CRISI COSTITUZIONALE IRREVERSIBILE, DEMOCRAZIA INGOVERNABILE, DITTATURA DEL PRESIDENTE: LA PRIMA REPUBBLICA E’ SEMPRE QUI – di Policraticus

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Proseguendo nell’approfondimento sull’attuale crisi politica e istituzionale pubblichiamo questo articolo che contiene diversi interessanti spunti, pur sottolineando che si tratta di opinioni dell’Autore che non sempre ci trovano concordi, soprattutto laddove la nascita del Governo Monti viene giudicata come passo inevitabile per difendere l’Italia nella crisi finanziaria internazionale, e si formula sullo stesso Monti un giudizio che prescinde dai precedenti dello stesso e dai suoi imbarazzanti rapporti coi grandi potentati finanziari internazionali.

PD


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di Policraticus


Il tema dell’ingovernabilità ricorre  da  tempo sotto la penna dei commentatori politici nostrani:  si osserva che il cosiddetto “governo dei tecnici”, da poco conclusosi, ha dimostrato l’incapacità ormai cronica dell’attuale sistema dei partiti di esprimere un esecutivo capace di funzionare.  E lo spettro dell’ingovernabilità – si dice – grava anche sul Parlamento che uscirà dalle prossime ed imminenti elezioni politiche, visto che nessuno schieramento sembra oggi capace di raggiungere la maggioranza assoluta.

Come descrivere l’ingovernabilità?  Due sono i suoi tratti specifici:  l’ incapacità del governo e/o del parlamento di prendere le decisioni essenziali; l’ impossibilità di far eseguire le decisioni eventualmente prese.  L’ingovernabilità ha naturalmente molteplici cause, vicine e lontane.  Tra di esse, balza oggi agli occhi  l’azione delle numerose istanze di giudizio che, dalla magistratura ordinaria ai Tar, alle supreme Corti, alle istanze giudicanti europee, incidono sempre più sull’azione di governo dei singoli Stati,  rendendola oggettivamente inefficace in un modo un tempo sconosciuto.   Queste istanze sono spesso messe in movimento da una miriade di istituzioni private, semipubbliche, pubbliche, nazionali ed internazionali, che si pongono come portatrici di interessi particolari o  dei cosiddetti “diritti umani”, categoria nella quale si fa rientrare di tutto.  Un regime di ingovernabilità è poi  caratterizzato in genere da una crisi finanziaria endemica, che contribuisce in modo decisivo alla paralisi o semiparalisi istituzionale.

[Ingovernabilità e crisi finanziaria]  La Rivoluzione Francese fu provocata anche dal progressivo esaurimento  delle finanze dello Stato, che non si riebbero mai dalle enormi spese provocate dalle lunghe ed inutili guerre europee di Luigi XIV, morto nel 1715.   Il crollo finanziario portò l’Amministrazione regia quasi alla paralisi, alla vigilia della Rivoluzione.  La componente economica sembra ampiamente presente anche nell’ingovernabilità che da qualche tempo affligge gli Stati Uniti, nazione portata sempre a classico esempio di democrazia, assieme all’Inghilterra, dalla stampa che conta.  Sono ormai due anni che l’esecutivo di quel paese non riesce a trovare un accordo con le Camere sul cosiddetto “baratro fiscale” (fiscal cliff), tagli sostanziali di spese connessi ad aumenti delle tasse, che entrerebbe automaticamente in vigore in mancanza di un accordo di lungo periodo sui limiti  e la natura dell’altissimo debito pubblico.  Cadere in tale “baratro” significherebbe paralizzare di fatto l’amministrazione pubblica americana, civile e militare, e deprimere l’economia, già depressa.   Il mancato accordo  è stato finora sostituito da provvisorie soluzioni di compromesso a breve scadenza, periodicamente e a fatica rinnovate tra violentissime polemiche.  Quando l’ingovernabilità diventa cronica, ciò chiama in causa anche la Costituzione.   Quella americana, ad esempio, ha instaurato un equilibrio dei poteri così complesso da permettere il costituirsi nella medesima legislatura di maggioranze  di segno opposto nelle due Camere del Congresso, che così si bloccano a vicenda  impedendo all’Esecutivo di perseguire in modo stabile una qualsivoglia politica.  E proprio questo sta succedendo oggi negli Stati Uniti.  E  non è certo la prima volta.

