COSE DI QUESTO MONDO – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

Noi che veniamo da lontano, da un altro mondo – bisogna pur dirlo –, noi che abbiamo vissuto epoche diverse e gravi trasformazioni ci lasciamo andare a decidere, apertis verbis, che cosa sia normale o anomalo, incredibile o ammissibile, alquanto incuranti verso le generazioni più recenti. Mi guardo dall’insinuare che esse siano massicciamente snaturate tanto da non fare una piega a contatto con le attuali nequizie, e che stiano in pace nelle sconcezze. Nessuno, per abituato che sia agli sconci, per quanto sia stato educato a conciliarsi con essi, nessuno, alla fin fine, vi resta indifferente e sta bene in tale commercio. Tuttavia la differenza tra anziani (sinceri) e non anziani sussiste. Giovani e adulti possono considerare certi usi da noi censurati meno che congrui, eppure degni di comprensione e ineluttabili, come è inevitabile che gli zoppi zoppichino, che le donne procaci destino le brame. Il guaio è che mai come ora si è confusa la naturale concupiscenza con l’acconsentimento ad essa, la disonestà accidentale, propria dell’umana debolezza, con quella abituale, pertinace, e mai come ora questa ambigua equiparazione venne ammessa nel codice della giustizia, secondo una malintesa larghezza di vedute, una superiore cognizione, o che so io.

Sicché mi sforzerò di risparmiare la suscettibilità di signore e signori d’età al di sotto della sessantina, astenendomi dal criticare alla brava e severamente i fenomeni  meritevoli d’una recisa denuncia. Sono persone che potrebbero sconcertarsi, reagire male non essendosi avvedute appieno dello schifo svariato che li circonda e con cui si accomodano. Ed esse sono insidiate dall’invidia, dal sentimento torbido per il quale non ci si rassegna ad essere nati in tempi più bassi.

benMi capita spesso di scoprire come la buona fede dei buoni e tolleranti, celi un supposto loro giovamento, consistente nel permettersi certe libertà. Per essere esplicito, la maggioranza dei progressisti cattolici, guarda caso, non intende rinunciare alla fornicazione. Metteteli alle strette, e lo toccherete con mano: essi svicolano, perdono la pazienza, sfoderano arzigogoli e inventano pretesti.

Chiedo scusa d’aver esordito con una digressione. Mi sono allargato assai, per abbordare la denuncia di un malcostume piuttosto mediocre, in mezzo alle torreggianti nefandezze. Affrontandone una delle maggiormente contraffatte, la stoccatina alle assuefazioni contemporanee avrebbe fatto miglior figura.

Basta. Mi sembra un malcostume, che passa per richiamo solerte o per campagna commendevole e toccante, che tocca anche la corda della coscienza, l’annuncio delle varie collette o richieste di contribuzioni specie televisive, pronunciato dal grande e multiforme banditore che si frammette nei notiziari, negli spettacoli e negli spazi pubblicitari. E quanto battono sulle facoltà delicate, sui cuori teneri, gli uomini di spettacolo e altri beniamini del pubblico, che caldeggiano le sovvenzioni in denaro per ogni sorta di disgraziati, prima di tutti i bambini, affetti da tare e malattie costose!

Un tempo il mendicante tendeva il cappello, la vecchietta sciancata allungava la mano. Le commedie non mancavano, ma li guardavi in faccia, venivano a tu per tu, mettendosi in gioco. E si assolveva il precetto cristiano dell’elemosina, anche quando l’accattone o il questuante non avevano convinto abbastanza. In chiesa: cassette ove infilare un’offerta per un’opera buona, col patrocinio del parroco. I postulanti che chiedono soldi dal teleschermo sarebbero l’equivalente di quei procedimenti? Mah! La loro presenza è fittizia e intoccabile, affidata al sistema dei telerapporti, di telecontatti quasi del tutto a senso unico.

Cari signori, che invitate a dar prova di buoni sentimenti solidali, e tacete ai fedeli il termine carità, come possibilmente offensivo o troppo religioso, quand’anche io possa supporre che siate onesti – e proprio integerrimi non sarete, servendo imperterriti in un ente che spaccia le falsità morali insieme alle verità, nonché nudità e volgarità a gogo – quand’anche foste dabbene, tra voi e il bisognoso, tra voi e il malato, ci passa parecchio, e quel parecchio è qualcosa e qualcuno che consuma, mangia e beve sulla raccolta degli oboli.

L’organizzazione benefica deve vivere. Ne convengo. Ma mangiapane e profittatori vi trovano la loro occasione, quali orribili ingrassi sulle spalle dei donatori e degli assistiti! Si aggiungano i truffatori di professione. E i cattivi esempi venuti giù dalle vette eccelse e internazionali! Ci capiamo… Ricordo, al riguardo, certe notizie trapelate, altre di rapida comparsa e scomparsa, rimaste impresse, davvero sconvolgenti.

In omaggio alla bella fiducia, accantono la non proprio gratuita diffidenza. Sorvolo sullo spreco delle organizzazioni intermedie. Per sovvenire qualsiasi malato o indigente c’è lo Stato, ci sono le imposte, come per mantenere il lastrico alle strade. Lo Stato non ce la fa? Lo Stato ha l’obbligo d’essere etico; è fatto per provvedere. I familiari faranno la loro parte, secondo le loro possibilità. Tutto questo, già stabilito. Basta curarlo e perfezionarlo. Il di più verrà dal Bene? Le associazioni assistenziali del cosiddetto volontariato e senza scopo di lucro, ben vengano, purché controllate a dovere: intatte da interessi di alcun tipo. Anche questo dipende dallo Stato. Le istituzioni religiose cattoliche sono le elette alla bisogna. Le suore furono sempre all’altezza, lodevolissime. Ma gli Istituti religiosi sono stati angariati e diffamati, dovunque avessero voce in capitolo e voce pubblica i nemici di Dio, che attualmente abbondano. Quando essi tacciono e non attaccano la Chiesa, purtroppo non c’è alcun motivo di rallegrarsi. Ospizi e ospedali hanno perduto moltissimo perdendo le suore. Ma esse dovevano essere allontanate, essendo incompatibili con le pratiche empie, quali l’aborto e l’impiego di apparecchi con cui si ottengono i concepimenti.

Nei famosi tempi andati, quando avevamo i giornali, la radio e già la tivu, non si ricorreva, col loro tramite, ad appelli per avere contributi spiccioli da mettere in grosse casse di enti privati benefici (onlus e simili), che pongono un lavoro, un problema ulteriore al pubblico potere, cui spetta di esigere i conti in regola. Che la cosa sia mal fatta, malamente complicata, appare evidente. Per questo, secondo me, prima non fu attuata; e non perché gli ascendenti fossero tardi, timidi, scarsi di idee e d’iniziative.

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