Confessioni di un nobile italiano: Vanni Teodorani, Quaderno 1945-1946 – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

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zzvnntdrnLa tragica vicenda dei fascisti repubblicani e la parabola dei loro ideali, destinati a cadere nella malinconica baraonda del partito missino, fu narrata senza rancore e con elegante stile dal conte Vanni Teodorani, uno dei più onesti, intelligenti e colti protagonisti dell’ultima, sfortunata  pagina della grande storia italiana.

Sulla vicenda e sul pensiero di Teodorani era disceso un colpevole silenzio, emanazione della sordità/refrattarietà alla cultura agente in un partito, il Msi degli eredi di Almirante, indirizzato a naufragare nelle acque torbide e infide, sulle quali navigò ultimamente il debole progetto di costituire un’atipica e improbabile destra di conio laico, liberale e americanoide.

Silenzio ingiustificato, dal momento che la  personale vicenda di Teodorani appartiene a buon diritto alla nobile storia del fascismo italiano, inteso, nella sua ultima, drammatica ora, al ripensamento di una lontana origine socialista, rettificata e nobilitata dal viaggio nella cultura corporativa del cattolicesimo.

Teodorani tentò di salvare Mussolini sconsigliando il trasferimento nella improbabile ridotta della Valtellina e cercando di raggiungerlo nella via della fuga senza sbocchi. Nell’esecuzione del disperato piano fu messo al muro dai partigiani e salvato dal miracolo della Madre di Dio. che è rappresentato nel dipinto, riprodotto nella copertina del libro. La sua testimonianza, quantunque scritta a caldo, non poteva rimanere inedita e sconosciuta agli storici che tentano l’onesta ricostruzione della tragedia italiana.

I figli di Vanni Teodorani, Anna e Pio Luigi, hanno finalmente provveduto a far uscire dal silenzio e a pubblicare le pagine del diario 1945-1946 del loro padre.

Si tratta di un’antologia delle idee professate dai fascisti repubblicani e del racconto – doloroso ma non rancoroso – delle drammatiche e feroci giornate nelle quali fu affondato nel sangue dei fascisti (il bilancio ufficiale  contempla oltre quarantamila vittime, per lo più giovani e giovanissimi assassinati senza processo o a seguito di una indegna farsa giuridica) il sogno di elevare la nazione italiana e il progetto della rivoluzione sociale promossa da Benito Mussolini e condivisa e sostenuta dall’ex avversario Nicola Bombacci.

Una fine, la morte della Patria, che Teodorani definisce con parole bagnate dalle lacrime: “Noi fummo disfatti con la Patria e le sue ferite furono le nostre piaghe, gli altri vinsero come fazioni o come individui, non dico contro la Patria, ma almeno senza la Patria che lacera e dolente piangeva in un canto lontana dal loro gaudio, così come noi piangevamo”. Teodorani rammenta che, nei giorni di quella tragica primavera, a Milano, tutti cantavano una canzone detta dell’insurrezione, “una canzone strana, non un canto di vittoria per la libertà conquistata, ma piuttosto il pianto per Patria disfatta. Si chiamava Perduto amore”.

Edito in Cesena da Stilgraf, il pregevole volume delle memorie di Vanni Teodorani è presentato da una breve e puntuale nota dei figli, i quali sottolineano l’appartenenza del loro padre “a quella corrente di patrioti che – fin dal Risorgimento – avevano sofferto la separazione fra Italia e Fede, … protrattasi come una piaga dolente lungo tutto il primo settantennio della nostra storia unitaria. Generazioni di uomini e donne che, l’11 febbraio del 1929, salutarono la Conciliazione come l’avvento di una nuova erra che restituiva tranquillità alle loro coscienze di buoni cattolici, buoni cittadini, buoni italiani”.

Nell’ampia e puntuale introduzione, Giuseppe Parlato approfondisce il tema dell’appartenenza di Teodorani alla corrente dei cattolici nazionali e al proposito ricorda l’ingente contributo della Rivista romana, pubblicata dal1954 al 1964, alla quale collaborarono autorevoli esponenti del cattolicesimo tradizionale, quali mons. Roberto Ronca e Luigi Gedda: “L’idea di fondo [di Teodorani] era quella conciliatorista, realizzare cioè una sintesi tra spiritualità religiosa e spiritualità della nazione, nella convinzione che i valori tradizionali cristiani e la dottrina sociale della Chiesa potessero essere quelli di un certo fascismo e di un certo corporativismo”.