[Le carenze della nostra Costituzione] Tornando ai casi nostri, è evidente che l’ingovernabilità attuale dell’Italia ha la sua origine profonda (vorrei dire tecnica) nelle deficienze e ambiguità della nostra Costituzione.  Le principali sono a tutti note, in questi ultimi anni se ne è parlato ampiamente.  Abbiamo un parlamento ricalcato su modelli  ottocenteschi, con un’assemblea che, fatalmente dominata dai partiti, predomina nei confronti di un esecutivo istituzionalmente debole,  dato che il suo Presidente non ha alcun potere effettivo.  Un sistema elettorale che  – pur riformato – partorisce sempre governi di coalizione, i peggiori che si possano immaginare.  Un presidente della Repubblica dalle prerogative apparentemente solo notarili, che gode tuttavia di un potere che possiamo chiamare di governo, maggiore di quello del Presidente del Consiglio, spettando a lui l’indizione delle elezioni (prerogativa nel Regno Unito attribuita al premier) e una sostanziale discrezionalità (se la vuole esercitare) nella scelta del capo del governo di turno (Cost., 87.3; 92.2).  Una tripartizione dei poteri che sembra aver reso il giudiziario troppo indipendente (questo lo si osserva a mezza voce da qualche tempo).  Le regioni, dotate di poteri semisovrani invece che di una semplice autonomia amministrativa, in evidente contrapposizione allo  Stato centrale; antitesi aggravatasi dopo la deleteria riforma del Titolo V della Costituzione, che ha accresciuto la loro indipendenza dallo Stato, accentuando l’instabilità del sistema senza peraltro mutarne i fondamenti.  E si potrebbe continuare, in questo elenco.  Ad esempio,  non si capisce perché la campagna elettorale (con i mezzi di comunicazione che ci sono oggi) debba ancora durare settanta giorni (art. 61.1 Cost.).

Naturalmente, all’ingovernabilità si giunge quando una società  è spiritualmente malata, largamene corrotta nei costumi pubblici e privati, dominata da un individualismo noncurante del bene comune.  Non rappresenta solo un problema di istituzioni e di politica costituzionale.  Tuttavia è proprio nelle istituzioni politiche e di governo che la crisi di un’intera società si sublima, nel senso di raggiungere il punto critico.  Le vicende che hanno portato al “governo Monti” rivelano, a mio avviso, che la crisi costituzionale della Repubblica è ormai irreversibile.  È già la seconda volta in vent’anni che si deve ricorrere ad un intervento del Capo dello Stato per far funzionare il Parlamento con un governo di “tecnici” e salvare in tal modo la nazione dal tracollo.

[Repubblica “presidenziale” di fatto] Nell’autunno del 2011, di fronte al progressivo venir meno della maggioranza di centrodestra, che (in aggiunta a quelli già presi) non riusciva a varare gli ulteriori, severi  provvedimenti  cosiddetti “strutturali” necessari a fronteggiare il grave attacco finanziario internazionale contro l’Italia (non ci riusciva perché – per vari motivi – non aveva più i voti e perché certe sue componenti non sembravano rendersi conto della gravità della crisi), è intervenuto il Presidente della Repubblica.  Accettate le dimissioni dell’on. Berlusconi, ispirandosi al precedente del governo Dini di circa vent’anni prima, egli ha instaurato di fatto un governo del Presidente al posto di quello legittimamente espresso dalla maggioranza che aveva vinto le elezioni.  Sotto la spinta di un grave stato di necessità, dalla Repubblica “parlamentare” si è dunque passati di fatto per tredici mesi alla Repubblica “presidenziale”, non prevista dalla Costituzione.   Regime di Repubblica “presidenziale”, dunque, perché si sono dovuti attivare gli spezzoni di “presidenzialismo” nascosti nella Costituzione (vedi supra) e perché governata di fatto dal Capo dello Stato per l’interposta persona del prof. Monti, funzionario europeo di grande levatura (uno dei migliori in senso assoluto) ma ovviamente sprovvisto di una personalità e di una visione da far valere sul piano strettamente politico, non avendo egli un partito dietro di sé né un mandato elettorale, né in generale vera esperienza  politica e di governo.  Era evidente a tutti che il Capo dello Stato non si limitava ad incoraggiare occasionalmente i “tecnici” politicamente ancora sprovveduti ma ispirava le linee generali della loro azione di governo,  sottoposta all’urgenza e condotta quindi a base di decreti legge e di voti di fiducia (52 in tredici mesi), che il Parlamento doveva subire obtorto collo e digrignando i denti.

