CONFUTAZIONE DELL’ESALTAZIONE DEL “PENSIERO SELVAGGIO” – di Dionisio di Francescantonio

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di Dionisio di Francescantonio



L’esaltazione del pensiero selvaggio ha rivestito una funzione non secondaria tra i molti strumenti adottati dal cosiddetto pensiero progressista per minare l’orgoglio identitario dell’Occidente. Raramente si è riflettuto sulla fortuna incontrata dal mito della primitività e della condizione di natura imposto dai philosophes illumisti e sull’influenza che esso ha esercitato nel corso degli ultimi tre secoli sulla cultura, sul costume e perfino sulla politica dei nostri popoli. L’origine del concetto di “buon selvaggio” è da ricercare nell’evento da cui per il mondo occidentale ha preso l’avvio l’Evo Moderno, cioè quella scoperta dell’America che per la prima volta ha svelato agli europei l’esistenza di un nuovo mondo e di popoli dai costumi molto primitivi. Fu lo stesso Cristoforo Colombo a fornire ai suoi congeneri gli elementi per la creazione di questo mito fuorviante, raccontando che le popolazioni insediate nella terra da lui scoperta andavano in giro completamente nude, si mostravano amichevoli e generose con gli stranieri e non attribuivano alcun valore all’oro e alle pietre preziose. Il navigatore genovese era convinto che quegli uomini ignari del senso del pudore e indifferenti all’oro fossero creature del tutto innocenti, esseri quasi preadamitici rimasti fermi a un Eden ancora immune dal peccato originale, tanto più che il clima dolce della loro terra ricca di frutti e di selvaggina faceva pensare ad un luogo felice destinato a genti fortunate. In realtà si trattava di un equivoco grossolano, nato dalla circostanza che gli indigeni incontrati da Colombo e dai suoi uomini erano convinti che i nuovi venuti fossero esseri soprannaturali discesi dal cielo, individui potenti e invincibili di cui avevano un sacro timore. Solo per questo si mostravano tanto amichevoli e disponibili, mentre erano tutt’altro che pacifici, poiché guerreggiavano frequentemente con le tribù vicine mentre la loro società, diversamente da quanto credevano gli europei, conosceva la servitù, la poligamia e l’infanticidio. Ma mentre Colombo, tornato nel Vecchio Mondo, faceva partecipi gli europei del suo equivoco, in America gli indigeni, con la morte accidentale di uno degli stranieri rimasti in loco che ne svelava la qualità umana e non soprannaturale, manifestarono la loro vera natura scatenando una guerra senza quartiere per scacciare gli invasori e costringendo perciò questi ultimi a sopprimerli fino all’ultimo uomo per averne ragione.

rousIl giudizio nei confronti degli abitanti del nuovo continente da parte di viaggiatori giunti in America dopo Colombo cambiò radicalmente: ad esempio, nei racconti di Cortez, come in quelli di molti missionari inviati nelle Americhe per compiere opera di evangelizzazione, essi vengono raffigurati come esseri infidi e feroci, dediti al cannibalismo e del tutto refrattari alla predicazione di fraternità e di amore di Cristo. Ma il messaggio di Colombo rimase confitto nell’immaginazione europea e il mito del buon selvaggio persistette nei secoli, fino all’avvento del secolo dei lumi e dei philosophes francesi che gli diedero nuovo smalto e vigore, soprattutto ad opera di Jean Jacques Rousseau, il quale lo mise al centro del suo pensiero.

