Crisi dei valori cristiani e crisi delle aziende

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Di Monica Iughetti

CRISI DEI VALORI CRISTIANI E CRISI DELLE AZIENDE

Breviario ad uso dei non intellettuali per un’interpretazione del malessere quotidiano dell’uomo (e della donna)  nell’ambiente lavorativo.

 

Se di Riscossa Cristiana si tratta, allora di riscossa culturale si deve parlare. Poiché la cultura, da che mondo è mondo, investe l’essere dell’uomo in toto. E l’uomo, oltre che di spirito, è fatto di corpo e materia, ragion per cui va alimentato perché sopravviva.

In Occidente, l’economia di sussistenza è tramontata da tempo ed è pertanto nell’ambito del sistema produttivo attuale che l’uomo deve, o almeno dovrebbe, trovare le risorse necessarie per l’acquisto dei generi alimentari e degli altri beni primari indispensabili alla propria permanenza in vita.

Questa la succinta, scontata, ma necessaria premessa, per poi passare ad analizzare quella che riteniamo essere una sintesi fra ispirazione puramente ideologica del ritorno alle radici cristiane ed urgenze sociali imprescindibili, ma quotidianamente disattese.

Il secondo dopoguerra è ormai comunemente indicato come il punto d’inizio di una rivoluzione economica che è scaturita dalle grandi ‘occasioni’ della ricostruzione e che si è via via trasformata fino ad arrivare ai giorni nostri con l’effettiva globalizzazione dell’economia. I capitali e le risorse prodotti dalle idee individuali di chi ha saputo e potuto creare opportunità di lavoro e di profitto, sono passati progressivamente in mani sempre più grandi e sempre meno identificabili. Così, la piccola impresa dell’abile artigiano italiano si trova oggi ad essere – con una definizione ormai assai diffusa, ma vorrei dire trita – “centro di eccellenza” territoriale della grande multinazionale dalla denominazione anglosassone, con sede in Lussemburgo e partecipogramma[1] assai articolato.

Detto questo, poniamoci una domanda: che fine ha fatto l’abile artigiano? E i suoi eredi ? Ipotizziamo che essi siano rimasti a lavorare in azienda. In questo caso si tratterà di due, tre manager, la cui figura è ancora un riferimento per i dipendenti anziani, legati affettivamente da un reciproco patto d’onore e di rispetto (ci soffermiamo in neretto su questi due ultimi sostantivi) caratteristico dell’epoca del fondatore: tempi in cui i valori avevano ancora un significato, sia economico che etico. Ma allo stato attuale, quale è il potere contrattuale dei manager, laddove essi debbano farsi portatori di richieste ed auspici da parte della comunità che produce con e per loro? Difficile dirlo, anche se in via primaria essi possono, anzi potrebbero, fare valere le loro istanze presso gli uffici superiori della grande multinazionale unica azionista, soltanto – e sottolineiamo soltanto – a condizione che i loro bilanci riportino in chiaro la famigerata “crescita a due cifre”, parametro ormai considerato come imprescindibile per la sopravvivenza negli anni di un’impresa.

Di fatto, quindi, siamo in presenza di un’asincronia fra una manciata di concetti che in tempi diversi avrebbero fatto il successo di un’azienda, e cioè senso di responsabilità dell’imprenditore, autonomia di gestione, condivisione delle esperienze lavorative, dedizione al lavoro (inteso come valore), partecipazione comune al processo produttivo e valorizzazione della risorsa umana.

E’ pertanto lecito pensare che i dipendenti, non potendo più contare sulla tutela diretta dell’imprenditore “visibile” quotidianamente all’interno della loro azienda, abbandonino progressivamente quei valori di solidarietà con le figure apicali dell’impresa, a tutto discapito della qualità del lavoro svolto da ciascuno di loro. Non si comprende, infatti, il perché si dovrebbe mantenere ed aumentare l’impegno costante nella propria funzione, laddove il riscontro della dedizione personale – posto che esso esista – non gratifichi anche la ‘porzione’ più sottovalutata del lavoratore, cioè l’amor proprio, rispetto al mero, seppur necessario, trattamento economico.

Fin qui nulla che non sia già stato detto: depersonalizzazione delle aziende, riduzione del lavoratore a definizione generica di “risorsa umana”, mancanza di identificazione con la proprietà e insoddisfazione generalizzata proveniente da, almeno, otto ore quotidiane di faticoso impegno personale.