Purtroppo Giorgio Almirante, paradossale personificazione di una intelligenza in conflitto con gli intelligenti attivi nell’avanguardia nazionale e cattolica, fu caparbiamente ostile a Teodorani e al suo progetto politico. Di qui lo scontro tra le due incompatibili personalità e l’avviamento della politica missina a un perpetuo, insolubile conflitto di correnti e alla irruzione degli estremisti (del calibro intellettuale di Saccucci) nel cammino dei moderati in doppio petto. Una scelta contraddittoria e rovinosa, destinata a vanificare l’ascesa del Msi.

Infine la contrarietà agli ideali di Teodorani suggerì la promozione almirantiana del fedelissimo asino, che  sproloquierà/raglierà sul fascismo male assoluto – scempiaggine e oltraggio al senso comune, ché al male, menomazione dell’essere creato, non può essere attribuita l’assolutezza che appartiene solo all’Essere increato e perfettissimo – prima di esibirsi nella desolante/umiliante comica finale  intorno all’appartamento di Montecarlo.

La lettura del Quaderno di Vanni Teodorani è una buona occasione per allontanare la memoria dalla sgradevole vicenda della destra smarrita/svanita nel delirio liberal-numismatico e per riabilitare le buone  intenzioni e gli onesti pensieri che illuminarono la tragedia vissuta dagli ultimi fascisti.

 Teodorani, uomo che comprese la strutturale convergenza della dottrina fascista e dell’istanza del progresso sociale,  formulò un principio che, applicato alla situazione attuale, potrebbe sciogliere il nodo scorsoio che la finanza mondiale/patibolare e l’Europa delle banche affamatrici, hanno stretto intorno alla nazione italiana: “un paese povero, arrivato per ultimo, se deve tendere all’elevazione delle sue masse salvando i criteri della più saggia scienza finanziaria non riuscirà a nulla. I grandi economisti fan proprio ridere con la loro pretesa di far della moneta un feticcio cui sacrificare progresso e benessere. Io penso che l’oro deve servire all’uomo e non l’uomo all’oro”.

 Importante è anche la ricostruzione della tragedia consumata alla luce dei malintesi intorno al processo di Verona. Scrive al proposito Teodorani: “Si può dire che tutti furono ingannati. Si ingannò prima di tutto Galeazzo, riparando in Germania, [ossia affidandosi alla proverbiale infedeltà dei tedeschi]; peggio la moglie sollecitando il rimpatrio e poi molta altra gente in buona fede, che credeva che il processo servisse a qualcosa. E più di ogni altro fu ingannato lo stesso Duce, il quale ritenne sino all’ultimo che i fucilabili fossero tutti latitanti e quando volle far macchina indietro non poté più, pressato da quelli che gli dicevano chiaro e forte che con la sua debolezza aveva rovinato l’Italia, primi i tedeschi cui non pareva vero … di far la pelle a Galeazzo e che a buon conto la mattina dell’esecuzione mandarono anche un loro plotone che avrebbe fatto fuoco in ogni caso”.

 L’autorevole testimonianza di Teodorani costituisce un nuovo e importante contributo alla conquista della verità sulla dibattuta storia del processo di Verona, una tragedia che Mussolini avrebbe evitato se avesse potuto aggirare la volontà implacabile dell’alleato tedesco.

 La puntuale interpretazione di Teodorani coincide peraltro con la nota del diario di Goebbels (citato da Renzo De Felice) in cui si legge il disprezzo dei tedeschi nei confronti del Duce, che non dava segno di desiderare la vendetta a danno dei fascisti autori del  voto contrario nella seduta del Gran Consiglio.

 E’ dunque auspicabile che le memorie di Vanni Teodorani diventino oggetto della riflessione dei ricercatori (Giampaolo Pansa, ad esempio) che sono seriamente impegnati a sottrarre la vicenda della Rsi ai falsari che portano acqua al mulino di una storiografia prima antitaliana che antifascista.

