Cosa ho imparato dai miei amici alpini – di Giovanni Lugaresi

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Settembre 1993, Rossosch – Inaugurazione dell’Asilo Sorriso, costruito e donato dall’Ana alla popolazione di quella cittadina dove durante la campagna di Russia aveva sede il comando del Corpo d’armata Alpino, per onorare i Caduti. E poi, proseguimento dell’itinerario fino a Livenka-Nikolajewka per sostare al monumento sulla fossa comune e al famoso terrapieno della ferrovia legato al gesto e al grido di Luigi Reverberi: “Tridentina, avanti! Tridentina, avanti!”. C’ero anch’io.

Settembre 2013, Rossosch, Livenka-Nikolajewka – vent’anni dopo, ritorno in un viaggio-pellegrinaggio dell’Ana. C’ero anch’io.

Settembre 2018, Livenka-Nikolajewka per l’inaugurazione del “Ponte degli alpini per l’amicizia”, donato dall’Ana a quella popolazione. Poi a Rossosch per il 25esimo dell’Asilo Sorriso e il dono di due ceramiche raffiguranti elementi della favolistica delle due nazioni da parte del Comune Conegliano, gemellato con la città russa… E ci sono stato anch’io!

Un filo lungo un quarto di secolo lega dunque queste tre tappe di un “viaggio-pellegrinaggio”, che affonda le radici in un tempo: 26 gennaio 1943 (75 anni fa), e in uno spazio: le anse del Don, le distese sconfinate di Rossosch e di Nikolajewka, da dove tanti militari italiani, tanti alpini, non fecero ritorno.

E un filo, poi che si snoda all’insegna di memorie, di storia, di sentimenti, di cristiana pietas, per definirsi alla fine in una sola parola: amicizia. Amicizia nei confronti del nemico di 75 anni or sono, che portò, nel 1993, alla costruzione e al dono dell’Asilo Sorriso per 150 bambini alla città di Rossosch.

Amicizia, che durante il tempo ha portato le Penne Nere ad aggiungere, a mo’ di abbellimento e accoglienza, un giardino e un piccolo parco giochi. Fino a questa nuova operazione di solidarietà, accogliendo la richiesta del sindaco di Livenka-Nikolajewka: il Ponte degli Alpini, appunto, sul fiume Valuj, al posto del vecchio e sgangherato manufatto che era decisamente in… disarmo.

Ecco, dunque, questa nuova operazione dell’Ana che, quando qualcuno in stato di bisogno chiede, non si tira mai indietro, anzi. Sia in patria, sia all’estero, gli alpini rispondono con una sola voce: presente!

Le giornate settembrine trascorse tra Livenka-Nikolajewka e Rossosch sono state emblematiche e si possono riassumere in questa immagine: il grande cuore degli Alpini, emerso anche dalle parole del presidente nazionale Sebastiano Favero, del comandante delle Truppe alpine generale Claudio Berto, ma soprattutto considerando una particolare generosità affiancatasi a quella dell’Ana. Che reca il nome Cimolai, azienda pordenonese famosa nel mondo, il cui titolare ingegnere Armando, novantenne, ha voluto rendere omaggio alla memoria del fratello Giovanni, reduce del fronte greco-albanese e della campagna di Russia, morto nel 2016 a 95 anni, donando il materiale per il manufatto. Poi, ecco altri benefattori come la penna nera Giovanni Perin della Grimel di Fontanafredda (Pordenone) per l’impianto a led dell’illuminazione, mentre il progetto tecnico per costruzione e installazione del ponte lo si deve alla Zeta Ingegneria del bresciano Luciano Zanelli, consigliere nazionale dell’Ana.

C’era un sole splendente, quando è stato inaugurato il Ponte degli Alpini per l’Amicizia (14 settembre) e il manufatto è stato attraversato, per la sua lunghezza di dodici metri, da una folla di alpini, bambini e ragazzi di Livenka, autorità, popolo.