Il fatto curioso è che Rousseau non credeva affatto al “buon selvaggio”. Egli, quand’era ancora in cerca di notorietà, seppe solo cogliere con grande furberia una moda francese del suo tempo e utilizzarla spregiudicatamente per costruirvi la propria fortuna mondana. Il mito del buon selvaggio affascinava forse qualcuno dei suoi colleghi philosophes, ma soprattutto la borghesia parigina, la quale, mentre affidava la propria prosperità alla Compagnie du Mississippi investendo denaro nei floridi commerci coi selvaggi d’America, accoglieva con entusiasmo la messa in scena di spettacoli teatrali a sfondo esotico con selvaggi quali protagonisti. Lurone e LArlequin sauvage, rispettivamente di Marmontel e Delisle, autori teatrali dell’epoca, facevano furore nei teatri di Parigi. La Francia colta e affarista, impegnata a edificare la cosiddetta civiltà della ragione, della ghigliottina e delle colonie “illuminate”, aveva interesse a contrabbandare, per tutelare i propri affari d’oltreoceano, un’immagine inesistente di selvaggi ingenui e bonaccioni, refrattari all’opera di evangelizzazione dei missionari gesuiti ma pronti ad accettare la ragion pratica dei francesi e a barattare con essi oro e materie prime pregiate per un po’ di cibo e conterie. E Rousseau, che aveva un fiuto eccellente per comprendere da che parte soffiasse il vento, si prestò egregiamente a lusingare e stimolare questa fallace inclinazione. Egli aveva già avuto modo di commentare, ragionando col suo amico D’alambert sugli spettacoli in voga a Parigi, che “il pubblico è alla ricerca di idee nuove: e non c’è idea più nuova per costoro che riguardo alla natura”. Ossia, di quello stato di natura corrispondente alla condizione dei selvaggi, i quali (teorizzerà in seguito il filosofo ginevrino), privi dell’immaginazione di cui gli uomini moderni usano e abusano, sarebbero rimasti immuni dal nostro insistente fantasticare di cose inesistenti, abitudine all’origine di tutti i vizi e di tutti i mali di cui l’umanità “civile” soffre. E quando, trovandosi in viaggio verso la località di Vincennes per andare a trovare Diderot, leggerà sul Mercure de France il tema di un concorso bandito dall’Accademia di Digione, “Se lo sviluppo delle scienze e delle arti ha contribuito a migliorare i costumi”, Rousseau sceglierà di gridare il suo “no!” in un breve Discours che vincerà il premio e susciterà grande risonanza presso la società contemporanea. Così Rousseau parla dell’“illuminazione” ricevuta alla lettura del tema del concorso, una specie di folgorazione accompagnata da un turbamento così forte da costringerlo a sdraiarsi sotto un albero semisvenuto e con le lacrime agli occhi: “Se mai avessi potuto scrivere un quarto di quanto ho visto e sentito sotto quell’albero, con quale chiarezza avrei fatto vedere tutte le contraddizioni del sistema sociale, … con quale semplicità avrei dimostrato che l’uomo è naturalmente buono e che solo a causa delle istituzioni diventa malvagio!”.

Tanta enfasi nell’enunciare questa tesi lascia il tempo che trova, specie se si leggono le Confessions del filosofo, da cui risulta la sua ampia spregiudicatezza morale che non gli impedì, tra l’altro, di abbandonare uno dopo l’altro all’Ospizio dei Trovatelli i figli generati illegittimamente con una povera ragazza di campagna “di nessuna istruzione e di scarsa intelligenza” (giudizio formulato da lui stesso). Sembra addirittura ch’egli fosse incerto se sostenere la posizione assunta (ossia che il progresso delle scienze e delle arti rovini l’uomo) o quella contraria e che sia stato Diderot a convincerlo della maggiore originalità della prima idea rispetto alla seconda. Ma la cosiddetta “Illuminazione di Vincennes”, come venne poi chiamata nella storia della filosofia, risultò tanto proficua che, da quel momento in poi, il buon selvaggio divenne un protagonista eminente del pensiero occidentale. Tra l’altro, proseguendo la strada aperta dal postulato che il selvaggio venisse corrotto dalla civiltà, di per sé cattiva matrice, Rousseau trasse l’idea per elaborare il suo Contratto Sociale, dove la dinamica sociale veniva concentrata in un unico potere collettivo costretto per il suo stesso funzionamento a darsi regole implacabili: un’utopia prefigurante le democrazie autoritarie che si realizzeranno nel Novecento e che propone la completa alienazione della libertà di ogni individuo in una totalizzante volontà generale, dove ciascuno attuerebbe la sua più autentica volontà nella identificazione con la volontà di tutti gli altri ed elevando all’estrema potenza quello che il filosofo ginevrino definiva la rinascita e lo sviluppo della purezza dell’“uomo naturale” nella dimensione artificiale della società politica. E non è quindi un caso se, parallelamente all’affermarsi di quei regimi totalitari che hanno preso le mosse dalle utopie assolutistiche dello “Stato etico” come quello propugnato da Rousseau, un esercito di etnologi e antropologi si sia impegnato, massimamente nel corso del Novecento, a studiare alacremente i sistemi sociali dei popoli primitivi con lo scopo di ammodernare e perpetuare, sotto la vernice dell’indagine sociologica scientificamente condotta, il mito del buon selvaggio. Del resto lo stesso Levi-Strauss, uno dei più attivi promotori del “pensiero selvaggio”, riconosce la diretta discendenza della professione dell’etnologo, ovvero del compito di rivalutare le società primitive, dal pensiero di Rousseau. Egli dice espressamente: “Il pensiero di Rousseau prende le mosse da due principi: quello dell’identificazione agli altri e quello del rifiuto dell’identificazione a se stesso, cioè il rifiuto di tutto ciò che può rendere accettabile l’io. Questi due atteggiamenti si completano e il secondo persino fonda il primo: in verità, io non sono io, ma il più debole, il più umile degli altri”. E aggiunge: “Se è vero che la natura ha espulso l’uomo, e che la società persiste a opprimerlo, l’uomo può almeno rovesciare a proprio vantaggio i poli del dilemma e ricercare la società della natura per meditare in essa sulla natura della società” (citato da Jean Jacques Rousseau, fondateur des sciences de lhomme, 1962).

