CORSO DI ESCATOLOGIA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP. Ottavo e ultimo capitolo: Prepararsi per la vita eterna

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

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ottavo e ultimo capitolo: Prepararsi per la vita eterna

 

per leggere l’introduzione al corso: “Che cos’è l’escatologia”, CLICCA QUI

per leggere il primo capitolo: “La morte e l’immortalità dell’anima”, CLICCA QUI

per leggere il secondo capitolo: “Immortalità e Resurrezione”, CLICCA QUI

per leggere il terzo capitolo: “La Parusia di Cristo”, CLICCA QUI

per leggere il quarto capitolo: “La beatitudine dopo la morte”, CLICCA QUI

per leggere il quinto capitolo: “La purificazione dopo la morte”, CLICCA QUI

per leggere il sesto capitolo: “La perdizione dopo la morte”, CLICCA QUI

per leggere il settimo capitolo: “La questione del Limbo”, CLICCA QUI

 

Siamo giunti all’ultima lezione del nostro corso di escatologia. Trattiamo in quest’ultima puntata del significato escatologico della vita presente. Il Concilio Vaticano II ci offre interessanti insegnamenti su questo punto. Per il Concilio, sulla scorta dell’insegnamento biblico, il cristiano vive già gli “ultimi tempi”, annunciati dai Profeti. In tal senso il Concilio parla di una dimensione “escatologica” della Chiesa, per la quale essa vive incoativamente sin da adesso quella vita eterna che giungerà alla sua pienezza al di là della morte.

Il cristianesimo stesso, in fondo, è l’annuncio degli ultimi tempi, sicchè il cristiano sin da adesso vive nel futuro sia con una vita di speranza che attende questo futuro e sia nella stessa esperienza cristiana, che è già l’inizio del futuro. In questo senso San Paolo afferma: “dimentico del passato, mi protendo verso il futuro”, per cui per Paolo la gioia cristiana non è tanto gioia di ciò che avviene adesso, ma è la gioia che viene dalla speranza. Tuttavia, benchè la speranza conservi il significato dell’attesa del futuro, il cristiano fin da adesso inizia a pregustare l’oggetto stesso della sua speranza, in quanto è già presente seppure in maniera soltanto imperfetta ed incompleta.

Gli “ultimi tempi” per il cristiano coincidono con la novità stessa del Vangelo, novità che propriamente non è una rottura con la Rivelazione e i doni ricevuti da Dio nel passato, descritti dall’Antico Testamento, ma un completamento operato da Cristo di quella stessa Rivelazione e vita di grazia. La rottura semmai deve consistere nel fatto che il cristiano rompe col peccato.

Per questo un tempo i contenuti dell’escatologia venivano chiamati i “novissimi”, sia nel senso del nuovo che sostituisce il vecchio e sia nel senso di un “nuovo” che è al termine di un processo di crescita e di rinnovamento, il quale parte da una condizione di miseria e di peccato – quello che Paolo chiama “l’uomo vecchio” – per raggiungere, grazie alla Redenzione di Cristo vissuta nel battesimo, la condizione dell’“uomo nuovo”.

In tal modo la vita cristiana nel mondo presente è un continuo intersecarsi di vecchio e di nuovo, di passato e di futuro, inquantochè, mentre rimangono le tracce del peccato originale, che spingono per tutta la vita presente a compiere il male, l’assiduo ricorso alla grazia di Cristo, mediante le opere buone e l’uso dei sacramenti, consente un graduale moto di liberazione dalle nostre miserie e dai nostri peccati, un moto progressivo che, se portato avanti per tutta la vita, al termine di questa vita avrà eliminato ogni forma di schiavitù nei confronti del peccato e di Satana.

La preparazione alla vita eterna oltre la morte comporta lo sviluppo di quel germe di vita soprannaturale che riceviamo col battesimo e che rende immagini del Figlio, figli del Padre e mossi dallo Spirito Santo. Questa nuova vita che ci libera dalla colpa originale e dalle successive colpe personali è chiamata da S.Paolo “risurrezione”, la quale pertanto avviene già in questa vita non in quanto risurrezione del corpo, che sarà dono della vita futura dopo la morte, ma in quanto risurrezione dal peccato, che per la Bibbia è una “morte” dell’anima, morte evidentemente non nel senso ontologico perché in tal senso l’anima è immortale, ma nel senso morale, in quanto in questa condizione l’anima è staccata da Dio a causa della sua volontà ribelle, in modo simile, per usare un paragone di Cristo stesso, a quello per cui un tralcio è staccato dalla vite.

Questa risurrezione interiore è quella che nel capitolo 20 dell’Apocalisse, secondo l’interpretazione di S.Agostino, è chiamata “la prima risurrezione” assicurata dal battesimo. Questa risurrezione dal peccato che ci rende conformi a Cristo è il pegno della futura risurrezione gloriosa del paradiso, stante comunque il fatto che la pura e semplice risurrezione corporea, ossia che l’anima riprende il suo corpo, sarà come abbiamo già visto, l’evento che riguarda tutti gli uomini, compresi i dannati. In questo contesto della prima risurrezione, S.Paolo può quindi parlare di una risurrezione al passato, ossia come già avvenuta, con le seguenti parole: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove sta Cristo alla destra del Padre”.

