Così democratici, così antifascisti, così tolleranti

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Di Gino Salvi

 

COSÌ DEMOCRATICI, COSÌ ANTIFASCISTI, COSÌ INTOLLERANTI

 

Tre avvenimenti. Tre avvenimenti di straordinaria (o ordinaria? Giudicate voi) discriminazione politica hanno contrassegnato in nostro Paese, patria di santi, poeti e navigatori, ma non di autentici democratici. Ma veniamo ai fatti, che risalgono alla scorsa primavera. Maggio 2008: Lotta Universitaria (formazione universitaria vicina a Forza Nuova) chiede con l’europarlamentare Roberto Fiore spazi per organizzare un convegno sulle Foibe da svolgersi presso l’Università romana La Sapienza: richiesta che viene accolta dal rettore Renato Guarini. Subito insorgono i Collettivi che, indignati, pensano bene di ‘okkupare’ la Facoltà di lettere, giungendo al punto di ‘sequestrare’, il 29 maggio, il professor Guido Pescosolido, docente di Storia moderna, da sette anni preside della facoltà di Lettere 1. Il convegno sulle Foibe verrà, come è noto, bloccato dal Prorettore vicario professor Luigi Frati onde “evitare tensioni”. Il tutto dimenticando che, in precedenza, la stessa Università non avesse nutrito riserve nell’ospitare un convegno di sinistra nel corso del quale  si era addirittura negata l’ esistenza delle stesse Foibe: teoria sostenuta per decenni (almeno fino alle oneste ammissioni del senatore DS Luciano Violante del gennaio 2004) dalla quasi totalità dei comunisti italiani. Ricordiamo, a proposito dello scottante tema che il 30 novembre 1946, L’Unità sparò ad alzo zero sulle vittime della furia titina. Riportiamo per dovere di cronaca ciò che venne pubblicato. “Oggi ancora si parla di “profughi” (istriani, ndr) : (…) Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori (…) Questi relitti repubblichini che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare al loro paese d’origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali, (…) coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava (…) essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste” 2. Niente male: un’analisi molto obiettiva.

Ma ritorniamo al presente. Alla luce dei fatti dello scorso maggio appare del tutto evidente che gli eredi, o meglio gli orfani, del comunismo non sono affatto cambiati. E ciò che è accaduto alla Sapienza lo dimostra ampiamente. Ma non è tutto. Lo scorso 27 maggio, sempre a Roma, in via De Lollis, una ventina di giovani di estrema sinistra (come riporta il rapporto stilato della Digos) hanno aggredito quattro militanti di Forza Nuova. Secondo la ricostruzione della questura di Roma, un gruppo di attivisti ‘rossi’ (guarda caso appartenenti ai Collettivi che quattro mesi prima avevano preso d’assalto il Rettorato universitario della Sapienza per protestare contro la visita del papa) impegnati nel ricoprire alcuni manifesti appesi il giorno prima da Forza Nuova con affiches inneggianti alla lotta antifascista avrebbero ingaggiato uno scontro con alcuni attivisti di estrema destra 3. Secondo le dichiarazioni dei membri dei Collettivi, cinque “fascisti” sarebbero sbucati dal nulla assalendo i poveri compagni. Dando per scontata la veridicità del racconto, l’indignata stampa ‘progressista’ ha subito parlato di “vile aggressione”, di “emergenza democratica” e via discorrendo, non occupandosi minimamente di ascoltare altre versioni dell’accaduto, nemmeno quelle della Polizia. Secondo le indagini svolte dalla Digos, e confermate da una fotografia scattata da un passante, dai militanti di destra intervenuti in via De Lollis sarebbe partita soltanto un’aggressione di tipo verbale, alla quale ragazzi di sinistra avrebbero invece risposto in maniera ben più violente. L’auto degli attivisti di Forza nuova è stata infatti distrutta. E all’ospedale sono finiti quattro ragazzi: due di destra e due di sinistra. Ma non sono saltati fuori coltelli e non ci sono state “teste spaccate”, come hanno piagnucolato i Collettivi. Un solo ragazzo ha accusato danni di un certo rilievo (una spalla lussata e venti giorni di prognosi): menomazione provocata dagli agenti che, molto giustamente, nel cercare di sedare il diverbio sembra abbiano strattonato e malmenato tutti quanti (viva la “par condicio”), arrestando infine sei ragazzi, quattro di destra e due di sinistra 4.

Ma come si è detto, l’intolleranza dei militanti dei Collettivi nei confronti di chi non la pensa come loro è ormai una prassi. Sempre la scorsa primavera, a Torino, la ventiquattrenne studentessa in Legge Augusta Montaruli, dirigente di Alleanza Nazionale – Azione Universitaria, è stata affrontata da un gruppo di autonomi del Cua (il Comitato autonomo studentesco), l’ala oltranzista della sinistra universitaria vicina al centro sociale Askatasuna 5, decisi ad impedirle di entrare in facoltà per sostenere un esame. Da quando, quattro anni fa, gli studenti di sinistra l’hanno presa di mira, la povera Montaruli, ragazza minuta ma coraggiosa, è costretta a frequentare l’ateneo scortata dai suoi amici del Fuan, onde evitare di essere tormentata o pestata6. Interrogata circa la frequenza degli attacchi alla sua persona, la studentessa ha dichiarato: “Ormai sono abituata a questo clima assurdo” 7. Come per dire: tanto non ci posso fare nulla.