A chi lamenta la soperchieria istituzionale e critica il merito delle misure prese, si replica che, presi per il collo come eravamo dalla speculazione internazionale (il mostro che si agita di continuo dentro il “mercato globale”), avevamo ben poco da scegliere.  Dovevamo trovare subito le risorse per pagare gli 85 miliardi di euro di interessi che, a causa del nostro alto tenore di vita complessivo, il debito pubblico ci costa ogni anno (un vero affare il debito italiano per gli investitori, anche internazionali, visto che l’Italia ha sempre onorato i suoi impegni) e nello stesso tempo promuovere importanti riforme di struttura, nel campo delle pensioni, del lavoro, dell’amministrazione, al fine di calmare i mercati e rilanciare l’economia.  Sciogliere le Camere ed indire le elezioni in quel momento, sarebbe stata pura follia.  I mercati ci avrebbero forse distrutto del tutto e in ogni caso proprio il partito allora al governo avrebbe corso il rischio di uscirne a pezzi.  Quale che fosse l’autorità che lo garantiva, il governo dei non eletti “tecnici”, stante la palude nella quale era sprofondato il Parlamento dominato dai partiti, era l’unica soluzione possibile e non è il caso di dar credito a fumose teorie complottiste né di sottilizzare sulla legittimità costituzionale o meno delle sue origini né sugli aspetti negativi del suo operato, che è pur riuscito alla fine nel tentativo di far abbassare notevolmente il famoso “spread” o differenziale con i titoli tedeschi, anche se si è basato troppo su tagli indifferenziati e tasse, a detrimento della ripresa economica.

[Natura e limiti dello stato di necessità] Ho riassunto qui nel modo più obiettivo possibile gli argomenti avanzati da più parti a difesa dell’operato del governo Monti.  Essi contengono indubbie verità.  Non rispondono però alla critica di scarsa audacia rivolta al prof. Monti.  Più che caricare in modo tradizionale sulle tasse, ripristinando addirittura i “redditometri”, avrebbe dovuto tagliare su “agevolazioni”, “deduzioni” e simili che, si è appreso dalla stampa, sono di ben 700 tipi diversi e costerebbero allo Stato addirittura 240 miliardi di euro l’anno!  Tagliando sensibilmente in questo campo, lo Stato, oltre a risparmiare, avrebbe potuto ridurre in maniera apprezzabile le tasse e rilanciare l’economia.  Questa era la strada indicata realisticamente da Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria (CdS, 28.10.12, p. 10:  “dei circa 3 miliardi di aiuti promessi alle imprese private, ne facciamo volentieri a meno ma il governo ci tolga un po’ di tasse dello stesso valore”).