L’ultimatività, ovvero l’aspetto escatologico della vita cristiana significa inoltre un qualcosa di insuperabile e quindi di assolutamente perfetto: non c’è altro da desiderare. Qui abbiamo un aspetto apparentemente paradossale della vita cristiana, legato al problema della perfezione. Abbiamo detto che soprattutto il recente Concilio sottolinea questo aspetto ultimativo della vita cristiana già nella vita presente. Tuttavia potremmo chiederci come si può parlare di tale aspetto ultimativo che comporta una perfezione finale in una situazione come quella presente, che noi con la famosa preghiera della Salve Regina chiamiamo valle di lacrime? San Paolo ci dà la chiave per risolvere questo apparente contrasto esponendoci che cosa si deve intendere esattamente per “perfezione” nella vita presente. L’Apostolo infatti intende la perfezione cristiana non come un qualche cosa di raggiungibile in questa vita, ma esattamente come tensione, sempre sottoposta a rischi e a retrocessioni, verso quella piena perfezione che sarà il retaggio della vita futura dopo la morte.

Si capisce allora come un cammino verso la perfezione, benchè sia già chiamato “perfezione” da S.Paolo, sia compatibile con quella immensità di sofferenze, di miserie e di peccati che costellano la storia dell’umanità e dei singoli nella vita terrena. Inoltre bisogna considerare che questa perfezione nella vita presente può sempre venir meno nel caso del peccato mortale. Tuttavia in se stessa questa perfezione per sua natura è una vita divina, è la vita della grazia, è la vita in Cristo, sotto l’impulso dello Spirito Santo, e pertanto essa, benchè in questa vita ci sia donata soltanto in uno stato incoativo, per sua natura è già perfezione assoluta e divina, almeno così come può essere partecipata da noi limitate creature.

Allora per prepararsi alla vita eterna dopo la morte, dobbiamo innanzitutto avere la consapevolezza di questa natura escatologica della vita e dell’etica cristiane. Le cose dette ci fanno comprendere meglio la continuità tra la vita di grazia in questo mondo e la pienezza della grazia della quale godremo nella vita futura. Anche su questo punto il Concilio rimedia ad un certo dualismo o ad una certa frattura che si riscontrava nella concezione del rapporto tra vita presente e vita futura in alcune tendenze ascetiche del preconcilio, le quali da una parte sottolineavano in maniera anche esagerata le miserie, i pericoli e le brutture dello stato presente, mentre d’altra parte si esaltavano in maniera esagerata il mistero e l’ineffabilità della vita futura, quasi che esso non offrisse se non una scarsissima intelligibilità per noi che viviamo ancora in questo mondo, con la conseguenza di svilire in maniera offensiva il valore di ciò che Cristo ci ha rivelato sull’al di là.

Indubbiamente quanto Gesù ci dice sull’al di là non toglie del tutto il mistero, altrimenti non ci sarebbe bisogno della fede e si cadrebbe nelle visioni razionalistiche che sono fiorite soprattutto nell’ottocento come per esempio nel socialismo, nel marxismo, nell’idealismo e nel positivismo e sappiamo quali sono stati i risultati di queste arroganti utopie. Nello stesso tempo il Concilio ci ricorda che la vita presente ha una sua dignità in quanto creata da Dio, per cui il mondo futuro non è da intendersi come totale distruzione del mondo presente, ma piuttosto come la sua salvezza, la purificazione dal peccato e la liberazione dalla morte.

L’esagerata esaltazione della misteriosità della vita futura prima del Concilio aveva come effetto quello di produrre uno scarso interesse per la vita futura, la quale, per la sua inintelligibilità, difficilmente poteva diventare obiettivo intenzionale del cammino di questa vita, mentre nel contempo difficilmente si poteva avvertire come già la vita cristiana presente sia una incoazione o una pregustazione della vita futura. Allora il rischio era, proprio per questo esagerato misticismo, quello di finire di ripiegarsi sui valori della vita presente peraltro non illuminati dal futuro escatologico.

Il Concilio ha rimediato a questa frattura mostrando da una parte che la vita cristiana è già un vivere gli “ultimi tempi”, senza per questo negare la trascendenza del futuro sul presente, e senza quindi negare il valore della speranza, mentre dall’altra, in base a questo sano ottimismo, ha messo più in luce i valori della vita terrena senza cadere nell’ingenuità o nell’utopia di ignorare le conseguenze del peccato originale e quindi di rinunciare alla necessità del sacrificio e dell’esercizio ascetico delle virtù.

Costituisce pertanto un grave fraintendimento dell’aspetto escatologico della vita cristiana l’attuale tendenza utopistico-buonista, per la quale, con la scusa che siamo già risorti con Cristo e Dio è “misericordioso”, è venuta meno la tensione ascetica verso una vita futura che trascenda le gioie della vita presente, per cui il futuro, che allora non è più un vero futuro escatologico, ha finito con l’appiattirsi non solo sul presente – da qui la ben nota tendenza orizzontalistico-secolastica, per esempio della teologia della liberazione -, ma addirittura sul “passato” nel senso paolino della situazione di peccato, il quale quindi non viene veramente tolto, ma come avviene nella concezione luterana, il peccato resta contradditoriamente insieme con la grazia e si ritiene di essere perdonati anche se non si pentiti.

Viceversa nell’autentica concezione escatologica della vita cristiana che ci è insegnata dal Concilio Vaticano II, la condizione del peccatore si accompagna certamente con la vita nuova della grazia, tuttavia nella misura che avanza la vita nuova, retrocede realmente la vita vecchia del peccato fino a scomparire del tutto nella vittoria finale al momento della morte vissuta in Cristo.

 

Bologna, 17 dicembre 2011


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