Coronamafia: Cosa Nostra a casa nostra

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Secondo il computo di Repubblica, i mafiosi usciti dalle patrie galere fino a ieri erano 376. Oggi se ne è aggiunta un’altra decina. Nel frattempo, un altro mezzo migliaio di detenuti ha chiesto di ottenere la scarcerazione. 

Una manciata di quelli già tornati a casa era dietro le sbarre in regime di 41/bis: il cosiddetto carcere duro, volto a impedire, con l’isolamento, il passaggio di comunicazioni tra il detenuto e le organizzazioni criminali. Una misura concepita per punire così severamente la creazione dell’anti-Stato, infliggendo cioè un castigo talmente insopportabile, da ipoteticamente spingere molti a divenire collaboratori di giustizia; nel linguaggio dell’epopea antimafiosa, “pentiti”. Ma qui, di pentimento, non c’è nemmeno l’ombra. 

COSA NOSTRA A CASA NOSTRA In pratica hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia.

In questa cittadella di criminali – 376 bastano a fare un comune italiano – quelli che non erano al 41/bis erano comunque in regime di alta sicurezza. Uno di loro partecipò all’operazione nella quale, dopo averlo sequestrato, tenuto per mesi in un capanno e poi ucciso, sciolsero nell’acido il figlio tredicenne di un collega di Cosa Nostra che stava, appunto, sull’orlo di “pentirsi”. Ce lo ricordiamo tutti Giuseppe Di Matteo, il ragazzino di cui rimane solo una foto a cavallo. Non una sua molecola si è salvata, del suo carceriere invece si è salvato tutto, persino la libertà di uscire all’aperto.

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini. Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra. 

NOI DEL 41/BIS L’enormità della trovata non si era granché percepita, se non tra gli addetti ai lavori. Finché non è deflagrata una bomba in diretta televisiva, tra le mani di uno stranito Massimo Giletti, con l’intervento telefonico a sorpresa dell’idolo degli antimafiosi Nino Di Matteo e contestuale non-risposta telefonica del ministro della giustizia Bonafede.

Ecco che partono i fuochi d’artificio. Starnazzamenti assortiti di maggioranze e opposizioni, mentre Cosa Nostra, da casa sua, si sfrega le mani, in attesa che i picciotti tornino a baciarle.

E i cittadini incensurati, reclusi tramite gragnuola di decreti notturni, pagano il conto per tutti (maggiorato delle multe elargite a volontà dai solerti funzionari dello stesso Stato che scarcera i mafiosi): pagano per i politici, pagano per i criminali, pagano per quelli che continuano a essere importati, virus o non virus.

Pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli. Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati.

Noi, che apparteniamo alla categoria di questi contribuenti privi di protezione e posti con violenza agli arresti domiciliari in regime di massima sicurezza, in attesa dell’applicazione del 41/bis telematico grazie ai nuovi dispositivi di tracciamento – quelli per cui si sono inventati Colao e la app pubblica dello Stato italiano a capitale privato e cinese – ci permettiamo di buttare lì qualche domanda.

DON CIOTTI BATTI UN COLPO Dov’è don Ciotti? Parliamo del fondatore e animatore di Libera contro le mafie, la iperattiva “associazione di promozione sociale” che rastrellava gli studenti nelle scuole, li portava in piazza a scioperare “contro le mafie e per la legalità” mettendo loro in mano quattro sbiaditi stracci arcobaleno e in bocca qualche slogan beota per simulare una parvenza di impegno civico. Non pervenuto. E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso, al traino dell’associazionismo paracattolico, al soldo dei filantropi globali?

Forse sappiamo dove sono: sono impegnati a promuovere il nuovo modello educativo implementato dall’agenzia vaticana in ossequio alla teologia dell’ONU e dei plutotecnocrati transnazionali. IlGlobal compact of education in programma per maggio, causa pandemia e “per adempiere appieno alle aspettative di un patto globale”, è slittato a ottobre, e c’è bisogno di manovalanza. La mafia può attendere.