Ora, non c’è dubbio che il colonialismo europeo, nella sua pratica concreta, si sia esercitato soprattutto all’insegna del razzismo, ossia della negazione di una completa appartenenza all’umanità dei popoli altri. E da questo punto di vista gli studi etno-antropologici del secolo scorso, evidenziando come gli uomini, a qualunque stadio di cultura si collochino, appartengano a pieno titolo all’umanità, sono certamente serviti a spazzar via questo pregiudizio arbitrario. Tuttavia quegli stessi studi non riescono a superare la constatazione che qualunque sistema sociale dell’uomo costituisce un modo di frammettere una barriera per l’umanità tra lo stato di natura e quello di cultura. L’uomo si configura come tale appunto nel momento in cui, elaborando un sistema spirituale e sociale a cui consegnarsi insieme ai suoi simili, pone se stesso fuori dalla pura natura per collocarsi al livello della cultura. Ma non è questa la principale contraddizione dei propugnatori della cosiddetta società naturale, giacché se gli sforzi da essi compiuti per dimostrare come i primitivi abbiano una propria cultura evidenziano l’innegabile appartenenza di questi a quell’umanità da cui in passato li si aveva voluti escludere, non riescono però a evitare di rilevare la sottomissione schiacciante e spesso fatale di quegli stessi primitivi alla natura, il tenace asservimento loro imposto da essa su ogni piano, da quello materiale a quello spirituale. Questa contraddizione deriva dall’impossibilità di conciliare i due termini della questione con l’assunto, comunque tenacemente perseguito dagli etnologi, della bontà, della qualità e delle virtù presenti nell’esistenza primitiva; virtù che, sempre secondo gli imperturbabili cantori del primitivismo, si porrebbero in seria competizione con molte di quelle offerte dalla vita della società civile. Tali virtù vengono di volta in volta indicate in un elevato grado di adattamento agli ambienti geografici più ostili; nella solida integrazione di tutti gli aspetti della vita umana, dal tecnico all’economico, dal sociale allo spirituale; in una sviluppata armonia dei rapporti tra gruppo familiare e gruppo sociale e tra individuo e collettività; in un’eccellente conoscenza e utilizzazione delle risorse del corpo e della psiche umana, per esempio nella capacità di resistere alla fatica e alla mancanza di cibo per periodi più o meno prolungati o nelle tecniche di straniamento dell’io e di comunicazione col sovrannaturale collegate alle pratiche di sciamanesimo; in una vita sociale ritenuta più libera e generosa della nostra e, infine, in una notevole ricchezza e audacia della decorazione estetica del corpo e nell’esercizio delle arti plastiche e musicali, sviluppate non meno delle nostre seppure in direzioni diverse.

