampagnata; molti genitori non esitano a separarsi pur mandando i loro figli al catechismo dove dovrebbero imparare l’indissolubilità del matrimonio cristiano. So che molti catechisti provano un forte imbarazzo quando vedono che molti bambini vengono accompagnati dalla fidanzata di papà o dal fidanzato della mamma[5]. Ho citato solo i primi esempi che mi sono venuti in mente, ma credo che essi siano sintomatici della difficoltà che incontrano oggi i catechisti e gli educatori cattolici in genere nell’insegnare ai bambini la retta dottrina cristiana senza sminuire, ai loro occhi, la figura e l’autorevolezza dei genitori il cui stile di vita non coincide con quello cristiano. Bisogna riuscire a instillare nelle giovani menti la sostanziale differenza, che Giovanni XXIII spiegò esaurientemente, tra l’errore (da condannare sempre) e l’errante (da non giudicare mai), ma tutti conosciamo la perspicacia e l’acutezza di certi bambini, capaci di cogliere ogni minima incoerenza nel comportamento dei loro genitori e allora comprendiamo sempre meglio l’odierna difficoltà di certi compiti educativi.  E’ allora un’utopia la speranza, più volte espressa dal Card. Ruini, che si realizzi un’autentica sinergia tra le famiglie e gli educatori, data l’emergenza educativa che stiamo vivendo e che tutti riconoscono? Su quali basi dovrebbe realizzarsi questa sinergia? Cristiane o laiche? Anche questo è un problema, perché tutti noi, cattolici o laici, credenti o atei, desideriamo solo il bene dei nostri figli.

E’ un difficile problema pastorale, questo, che giustamente fa tremare le vene e i polsi ai catechisti più responsabili ed non pretendo certo di essere io a risolverlo o di suggerire soluzioni, ma da cattolica “bambina” quale sono, provo un grande dolore a vedere così spesso la pratica della fede – espressa nei momenti “forti”della vita, quali sono il Battesimo, la Prima Comunione, il Matrimonio – ridotta a un semplice ossequio alla tradizione o a un’occasione mondana accompagnata da appetitosi rinfreschi. Una volta pensavo che non fosse giusto battezzare bambini i cui genitori non fossero animati da un fede sicura e da un’altrettanto sicuro proposito di allevare cristianamente i propri figli. Pensavo che ciò avrebbe significato “prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”, come obietta inizialmente Gesù alle insistenze della donna cananea (Mt 15, 21ss). Infatti solo la professione di fede di quest’ultima gli farà cambiare idea esaudendo la sua preghiera. Poi ho riflettuto che il Battesimo, infondendo la Grazia Santificante, agisce “ex opere operato” facendo comunque del bambino un nuovo figlio di Dio e un nuovo membro della Chiesa, anche se i suoi genitori sono di fede debole o superficiale, perciò non dobbiamo essere noi a ostacolare l’opera misteriosa della Grazia mettendole i bastoni tra le ruote.

Le statistiche ci dicono che i giovani del nostro tempo amano il proprio gruppo (anche se cristiano) e il proprio Movimento, ma non vivono più un’esperienza di Chiesa come istituzione. Se partecipano alle GMG, lo fanno perché si tratta di esperienze coinvolgenti che li fanno sentire in cammino con tutti i giovani del mondo, ma  saltano volentieri l’istituzione che giudicano “chiusa, rigida, vecchia”, le cui norme sono rimaste immutate da secoli e molti dei sacerdoti che vivono in contatto con i giovani non impongono più obblighi e divieti per non perdere il contatto con loro. E’ il problema moderno del rapporto (che io reputo alterato) tra il gregge di Dio e i pastori che dovrebbero indirizzarlo sui giusti sentieri, sgridarlo quando traligna, ammonirlo quando recalcitra e invece tacciono. Per timore? Per timidezza? Per debolezza di fede?

Non voglio credere che i giovani nati nel XXI secolo siano increduli o immorali, perché sarei cinica e pessimista, ma ritengo assolutamente necessario che noi adulti, genitori, educatori, sacerdoti siamo capaci non tanto di insegnare quanto ditestimoniare ai nostri giovani la fede – secondo la famosa, profetica affermazione di Paolo VI – presentando loro una Chiesa dal volto credibile, che sia capace di camminare con loro ascoltandone i dubbi, le incertezze e le ansietà e dando risposte vissute motivate, come faceva don Giussani, perché essi non accettano più a scatola chiusa gli insegnamenti, da qualunque fonte provengano.

Del resto, la stessa Bibbia ci testimonia due diversi tipi di fede: la fede rocciosa di Abramo – che lasciò tutto per andare dove il Signore voleva, senza neppure chiedergli una mappa dell’itinerario da seguire – e la fede di Giobbe piena di dubbi, di inquietudini e di dolorose domande la quale, solo alla fine di un lungo percorso, poté fare quel salto di qualità che fece abbandonare Giobbe tra le braccia di Dio. E’ probabile che la fede dei giovani, oggi, sia come quella di Giobbe e allora è compito della Chiesa affiancarli e sostenerli nel loro cammino per aiutarli a intravedere la meta.


[1] Cfr. IL NOSTRO TEMPO, 21.7.2013, pag. 10.

[2] Cfr Il senso religioso, BUR Saggi 2011, pag. 29.

[3] Cfr. Alberto Savorana, Vita di don Giussani, Rizzoli 2013

[4] Ho sentito recentemente una battuta cinica ma spiritosa: “Se hai figli adolescenti e vuoi che qualcuno ti faccia le feste quanto torni a casa, prenditi un cane”.

[5] Tempo fa, una ma cara amica catechista mi rispose: “Che cosa avverrà, invece, quando alcuni bambini verranno accompagnati dalla “fidanzata” della mamma o dal “fidanzato” del papà?” Aveva ragione: nel clima che respiriamo, ci sarà concesso ancora di spiegare ai nostri figli l’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità?

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