Né rispondono del pari alle critiche coinvolgenti valori non negoziabili, ben diversi da quelli che informano la politica economica.   Se ci chiediamo: qual è la vera natura dello stato di necessità, come dobbiamo rispondere?  Che la necessità giustifica le misure d’emergenza imposte appunto dal soverchiante, feroce impeto della concreta situazione di fatto: non giustifica però l’intrusione in campi non investiti dalla necessità stessa  e per di più con l’intento di rovesciare la politica del governo precedente.  I giuristi affermano che lo stato di necessità si crea da solo la sua norma, si dà da se stesso la sua propria legge.  Vale a dire:  si impone  da sé, per rispondere a una situazione eccezionale, cui l’ordinaria amministrazione si sia dimostrata impari (nel nostro caso la minaccia del fallimento dello Stato, pericolo indubbiamente reale e non ancora scongiurato finché non si raggiunge il pareggio di bilancio, meta ancora lontana).  Per rispondervi, quindi, mediante decreti e leggi che trovano la loro giustificazione nello stato di necessità stesso.  Ciò significa che la normativa posta in essere all’insegna dello stato di necessità trova in esso l’ambito della sua competenza ma anche i suoi limiti.  Pertanto, il governo dei “tecnici” avrebbe dovuto circoscrivere la sua azione sempre ed unicamente al settore strettamente finanziario ed economico e ai già vasti problemi all’uno e all’altro connessi, senza sconfinare in altri campi.  Cosa che invece ha tentato di fare.  Penso alle iniziative femministe comprensive del riconoscimento di coppie di fatto anche omosessuali da parte della ministro Elsa Fornero, iniziative che andavano ben al di là delle (già inaccettabili anche se limitate) concessioni  del centrodestra al solo femminismo.  Penso all’ indiscriminata apertura all’immigrazione clandestina ventilata dal ministro Riccardi, noto esponente del Cattolicesimo “ecumenico” diffusosi a partire dal Vaticano II, quel Cattolicesimo utopistico e contrario a tutta la Tradizione della Chiesa, che vuole realizzare “l’unità del genere umano” e senza far nulla per convertirlo a Cristo.  Il fatto che queste iniziative siano rimaste (per fortuna dell’Italia) quasi tutte ad uno stadio ancora iniziale nulla toglie allo loro improprietà istituzionale.  Esse violavano i limiti naturali dello stato di necessità all’origine del “governo dei tecnici”, oltrepassandone la competenza.  In questo debordare come non vedere il tentativo di imporre un “politicamente corretto” condiviso anche dalla parte che aveva perso le ultime elezioni?  Di imporre, cioè, una visione politica che coincide, come sappiamo, con  punti di vista più volte espressi dall’attuale Presidente della Repubblica, che a quella parte spiritualmente e politicamente appartiene.  E la necessità che questa politica sia mandata a compimento, il Capo dello Stato l’ha riaffermata nel suo discorso di fine anno,  nel quale ha fatto capire in base a quali criteri sceglierà il  futuro premier, dopo le elezioni, ribadendo che spetta solo a lui sceglierlo (Cost. 92.2 cit.) e senza esser a priori vincolato dal numero dei voti raccolti da questo o quel capopartito.

[Dittatura presidenziale]    Possiamo allora dire che il Capo dello Stato, grazie ai decreti dei “tecnici” del governo Monti, ha imposto le linee generali di una sua  linea politica al Parlamento, esercitando di fatto una sorta di dittatura nei suoi confronti?  E che non intende recedere da questa impostazione? Secondo me, possiamo.  L’espressione “dittatura” non deve spaventare.  Non dobbiamo riferire il concetto di dittatura solo all’esperienza della “tirannide” antica o dei moderni totalitarismi.  Storicamente, sono sempre esistite forme istituzionali di dittatura.  Istituzionali, perché ancora all’interno delle istituzioni, anche se prevaricanti nei confronti della Costituzione vigente. All’interno, perché implicite nell’attribuzione di certi poteri, come quelli che ho chiamato “di governo” del Presidente della Repubblica (vedi supra).  Prevaricanti, perché attuanti forme di intervento e di governo che di fatto – urgendo la necessità – contraddicono la  Carta fondamentale, riducendo (come nel nostro caso) il Parlamento a semplice notaio dell’esecutivo, per di più non eletto.  E sappiamo dalla storia che la democrazia in decadenza irreversibile partorisce forme autoritarie e dittatoriali di governo (come avevano ben visto i Greci, nel teorizzare il ciclo perenne delle tre forme principali di Stato), forme che spesso tendono in una prima fase a conservare il sistema politico in crisi, ingessandolo.  La degenerazione della democrazia nell’anarchia e nella corruzione dei costumi provoca, dunque, l’insorgere di forme di dittatura, quando prevale una soluzione interna.  L’intervento straniero, diretto o indiretto, se prevale quella esterna.  Le due cose possono anche coniugarsi.