Fra gli italiani “pellegrini” in quei luoghi di memoria e storia, una anziana (classe 1933) bergamasca, incerta sulle gambe, qui per la prima volta insieme alla figlia col marito alpino, per ricordare un fratello disperso. E ancora, due sorelle dell’Alto Vicentino, sui luoghi dove era stato il padre. Dall’Abruzzo, marito e moglie, non più giovani, sulle tracce del padre di lei. E poi avanti, in oltre trecento fra Penne Nere, familiari, amici, in questo percorso di memoria, in questa sorta di via crucis compiuta da giovani di quei tempi à, tanti dei quali non sarebbero più tornati. Con sentimenti di pacificazione, amicizia, solidarietà. Cristiana pietas al monumento, proco prima di Livenka-Nikolajewka, posto sulla fossa comune dove riposano caduti italiani e russi.

Al Ponte, il presidente Favero ha sottolineato il significato di questa operazione. Allora venuti come invasori; adesso il ritorno come amici, fra bandiere tricolori italiane e nazionali russe, lancio di palloncini e bianche colombe, mentre il pope russo, lunga tunica nera, benedice l’opera insieme a monsignor Bruno Fasani, direttore de L’Alpino.

Emozioni e commozioni che si rinnoveranno l’indomani a Rossosch, per lo scoprimento delle ceramiche donate dal Comune di Conegliano, gemellato quindici anni or sono con questa città russa, opera della Scuola di Scomigo. Due elementi della favolistica italiana (Pinocchio) e russa (Ricciolo d’oro e i tre orsetti), attraversati, per così dire, da un fiume stilizzato, il Don.

I bambini sono ammirati, al pari degli adulti, delle maestre e delle autorità locali, per quelle figure che, apposte sulla facciata sotto il porticato dell’Asilo Sorriso, risplendono di luce propria con uno straordinario respiro. Parla una signora che venticinque anni fa fu tra i primi bimbi a frequentare l’asilo. Adesso ci vanno i suoi figli, come figli e nipoti di tanti altri abitanti di questa città orgogliosa di quello che viene definito “l’asilo italiano”. C’è anche il professor Alim Morozov, storico, che aveva dieci anni quando arrivarono gli “invasori italiani”, i quali, peraltro (così ha testimoniato anche in un libro), mentre i tedeschi arraffavano, portando via prepotentemente, pagavano o barattavano oggetti e alimentari. E a Morozov il presidente Favero conferirà il riconoscimento di “benemerito dell’Ana” per la collaborazione fornita dal 1992-1993 ad oggi…

A Rossosch ci sono pure taluni protagonisti dell’Operazione Sorriso, come lo stesso ingegner Sebastiano Favero, progettista dell’asilo, insieme al fratello architetto Davide e allo zio geometra Bortolo Busnardo, o come Lino Chies, di Conegliano, promotore poi di quel gemellaggio di quindici anni or sono, con il sindaco di allora Floriano Zambon, tutti alpini di “lungo corso”, per così dire. Che testimoniano col fare, col dare, gli ideali, i valori in cui credono.

Sono segni forti, quelli dell’Ana, in terra di Russia. E, per tornare a Livenka-Nikolajewka, nello scorrere delle acque del Valuj, chi scrive ha rivisto… si è ricordato di una vecchia pagina di Giulio Bedeschi, laddove (Il peso dello zaino, Mursia editore) l’ufficiale medico della Julia, nella raffigurazione della sorte dell’amico disperso in Russia capitano Reitani (al secolo Ugo D’Amico), offre un’immagine profonda e toccante di cristiana fraternità.

La visione del ponte donato alla popolazione di Livenka richiama peraltro l’immagine di una mano tesa a chi ha bisogno, ed ecco, allora, la mano del capitano Reitani, morente:

“… La battaglia era finita, niente più carri, né uomini, tutti andati. Soltanto il silenzio, il vuoto della notte, e quella neve. E adesso morire.

Udì un lamento.

‘Vody’ supplicò una voce, ed era vicina.

Veniva dalla destra, chiedeva acqua, vody, tutti i soldati avevano imparato quella parola, rivide la grande estate ucraina, le donne ai pozzi con i secchi e i mestoli di legno.

