CONTRO LE LUSINGHE DEL PENSIERO DEBOLE – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 

Da quando Gianni Vattimo ha escogitato la bizzarra formula del ‘pensiero debole’ per significare che, ormai, la filosofia, quella genuina – ossia il pensiero forte – non ha più nulla da dire, effettivamente tale tesi ha fatto strada e si è presentata, come un’insidia, nella sfera della speculazione vera e propria facendo anche tanti proseliti . Aggiungere, poi, che il ‘pensiero debole’ costituisce lo ‘scacco’ più deleterio in cui è caduta l’indagine speculativa vera e propria, è una constatazione davanti agli occhi di tutti di coloro ai quali stanno a cuore le indagini sui cosiddetti ‘massimi problemi’, per servirci di una felice espressione del filosofo italiano Bernardino Varisco (1850-1933).

Per quest’ultimo, infatti, la “filosofia non è nient’altro che il nome con cui si designano la ricerca e la cognizione della verità suprema” e per lui, inoltre, “se vogliamo risolvere i massimi problemi, dobbiamo costruire una scienza che sia metafisica e morale insieme, che sia metafisica in quanto è morale, morale in quanto è metafisica. Ecco il vero concetto della filosofia” (I massimi problemi, La Nuova Italia, Firenze, 1941, pp. 29 e 42). Ad onta, però, della nefasta presenza dei fautori del pensiero debole, non mancano, però, sul proscenio della filosofia di oggi, pensatori e studiosi che teorizzano, con l’azione e con le opere, la validità del pensiero forte, unica forma di sapere in grado tenere alta la bandiera della vera investigazione speculativa.

vassalloUno di questi studiosi, rispondente al nome di Piero Vassallo, si sta battendo da anni contro quelli che, sulle orme di Egèsia – filosofo greco vissuto verso il IV sec. a.C. – restano dei veri e propri “persuasori di morte”; coloro, cioè, che, pessimisticamente, ritengono che l’irraggiungibilità dei valori e della felicità debba concludersi solo con la morte. E, infatti, Egèsia era chiamato, appunto, “Peisìthanatos” e vale a dire “persuasore di morte”. Ora, ancora una volta il nostro pensatore ha colto nel segno per il semplice motivo che col suo recente saggio – ‘Contravveleni e antidoti al pensiero debole’ (Solfanelli, Chieti, 2011) – ha dimostrato in che modo soltanto il pensiero forte è in grado di sconfiggere le lusinghe del cosiddetto pensiero debole.

A tale proposito, lo studioso genovese, dopo aver fatto i dovuti rilievi agli esponenti, che in modo o in un altro, si richiamano ai dettami di tale corrente – Rahner, Guénon, Bachofen, Mancuso, Evola, Cacciari, Odifreddi, i neo-gnostici e i rimanenti autori eterodossi – sfodera, esaminandoli, i sistemi dei vari rappresentanti del pensiero forte ad iniziare dal nostro Cornelio Fabro, uno dei tanti autori, son sue parole, capaci di operare, insieme ad altri, un’”uscita di sicurezza” dalla “scena desolata e piovigginosa, che narra la totale disfatta della ragione moderna”

Illustre esponente di quella originale teoria speculativa chiamata ‘tomismo essenziale’ – facente leva sul principio dell’’esse ut actus’ in quanto l’ente partecipa dell’’esse’, ma non è l’’esse’ poiché solo Dio è “ipsum Esse subsistens’” – il filosofo friulano, secondo Vassallo, “rovesciò contro il pregiudizio anti-scolastico ingenti frazioni della filosofia moderna”. E ciò, in particolare, mediante le grandi opere ‘La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino’ e ‘Partecipazione e causalità’, per citarne alcune, con le quali Cornelio Fabro rivendicò la valenza del genuino pensiero cristiano-cattolico contro, scrive Vassallo, “le retroguardie imparruccate e superciliose”.