La confutazione di talune di queste voci è fin troppo facile. L’elevato grado di adattamento del primitivo ad un habitat ostile è indispensabile per permettergli di sopravvivere in quell’ambiente (e deriva, naturalmente, da una conoscenza approfondita di quello stesso ambiente oltre che da un allenamento prolungato a soggiornarvi), ma questo, se da una parte sembra una ricchezza, dall’altra rappresenta la debolezza più perniciosa per un essere vivente, giacché fuori da quella zona specifica per la quale ha ottenuto un elevato grado di specializzazione il selvaggio, come già avviene per gli animali, è incapace di sopravvivere. “Quando la foresta morirà” dichiara un pigmeo a uno studioso del piccolo popolo della foresta africana “noi moriremo con essa”. L’uomo moderno, invece, con la sua intraprendenza e il suo spirito avventuroso, si è dimostrato capace di adattarsi a qualsiasi milieu e in grado di sopportare, anche solo dopo un breve allenamento, i climi più diversi, dal più freddo al più caldo, e di sopravvivere sia nella foresta sia sui ghiacciai che nel deserto; ed è questa capacità, di natura indubbiamente più psichica che fisica, a fare di lui l’uomo dell’avvenire, capace di prevedere e di realizzare in tempi relativamente brevi anche residenze su altri pianeti. La cosiddetta integrazione dei diversi aspetti della vita umana e l’armonia tra nucleo familiare e gruppo sociale sono altrettanti aspetti del condizionamento di un ambiente avverso, in cui l’esistenza risulta continuamente minacciata e dove il carattere misterioso dei fenomeni, il timore di un intervento ostile da parte di altri gruppi umani o di belve feroci, senza escludere neppure quello soprannaturale, incitano a rifugiarsi all’interno del clan o della tribù, che spesso si concretizzano nel villaggio stesso, a fondersi all’interno di quel clan o di quella tribù e a dare per questi motivi più valore alla vita collettiva che a quella individuale, giacché come potrebbero sopravvivere in un universo tanto ostile un uomo solo o una semplice coppia? Per ciò che concerne l’utilizzazione delle risorse del corpo e della psiche, va detto subito che quando si parla di primitivi si allude quasi sempre alla capacità sciamanica di sciogliere i confini dell’io per entrare in comunicazione col sovrannaturale, ottenuta sia da un solo individuo (quando in azione sia unicamente lo stregone della comunità, il quale cerca la cosiddetta comunicazione con gli spiriti degli antenati per propiziare la guarigione di un malato o per “vaticinare” un evento, cioè predirlo), sia da più persone, impegnate a favorire la realizzazione di un’impresa utile alla comunità. Ma ciò che viene chiamata comunicazione col soprannaturale, o stato di possessione dell’energia vitale della natura o del cosmo, non è altro che la condizione di esaltazione ottenuta con tecniche orgiastiche come la danza sfrenata di tipo coribantico o, peggio, con l’assunzione di stupefacenti, che sono anche all’origine, talvolta, di certe performances di resistenza alla fatica e al dolore prodotte dai primitivi. Peraltro, tali tecniche o espedienti erano già praticati nell’antichità, come nei riti dedicati al culto di Dioniso dove lo scopo della musica e della danza (e delle forti libagioni di vino, droga del tempo) era esattamente quello di spingere al parossismo le facoltà fisiche e psichiche dell’individuo per consentirgli di entrare in simbiosi col dio. Quando s’imbocca un sentiero che riporta indietro, insomma, tout se tient. In quanto alla morale primitiva ritenuta più libera e generosa della nostra, si tratta di un’affermazione opinabile giacché in questo campo tutto è in relazione alla concezione che ciascuno ha della morale, vale a dire di quel complesso di norme che ci aiutano a distinguere il bene dal male. In che cosa la morale del primitivo sarebbe più generosa della nostra? Probabilmente si allude alla promiscuità sessuale praticata presso molti popoli primitivi, ma, su questo argomento, a parte i gusti di ciascuno, la polemica appare ormai superata dal fatto che nella nostra cultura si sia ormai ampiamente imposta la libertà di praticare il sesso come più si preferisce, fenomeno, questo, attribuibile peraltro proprio all’opera di persuasione compiuta dal libertinaggio proposto dalla morale illuminista e ampiamente diffusa dall’etica modernista e postmodernista.

In merito alle arti, mi pare francamente ridicola la pretesa di paragonare il valore dell’estetica primitiva a quella delle arti dell’Occidente. L’equivoco, a questo proposito, è stato notevolmente alimentato dall’infatuazione per l’arte primitiva nutrita da taluni artisti agli inizi del Novecento, primo fra tutti da quel Picasso che tanto credito riceverà per tutto il secolo (non sempre meritato, nonostante l’indiscutibile talento artistico del personaggio, peraltro accompagnato costantemente – senza che nessuno abbia mai voluto rilevarlo – da un’inguaribile tendenza a scompigliare e distruggere le sue capacità creative), il quale, scoprendo nel 1907 l’arte africana, dichiarò di aver sentito “le più forti emozioni artistiche” quando si trovò di fronte “la sublime bellezza delle sculture eseguite da anonimi artisti africani” e senza indugio le definì “le cose più potenti e più belle che l’immaginazione dell’uomo abbia prodotto”. Restituiamo una volta tanto il primato al buon senso e chiediamoci se è possibile paragonare l’arte plastica africana o papuasica alle sculture di un Giovanni Pisano o di un Michelangelo Buonarroti.