[…]

Il russo lo fissava, voleva acqua, non pensava che moriva, pensava acqua. E implorava con gli occhi. Non posso, pensò Reitani. Provò a puntellarsi su un gomito, subito ricadde per il dolore al petto, i due uomini si guardavano soltanto.

Due nemici. Ora gli parve che nello sguardo del russo ci fosse odio, non gli dava l’acqua.

A due metri, stesi entrambi a gelare in quel silenzio.

Si era levato un po’ do vento, frusciava sulla neve e muoveva qualche gambo di cardo, anche per il vento erano rimasti solo loro, come per il gelo. Nessuno più intorno, la guerra passata sulla neve, fuggita lontano, gli uomini se l’erano portata con sé. Nessuno sparo, nessuna voce, nessun comando, tutto il resto del mondo passato da un’altra parte.

‘Vody’ implorò il russo; ‘pit’ implorò.

Pit, da bere.

‘Non posso’ pensò Reitani, ‘non ho più forza’.

‘Quel cappellano… [riferimento a un incontro con un sacerdote, ndr].

Allora Reitani si ribellò, non sono ancora morto, raccolse le ginocchia e le puntò, puntò i gomiti, e a denti stretti avanzò, potessi almeno gettare lo zaino dalle spalle, il respiro non passava quasi più dalla gola e tuttavia egli avanzava, un palmo due palmi verso quegli occhi che aspettavano dilatati.

Strisciò ancora e capì che poteva arrivare, la mano è di legno, ma il palmo fa conca e mi serve egualmente, l’affondò nel bianco e la trasse ricolma, la tenne sospesa nell’aria, l’uomo già spalancava le labbra aspettando la neve, poco poco e ti tocco, lo vedi sarei già da te se non fosse per questo dolore.

Più aumentava il dolore, più percepiva vicina una acquietante presenza; a quel punto un Qualcosa lo attrasse e lo placò, lascia lo zaino soldato Reitani.

Allora la mano si fermò, restava protesa nell’aria, perché il tempo era finito e il ‘capitano Reitani’ ormai si assentava da tutta quella neve”.

Ecco il ricordo di quella mano tesa tornare, dalla letteratura alla vita, dall’immaginare la fine di un soldato generoso di allora, al presente di alpini generosi nei confronti dei figli e dei figli dei figli dei nemici di ieri. E pure un’altra pagina è venuta alla mente di chi scrive in quei momenti vissuti al fiume Valuj e sul nuovo Ponte degli Alpini per l’amicizia. La riferiva l’avvocato Odoardo Ascari, reduce di Russia, ex IMI, uno degli “storici” speaker delle sfilate nelle adunate nazionali dell’Ana. L’aveva scritta nei primi anni Venti del secolo scorso Piero Gobetti e così recitava: “Il nostro dramma è che non possiamo essere un piccolo popolo, ma sappiamo essere un grande popolo”!

Beh, quello degli Alpini è certamente un “piccolo popolo”, ma quanto “grande” nelle sue idealità, nei suoi valori, nelle sue realizzazioni! In terra di Russia, un quarto di secolo fa con l’Asilo Sorriso a Rossosch; adesso col Ponte per l’amicizia a Livenka-Nikolajewka. Viene da concludere, a chi scrive, con una esortazione soltanto: Meditate, italiani, meditate!     

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2 commenti su “Cosa ho imparato dai miei amici alpini – di Giovanni Lugaresi”

  1. Articolo bello e commovente. Onore agli Alpini. Al tempo dei “tre giorni” di naja, feci domanda per entrarci. Non so per quale calcolo o casualità, finii invece nel Genio. Ma gli Alpini mi son sempre rimasti nel cuore, come un’aspirazione o un sogno non soddisfatto.

  2. Un grazie a Giovanni Lugaresi non solo per questo delicato racconto scritto col cuore, ma anche per il senso di pietà cristiana sotteso che travalicando e trasformando in bene antiche sofferenze e dolori, offre un esempio di grandezza d’animo che oggi purtroppo non si conosce quasi più. Davvero un insegnamento di alto valore.

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