Per evitare l’avverarsi di una di queste sinistre prospettive, o di tutte e due assieme (di una dittatura politicamente corretta sostenuta dall’intervento straniero, diretto o indiretto) bisognerebbe attuare rapidamente almeno quella parte della  riforma costituzionale volta  a modificare  il sistema elettorale in senso favorevole alla stabilità dell’azione di governo e a concedere finalmente al Presidente del Consiglio tutti i poteri necessari per governare.  Ma la riforma  della Costituzione, che l’on. Berlusconi (gliene va dato obiettivamente atto) ha sempre tentato di porre al centro del programma politico del centrodestra, costituisce un punto essenziale del programma della cosiddetta Agenda Monti e della sinistra?  Proprio comunisti ed ex-comunisti sono sempre stati e sono tuttora i più tenaci difensori della nostra Costituzione, da loro sempre considerata intoccabile!  E lo sono stati e lo sono perché una Costituzione malcostruita come la nostra, rendendo deboli il Governo e lo Stato, facilitava e facilita la loro gramsciana avanzata nelle istituzioni e nella società.   Ma nel centrodestra, se dovesse in ipotesi vincere le elezioni alleato alla Lega, quale effettiva riforma potrebbe permettere quest’ultima, con la sua riaffermata vocazione particolaristica, secessionistica, antitaliana?  E anche al centrodestra, dopo le recenti, inaspettate, inaccettabili esternazioni berlusconiane a favore del riconoscimento delle coppie di fatto, anche omosessuali, mancherebbe (allo stesso modo della sinistra) la legittimazione morale per farsi paladino di una vera riforma costituzionale, impresa che richiede sempre la presenza di un’autentica volontà di rinnovamento in campo etico, oltre che politico.

[La “Seconda Repubblica” non c’è mai stata]   In ogni caso, non bisogna prestar fede al ritornello della “Seconda Repubblica” già al tramonto, cui dovrebbe subentrare a breve termine addirittura una “Terza”,  se la sinistra dovesse vincere le prossime elezioni, dando così vita a chissà quale Palingenesi.  Le riforme costituzionali  e di rilievo costituzionale messe in opera dagli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, dopo l’eliminazione per via giudiziaria di socialisti e democristiani (modifica del Titolo V, modifica del sistema elettorale, elezione popolare dei sindaci, voto degli italiani all’estero), non hanno affatto scalfito in profondità l’intelaiatura costituzionale esistente.  Infatti, l’ampliamento anche esorbitante dei poteri locali a danno di quello centrale non è in realtà in antitesi allo  spirito della nostra Costituzione, che è quello antifascista del CLN, promotore di ogni possibile regionalismo ed autonomia contro lo Stato unitario centralista, stoltamente considerato come una sorta di incarnazione metastorica della defunta dittatura fascista. Bisogna aver chiaro che la “Seconda Repubblica” in realtà non è mai esistita.  Siamo rimasti sempre ben dentro la Prima, nonostante essa sia stata dichiarata più volte defunta.  La si potrà seppellire solo quando appariranno sulla scena politica forze moralmente sane, che sicuramente ancora esistono nel popolo italiano, determinate ad attuare come prima cosa una vera riforma costituzionale, al fine di stabilire nelle legittime forme giuridiche quella “Repubblica presidenziale” che è già surrettiziamente all’opera nei fatti, sotto la spinta  impellente della necessità .  E al fine di consolidare l’unità dello Stato riducendo le autonomie regionali troppo generosamente concesse. E determinate – queste forze – a ribadire, sul piano dei princìpi fondamentali  da scrivere nella Costituzione,  il vero fondamento della famiglia:  il matrimonio secondo natura, quello tra un uomo e una donna al fine della procreazione, voluto da Dio e l’unico che uno Stato che si consideri civile possa riconoscere.  E a ribadire che la missione della donna in questo mondo non è quella di lottare, grazie alla più totale libertà di costumi, contro i maschi per sottrar loro il governo delle imprese e degli Stati, ma quella di essere moglie e madre, pilastro insostituibile della famiglia secondo natura, senza la quale non solo un popolo ma alla fine l’intero genere umano è destinato ad estinguersi.

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