BUONANOTTE SAVIANO Dov’è Roberto Saviano? Dov’è il prodotto di laboratorio mediatico incubato nella Mondadori di Marina Berlusconi e poi coltivato come clava antiberlusconiana nell’ammucchiata arcobaleno Espresso-Repubblica-Feltrinelli eccetera eccetera, l’intellettuale cosmopolita condannato per plagio che gira il mondo con la controversa scorta armata, anch’essa pagata dal contribuente? 

Lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto. Sì, perché, come spiega ai comuni mortali che attendono i suoi oracoli, «un carcere democratico combatte la mafia», qualsiasi cosa questo significhi. Saremmo felici ora se, con qualche ulteriore diecina di camorristi a spasso, Saviano a differenza di noi riuscisse a dormire sonni tranquilli. Buonanotte.

FALCI E MARTELLI Dov’è Martelli, l’ex giovane e baldanzoso guardasigilli socialista che nel 1992 vantava l’inasprimento del 41/bis nella sua lotta alla mafia senza pietà? Noi lo sappiamo dov’è. Il tempo è passato anche per lui, ora va per l’ottantina, ma ha appena impalmato in quel di Tel Aviv una che di mestiere fa la deputata PD e conta 39 anni meno di lui e due cognomi, anzi tre: Lia Quartapelle Procopio in Martelli. Forse la saggezza senile e la premura per la pax domestica hanno preso il sopravvento sulle passioni giustizialiste di gioventù. Succede.

TRAVAGLIO IN BONAFEDE E Travaglio? Dov’è Marco Travaglio? Dov’è l’implacabile cavaliere dell’integrità morale e dell’illibatezza civica, civile e penale, quello che se il congiunto (id est: parente entro il sesto grado) di un mafioso, ma anche un non congiunto (cioè oltre il sesto grado), ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta sul quotidiano e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

Eccolo, lo vediamo: Travaglio è sotto la scrivania che fischietta e intanto si spreme le meningi su come promuovere la reputazione del suo ministro, ingiustamente trascinato in codeste pretestuose polemiche. È tutto un equivoco, il ministro è stato frainteso e del resto la competenza del ministro in materia giuridica è ormai acclarata e quindi indiscutibile.

Bonafede infatti sarà rimembrato dai posteri per l’inaugurazione di quella scuola di pensiero per la quale l’ordinamento contempla i reati penali, evidentemente nascondendo da qualche parte anche reati non penali (civili? amministrativi?); oppure quell’altra sfavillante dottrina, ulteriore dimostrazione delle non comuni doti speculative del suo autore, secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo». Prendete nota, penalisti, filosofi del diritto, appassionati di enigmistica, pittori surrealisti.

IL CREPUSCOLO DEI PAPELLI Dove sono tutti quelli che per oltre un decennio ci hanno ossessionato con la storia del “papello”, la trattativa Stato-Mafia, con un signore che forse vi era coinvolto e che poi veniva fatto Presidente, e dopo lasciava la poltrona a un siciliano con meriti antimafiosi acquisiti in linea collaterale?

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

Lasciamo perdere persino i dipartimenti antimafia e i ministri e viceministri e i sottosegretari e le commissioni antimafia, e le fiction TV, la Piovra di Michele Placido e Gomorra, lasciamo perdere gli sbirri incappucciati, i titoloni sul giornale, Falcone e Borsellino: pensiamo soltanto ai miseri “professionisti dell’antimafia”, come li chiamava Sciascia, gli scribacchini di piccolo cabotaggio che, al pari di tutti quelli di cui sopra, per anni e anni hanno campato strillando a giorni alterni sul pericolo incombente di Cosa Nostra – letteralmente, «l’antimafia di carta», con certo stipendio annesso.