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fonte: blog dell’Autore

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5 commenti su “Confessioni di un nobile italiano: Vanni Teodorani, Quaderno 1945-1946 – di Piero Vassallo”

  1. Bellissimo e molto interessante questo articolo, e quindi sono d’accordissimo su quanto
    lei auspica in conclusione.
    Non sono del tutto d’accordo sulla definizione “fedelissimo “: mi sembra troppo
    insufficiente ……

  2. secondo me il cattolicesimo non deve tentare conciliazioni ne con l’ideologia di destra ne tantomeno con quella peggiore di sinistra.
    Deve andare per la sua strada; vi ricordo quel Tale che di se ha detto: Io sono la via la verità la vita…

  3. cesaremaria glori

    Caro Vassallo,
    tra i fascisti ci furono molti che desideravano una conciliazione nazionale ma, forse, erano una minoranza. Il cosiddetto Risorgimento aveva spaccato l’Italia e l’aveva avviata a inseguire la Modernità degli altri Stati europei che, da tempo, avevano scelto la nuova civilità, quella che Cavour e soci vollero sostituire alla civiltà cristiana. IL tentativo di quei pochi fu ammirevole ma tanto controcorrente che soltanto un miracolo l’avrebe potuto far assurgere ad ideale di rinascita della italianità cattolica. Il mito di Roma fu un inganno come lo fu per gli umanisti del Protorinascimento che abbatterono il gotico per esaltare la classiità romana frantumando l’unità della Respublica Christianorum d’Europa. Con quella esaltazione di piccolo nazionalismo gli italici si mostrarono cattivi ererdi della cattolicità romana. Noi siamo gli epigoni di quei cattivi eredi e stiamo portando allo sfascio finale quel poco che era rimasto della Cattolicità universale.

  4. giacomo da foligno

    mi permetto di ricordare agli amici che cattolici e fascisti non erano avversari almeno fino al 1943 (data emblematica: la sconfitta militare e l’ultima iscrizione del prof Giuseppe Dossetti al Pnf). – fascista (e collaboratore della rivista della scuola di mistica fascista) era, ad esempio, Amintore Fanfani, il principale cavallo di razza della Dc (Fanfani che nel 1954 tentò di costituire un governo di centro-destra e fallì a causa dell’immane stupidità della dirigenza del Msi) – consiglio agli amici di rileggere la prima enciclica pubblicata da Pio XII nel 1939 e di prendere atto dell’apprezzamento dell’Italia (governata dai fascisti) – nell’ambiente cattolico tradizionalista – purtroppo – l’antifascismo è alimentato da un pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira il quale apprezzava l’ideologia liberale e considerava Churchill salvatore dell’umanità… – alla storia del fascismo mancano i documenti sequestrati a Mussolini in attesa è consigliabile almeno di sospendere il giudizio

  5. Normanno Malaguti

    Carissimo Piero,
    come sempre tu fai riemergere sogni che per un cattolico non sinistrorso e non indifferenti all’amata splendida terra nella quale Dio ci ha fatti nascere sucita forti e ad un tempo teneri rimpianti. Fra coloro che ti hanno risposto v’é chi ritiene che un cattolicesimo che prende parte sia in contraddizione con sé stesso, dimenticando le pagine più alte della dottrina sociale della Chiesa, che soltanto per un peccato di omissione si fa iniziare soltanto dalla Rerum Novarum Cupiditas.
    Spero dal mio canto di non scandalizzare nessuno ricordando, ma i più lo ignorano che Franklin delano Roosvelt, fu un non troppo nascosto ammiratore dell’Uomo di Predappio e che Pio XI (non dimentichiamolo l’autore della Quadragesimo Anno) seguiva con interesse gli sviluppi delle istituzioni corporative ‘dell’esacrato Regime regime’ e le nìiniziative che promuovevano la famiglia (coi fatti, vedi Opera Maternità ed Infanzia). Certo fino al viaggio che ipnotizzò Mussolini in quel di Monaco.
    Ma non ho…

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