A questo punto credo sia superfluo insistere ancora nella confutazione dei presunti meriti dei primitivi, se non per ribadire che se l’elogio della vita selvaggia è stato un corollario di quelle tesi rousseiane che hanno dato origine alle ideologie collettive assolutistiche e ai relativi regimi dittatoriali affermatisi nel corso del Novecento, l’esaltazione del primitivismo, pur dopo la fine di quei regimi da cui è emerso in modo flagrante la fallacia ideologica che li permeava e la miseria morale che producevano, si è ormai imposto nella mentalità e nel costume dei popoli occidentali e continua a condizionarne e a dettarne le abitudini.

Ciò avviene in vari modi. Intanto, a furia di negare l’esistenza della barbarie (come, ad esempio, nel caso del cannibalismo, dagli etnologi giustificato con l’argomento capzioso che esso verrebbe praticato dai primitivi non per nutrirsi di carne umana, ma soltanto a scopi rituali, ossia per acquisire le doti o virtù del personaggio le cui carni vengono ingerite), si è finito per legittimarla, anzi per non considerarla affatto come tale. Ma, più in concreto, il primitivismo propugnato dagli antropologi alla Levi-Strauss, primitivismo divenuto per l’uomo contemporaneo, come dicevo, un vero e proprio modello di vita sociale e perfino una proposta politica, indica nella vita tribale una sintesi illusoria tra l’apice della libertà individuale e il collettivismo sociale. In tale universo libero e collettivista i diversi io o le persone singole, con il loro pensiero, la loro volontà e i loro modi di essere, caratteristici e contrastanti, si fonderebbero e si dissolverebbero nella personalità collettiva della tribù che genera un modo di pensare, un modo di volere e un modo di essere del tutto comuni. Naturalmente la strada per raggiungere questo presunto stato di grazia deve passare attraverso l’estinzione dei vecchi modelli di riflessione, volizione e sensibilità individuali, gradatamente sostituiti da forme di sensibilità, di pensiero e di deliberazione sempre più collettivi. La trasformazione avviene quindi soprattutto all’interno della coscienza umana, che risulterà modificata in profondità. Ma come avviene, in concreto, tale mutamento? Nella comunità tribale la coesione tra i membri è assicurata soprattutto da un comune sentimento, da cui derivano abitudini comuni e un comune modo di intendere e di volere. Al suo interno la ragione individuale è ridotta quasi a nulla, cioè ai primi e più elementari moti che il suo stato di atrofia le consente. Lo stregone o sciamano, in questo contesto, ha il compito di conservare la vita psichica collettiva attraverso culti totemici carichi di messaggi, confusi ma ricchi di fuochi fatui o anche, come abbiamo visto, delle folgorazioni provenienti dal misterioso mondo della metapsichica o della parapsicologia conseguite per mezzo di tecniche coribantiche e avvalendosi di sostanze stupefacenti. Con l’acquisizione di queste “ricchezze” l’uomo acquisterebbe facoltà superiori a quelle derivategli dall’uso della ragione, la quale verrebbe così destinata all’atrofia; e si tratta di quella stessa ragione, per inciso, già divinizzata dal Secolo dei Lumi e poi utilizzata fino al più aperto abuso in ogni scuola di pensiero rivoluzionario onde minare le basi delle tradizioni dell’Occidente e favorirne il crollo. E questo è il succo di ciò che, dietro tanta pretesa verbosità scientifica, propone Levi-Strauss nel suo testo intitolato Pensiero Selvaggio, da intendersi, in sostanza, come pensiero che non pensa e si volge solo all’immediatamente sensibile. Tale sarebbe insomma il prezzo della fusione delle libertà individuali in una coscienza collettiva di carattere tribale.