Dove sono, dunque, tutti questi idoli e idoletti, che grazie all’invisibile virus cinese conoscono niccianamente il loro crepuscolo? Dove erano due mesi fa, i nostri eroi antimafiosi, quando già si manifestavano avvisaglie di ciò che covava sotto la cenere: quando cioè, agli albori del caos epidemico, i primi a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

ROMANZO INFERNALE La nostra immaginazione, sicuramente fervida, decisamente falsa, pura fantasia da romanzetto, si spingeva fino a intravvedere uno Stato debole, dinanzi a un’incognita sanitaria totale, accordarsi con le tribù del territorio per prevenire le probabili rivolte in meridione nel caso di catastrofe epidemica. Pura fantasia, lo sottolineiamo. Ma in questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano.

Oggi invece, in questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto. Tregua. Bando. Do ut des. Time-Out. Insomma, quello che possono essersi detti perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee, con inevitabile contagio di altre città ancora fino al fiammante inferno del collasso sociale.

Ed ecco che una protesta al supermercato, o all’ospedale, o davanti a una caserma – tutte manifestazioni spontanee, certo – degenera. Ci scappano i morti, le auto incendiate, le prime razzie di farmacie e negozi (che altrove si sono già viste, anche se a bassa intensità). Poi quei milioni di africani che hanno importato a spese nostre – abbiamo elargito più soldi noi a loro che Bill Gates all’OMS e alle sue mega-campagne vaccinali – si organizzano, e del resto uno Stato collassato è per loro lo stato naturale. Ma ecco che, di fronte alla minaccia della Repubblica Italiana travolta in un domino rovinoso e inarrestabile, appare all’orizzonte una spregiudicatissima, ma praticabile, soluzione di garanzia: i garanti propongono, lo Stato accetta…et voilà, la nostra fantasia si esaurisce qui.

IL GENIO AL POTERE Ma no, svegliamoci, dai. Torniamo alla realtà: abbiamo un ministro della giustizia bello vispo che, come abbiamo visto sopra, mastica di diritto e mostra dimestichezza con gli istituti giuridici e con la pratica giudiziaria. Ogni volta che si esprime è una rivelazione. Ricordiamo ancora, ad esempio, il discorso che Alfonso Bonafede pronunciò in Aula nel luglio del 2015 sul Forteto, quando spiegò come il dramma senza fondo e senza fine della cooperativa toscana dipendesse dal fatto che il PM democristiano Casini, quello che inquisiva i vertici della cooperativa degli orrori, non si parlava con il presidente del tribunale dei minori, quel Meucci che al Forteto i bambini continuava imperterrito a mandarli: meri problemi di comunicazione tra figure istituzionali, insomma. Bastava i due facessero pace. Ascoltatevelo: «cioè il dubbio che c’è dietro a tutta questa situazione è che questi bambini abbiano subito i danni mortificazioni abusi sessuali a causa della farsa delle… del… dei.. litigi e… battaglie o pseudo battaglie tra sinistra e destra». Anche in questo caso si tratta di un’altra lettura di una vicenda umana e giudiziaria, storica e metastorica fondamentale, una lettura simile per acume a quelle che, su tanti temi importanti, ci squaderna il nostro Guardasigilli nell’ora presente.

Bene. Oggi, sempre per via di quella straordinaria creatività, se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi.

Pare che Giovanni Falcone ci abbia lasciato questo aforisma folgorante: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini». Indovinello: se il giudice-martire aveva ragione, chi comanda ora davvero in Italia?

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3 commenti su “Coronamafia: Cosa Nostra a casa nostra”

  1. Affidare i posti di comando agli incompetenti sembra una caratteristica del made-in-italy.
    Hanno anche provato ad esportarli ma senza successo: non si registrano atri casi in nessuna parte del globo.

  2. E’ arcinoto oramai di che pasta sono fatti i nostri governanti, ma ciò che sconcerta maggiormente, a fronte di questo fatto increscioso, é l’assordante silenzio del “garante della Costituzione”.
    Presidente…, batta un colpo!
    Si ricordi delle parole di Albert Einstein: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti”.

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