Ma l’Autore, in questa ricerca, ha anche l’accortezza di richiamare la grande lezione di Vico – pensatore forte per antonomasia – il quale fu non solo “estraneo al circolo dei ‘bigotti della miscredenza’ e antagonista degli ‘empiamente pii’”, ma si presentò pure come l’unico ed originale avversario di quelle speculazioni del ‘700 così intrise di materialismo, di meccanicismo, di ateismo e di paganesimo, laddove soltanto i sistemi richiamantisi ai valori dello spirito sono portatori di valori autentici e di ideali certi. Sbarazzato il campo dal materialismo pessimistico di Thomas Hobbes – il quale, era convinto, a detta dello studioso genovese, di “fugare le ‘tenebre’ prodotte (secondo lui) dalla filosofia antica e dalla fede cattolica”- messe, altresì, in giusto rilievo le critiche rivolte dal teologo Paolo Cavalcoli alle derive antropologiche di Karl Rahner – stimato, a suo tempo, anche dalle alte sfere del Concilio Vaticano II – e posto l’accento, infine, sui deliri pseudo-filosofici di Herbert Marcuse, Piero Vassallo muove delle opportune osservazioni pure alle teorie del post-moderno e a quelli che egli chiama “i sapienti della classe iniziatica, i Guénon e i Taubes”

Per quanto riguarda l’unità d’Italia, l’Autore opera un sincero elogio al pensatore Paolo Pasqualucci – secondo il quale “l’unità politica degli italiani non poteva essere ottenuta con altri mezzi ed altri attori”- non senza scagliare, inoltre, acuti strali alle dottrine liberistiche sorrette da banchieri senza scrupoli e da tecnocrati facoltosi. Dopo aver confutato la cosiddetta teologia tracotante rappresentata, tra l’altro, dal falso teologo Vito Mancuso – agitato, quest’ultimo, “dalle fumose suggestioni lanciate da Hans Jonas intorno alla morte presunta di Dio ad Auschwitz”- l’Autore ritorna a S. Tommaso e a Cornelio Fabro rispettivamente fautori del pensiero forte e della restaurazione della teodicea.

Il primo, sostenitore, come s’è accennato, della celebre teorizzazione dell’essere come atto, il secondo, dal suo canto, elaboratore di quel sistema volto a liberare le verità della metafisica dalle incertezze, dalle angosce e – osserva, con una bella immagine, Giovanni Gentile, in ‘Genesi e struttura della società’- dalle seduzioni delle “dimidiate filosofie, sempre in agguato e pronte ad impadronirsi dell’intelligenza per irretirla dentro le maglie di parvenze malsane”.

Il saggio di Vassallo abbraccia un po’ tutte le questioni più scottanti del nostro tempo: dalla rivendicazione della cultura italiana durante il Ventennio alla ripulsa delle parti più caduche del gramscismo; dalla rivalutazione del pensiero forte di Augusto Del Noce – studioso robusto e coerente – al doveroso omaggio ad un scrittore del valore di Francesco Grisi, col suo “straordinario ingegno e il suo naturale anticonformismo”.

Ancora: dalla rivalutazione di uomini del calibro di Gioacchino Volpe, Ettore Paratore, Primo Siena, Pino Tosca e Franz Maria D’Asaro, per soffermarci su alcuni, alla dicotomìa fra Ebraismo e Cristianesimo risolvibile, secondo lo scrittore genovese, mercé il riconoscimento che ”la teologia ebraica e la teologia cristiana discendono da un’unica divina fonte”.

Dal marginale antisemitismo, infine, della destra italiana alla chiara posizione dottrinale del Cardinale Siri, incentrata sulla decisa condanna del relativismo, vero e proprio ‘virus’ della sedicente democrazia contemporanea. Tutto ciò ed altro, è rinvenibile nell’acuto volume di Piero Vassallo il quale, in Appendice, traccia anche un commosso ricordo della pensatrice Maria Adelaide Raschini secondo cui la restaurazione della metafisica trova la sua attuazione solamente col rifiuto dell’egotismo che agita il mondo odierno.

Redatto con la proverbiale vivacità letteraria e la non meno pungente ‘vis’ polemica, il volume si fa anche apprezzare per lo stile sempre sostenuto e scorrevole visto che il saggio affronta tematiche attuali e di particolare valenza speculativa.

 

Per acquistare on line “Contravveleni e antidoti al pensiero debole”, di Piero Vassallo, ed. Solfanelli CLICCA QUI

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