I risultati di questa tenace predicazione primitivista non sono mancati. Infatti, benché pochissimi si preoccupino di rilevarlo e stigmatizzarlo, negli ultimi decenni i nostri costumi, dall’abbigliamento all’acconciatura, dalle formule gestuali alle abitudini linguistiche e perfino alimentari, sono stati fortemente inquinati dai modelli naturalistici proposti dai cantori del “pensiero selvaggio”. Nel campo dell’abbigliamento e dell’acconciatura, il nudismo sempre più esasperato o gli abiti sommariamente indossati, gli orecchini o i piercing applicati non solo alle orecchie e al naso ma ormai in ogni parte del corpo, addirittura al seno o nei genitali, la capigliatura tagliata alla moda dei pellirosse o assurdamente colorata, i tatuaggi sempre più estesi sul corpo (tutti quegli aspetti, cioè, definiti dagli esteti primitivisti decorazione del corpo “ricca e audace”), tendono ovviamente al consolidamento di atteggiamenti attestanti una primitività sempre più ferina. La scomparsa delle forme di cortesia e l’adozione di linguaggi sempre più sommari e volgari, accompagnati dall’oscenità dei gesti, possono avere come risultato finale soltanto la “naturalezza assoluta” del tratto tribale. E la crescente avversione per quanto è ragionato, strutturato e metodico può condurre unicamente, nei suoi esiti finali, al disimpegno istintivo e quasi meccanico di tutte quelle attività assolutamente indispensabili alla vita sociale e che mettono in grado di distinguere immediatamente tra ciò che è utile e giusto per il proprio bene e quello altrui e ciò che invece provoca danno a sé e agli altri. L’avversione allo sforzo intellettuale, all’astrazione, alla teorizzazione, alla dottrina, non può portare ad altro, in ultima analisi, che alla ipertrofia dei sensi e degli impulsi più rozzi e belluini e al dominio assoluto assunto dall’istinto sulla ragione. Infine, la legittimazione delle credenze superstiziose e delle pratiche magiche adottate dai primitivi propugnata tenacemente dalla filosofia primitivista, mentre favorisce la tendenza (divenuta negli anni recenti sempre più diffusa presso le nostre popolazioni) di affidarsi a nuovi maghi e fattucchieri sorti nuovamente in seno all’Occidente in quantità inusitata quand’erano ormai in via di estinzione, demolisce quanto resta ancora nella nostra mentalità della religiosità cristiana, base fondamentale della morale e della stessa civiltà dell’Occidente. A questo proposito, c’è da rilevare un’ulteriore contraddizione nel modo di ragionare degli estimatori del “pensiero selvaggio”, la più grave. Essi, mentre si affannavano ad esaltare le credenze sacre dei primitivi quali elementi che li ponevano di diritto tra gli esponenti di un’umanità evoluta, si adoperavano con altrettanto impegno a demolire i sistemi religiosi dei popoli moderni, in primis quello cristiano dell’Occidente, ormai superato – secondo loro – dallo stile di vita materialista e “scientista” imposto a quegli stessi popoli dai doviziosi mezzi tecnologici e scientifici a loro disposizione. Ma se tutti i popoli, per definire la propria separazione dalla condizione di natura e quindi la propria appartenenza allo stato di cultura, hanno dovuto elaborare un senso del sacro (se non una vera e propria cosmogonia religiosa) che giustificasse il loro diritto a considerarsi essere umani, perché mai l’uomo moderno dovrebbe poterne fare a meno? E’ certo, invece, che nessuna conquista tecnologica e scientifica può autorizzarci a dimenticare la nostra natura spirituale, giacché, senza di essa, percorreremmo veramente a ritroso il cammino compiuto dallo stato di natura a quello di cultura, abdicando a quel grado di civiltà a cui, con tutti i limiti e le imperfezioni che possono ancora affliggerci, siamo in ogni modo approdati. In altre parole, quell’itinerario che abbiamo iniziato tanto tempo fa, esattamente quando abbiamo cominciato a concepire e riconoscere l’Essere creatore che ci ha dato la vita e per seguire (o cercare) l’immagine del quale non abbiamo più smesso di procedere in un cammino di elevazione spirituale e morale, se dovessimo interromperne il corso (così come ci propongono i propugnatori della cosiddetta vita libera, selvaggia e istintiva a cui è dedito colui che Giambattista Vico definì senza mezzi termini “il bestione primitivo”), rischieremmo di ritrovarci pericolosamente vicini a quella condizione di ferinità che ci avvicinerebbe più all’animalità che all’umanità.

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