Venuto a conoscenza del fatto, il parlamentare del Popolo della Libertà, Agostino Ghiglia, non ha faticato a percepire come assordante “il silenzio delle istituzioni e della cultura torinesi nei confronti di tali manifestazioni di intolleranza che impediscono di fatto il regolare svolgimento di un’attività studentesca all’interno dell’università e i più banali esercizi dei fondamenti della democrazia”.

Per anni la sinistra italiana è stata fedele alla lezione di Gramsci, che teorizzò la conquista del potere politico attraverso l’impegno e la lotta all’interno della società civile e delle istituzioni. Nel 2006, ad esempio, occasione delle elezioni politiche che diedero la vittoria alla coalizione prodiana, Valentino Parlato, comunista, tra i fondatori de il Manifesto ed esponente di spicco dell’intellighenzia vetero marxista, su Sky TV dichiarò con sconcertante semplicità che “metà dell’Italia (ovviamente quella non di sinistra) andava rieducata”. Forse l’espressione che ha usato è stata “cambiare la testa” e non “rieducare”, ma la sostanza – come le abitudini – non cambia 8. E’ arcinoto, infatti, che in passato nei Paesi comunisti le cosiddette “rieducazioni” dei “soggetti nemici della Rivoluzione proletaria” venivano effettuate con le deportazioni o con i lavori forzati.

Ora, gli episodi d’intolleranza che abbiamo sopra descritto non sono certamente accidentali e si rifanno in qualche misura al modo di ragionare e concepire la lotta politica ancora in auge in molti settori della sinistra estrema; quella dei centri sociali tanto per capirci, quella che alle ultime elezioni politiche si è fermata al tre per cento, cioè è stata estromessa dal parlamento. Sconfitta che, evidentemente, l’ha scombussolata, allontanandola da Gramsci e avvicinandola a Pol Pot. Diciamo subito che si tratta pur sempre e per fortuna d’una minoranza, di un residuato umano che di umano possiede ben poco; di un coacervo di sbandati ignoranti e di psicolabili, incapaci di comprendere e farsi una ragione dell’evolversi crudele ma giusto della Storia. Incapacità dimostrata dal fatto che, data la pressoché totale assenza di idee, questi gruppi preferiscono ripiegare sul più comodo ma sdrucito e acritico “antifascismo perenne e militante”. Nulla di cui meravigliarsi se pensiamo alle ‘menti’ eccelse che guidano questi purpurei manipoli, primo fra tutti il criptico ed incomprensibile ex onorevole no-global Francesco Caruso accusato dai suoi stessi compagni di avere abbandonato la “lotta dura” allorquando si aggirava in parlamento. E che si aspettavano i suoi bollenti amici dei Collettivi, che si mettesse a sparare in aula. Ma il problema che sta alla base dell’intolleranza dei giovani di estrema sinistra nei confronti di tutto ciò che è diverso dal loro modo di essere e di agire, sta altrove. Sta nella sostanziale accondiscendenza sempre manifestata dalla “cultura ufficiale progressista” (cioè quella in giacca di cachemire e cravatta di Marinella) verso ogni atto di violenza compiuto dal “popolo di sinistra” in nome di una sorta di antifascismo perenne e militante dietro il quale si nasconde, come si è detto, una cronica incapacità di proporre civilmente opinioni e dissensi. Coloro i quali si ostinano sotto sotto ad interpretare la violenza secondo logiche politiche primitive e manichee che si reggono sui paradigmi ormai defunti del fascismo e del comunismo, piuttosto che sulla legge e, soprattutto, sulla ragione e il buon senso, non rendono certo un buon servizio al nostro Paese, e nemmeno alle idee – nel caso essi le posseggano – che stanno loro a cuore.

 


1 «Sapienza, preside minacciato e sequestrato dai collettivi», Paolo Conti, Il Corriere della Sera del 30 maggio 2008

2 «L’Unità», Organo del Partito Comunista Italiano, Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946

3 «Arresti convalidati, tensione in Tribunale », Patricia Tagliaferro, Il Giornale del 29 maggio 2008

4 «La Sapienza, rissa “politica”: 6 arresti»,  Emanuela Fontana, Il Giornale del 28 maggio 2008

5 «La lezione di Torino: parla solo chi è di sinistra»,  Simona Lorenzetti, Il Giornale del 7 giugno 2008

6 «Il ’68 e la “sindrome di Peter Pan” »,  Luca Telese, Il Giornale del 7 giugno 2008

7 «Fascista, non puoi fare l’esame», Massimo Numa, La Stampa del 6 giugno 2008

8 «Il popolo bue è da rieducare», Giovanni Vagnone, Ragionpolitica.it del 13 aprile 2006

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