Non si tratterà di novità, quelle fin qui esposte, ma c’è da chiedersi quale sia il grado di consapevolezza nella maggior parte dei lavoratori di quanto appena espresso, o per lo meno non è dato sapere, in questo nuovo mondo produttivo senz’anima, se esistano ancora remoti luoghi di confronto sociale nell’ambito dei quali fare sì che queste idee emergano in modo collettivo, diventando nuova coscienza. Piaccia o non piaccia, le Acli di un tempo e le associazioni sindacali, la partecipazione a riti collettivi – perché no, proprio la messa domenicale – le sagre strapaesane e certa attività dopolavoristica rappresentavano un punto di aggregazione e di autocoscienza forti: luoghi di un’appartenenza di tipo comunitario in grado di aiutare l’individuo a superare la sgradevole sensazione di abbandono da parte di chi deteneva le leve del potere, sia che esso si chiamasse “padrone” o “Commendator Rossi”.

Oggi, invece (e purtroppo), il sentimento di distacco non solo fra vertici decisionali e base, ma anche fra membri parigrado delle stesse comunità produttive, sta creando una disperante assenza di riferimenti di solidarietà: carenza che – inevitabilmente – sta portando ad un processo ineluttabile di precarietà non soltanto socio-economica, ma esistenziale.

Chiediamoci ora quale sia l’impatto economico di questa montante ‘incertezza e delusione’ sulle stesse imprese, vuoi del secondario che del terziario. Quale azienda non mira ad una certezza dei risultati di bilancio, alla riduzione dei costi del personale, all’intercambiabilità dei dipendenti come soluzione ai problemi di assunzione; all’abbattimento dei costi di gestione? Nessuna. Ma come, realisticamente, si può prescindere dalla dedizione e dalla solidarietà delle “risorse umane” per ottenere i suddetti risultati?

Spesso si dice: “Tutti sono necessari, nessuno è insostituibile”. Si tratta di un concetto buttato lì dagli amministratori poco illuminati e volto a tenere sotto stretto controllo le giuste aspirazioni alla crescita dei meritevoli e dei più impegnati. Sfortunatamente – lo dico per quegli imprenditori miopi che sono soliti, con una punta di arroganza ed ignoranza, a pronunciare il tanto fatidico, quanto banale, adagio – verrà il momento in cui finalmente si comprenderà con i fatti che Merito ed Economia – intesa anche nel senso di “risparmio” – sono veramente figli della stessa madre.

“Responsabile HR[2]” e “Capo dell’Ufficio Personale” significano la stessa cosa. Peccato però che la figura delineata dalla definizione sia solita rivolgersi ad interlocutori diversi. Nel senso che una “risorsa umana” non viene considerata mai una “persona”. Una “risorsa umana” è infatti vista alla stregua di un’entità riassumibile in dati squisitamente e semplicemente economico-finanziari: “costo-azienda” o “redditività pro-capite”. Un “membro del personale” è tutto il resto, anima e corpo, ed è la reale unità della forza-lavoro di una nazione intera.

Delineato il quadro, decisamente nero, della realtà attuale, occorre tuttavia ricordare che esistono anche – e questa è una buona notizia – giovani aziende (solitamente non di grandi dimensioni) che hanno deciso di elaborare un modello organizzativo in totale controtendenza, riportando quindi la “persona” al centro della catena produttiva. Ma si tratta ancora di esperimenti che, proprio per la loro unicità e peculiarità, hanno goduto addirittura dell’onore della cronaca. Non a caso, queste nuove realtà si occupano di produzione di alto artigianato e, di norma, si trovano in provincia. La loro esistenza è dovuta alla volontà strenua dell’imprenditore che così le ha volute e create, quasi a modello delle realtà artigianali del secondo dopoguerra cui abbiamo fatto menzione all’inizio. Un nome fra tutti, Brunello Cucinelli, la cui azienda tessile fonda la propria produttività su una molteplicità di valori – anche cristiani, ma non solo – che hanno le proprie radici nella storia dell’uomo e nel rispetto della persona.[3]

Il ‘ritorno all’antico’, quindi, può e potrebbe risultare la vera svolta delle aziende del futuro: realtà produttive più umane e più produttive, a dispetto della massificazione imperante e globalizzante. Lungi dall’auspicare un’impossibile ed inaccettabile regressione dell’economia, il nostro modesto suggerimento vuole essere quello di ritornare – seppure in chiave moderna – a garantire un livello di praticabilità del lavoro (senza demagogici assistenzialismi, s’intende) che tenga in maggiore considerazione la “persona” (le ‘persone’ e non il denaro, infatti, rappresentano il vero ‘capitale’ di un’azienda sana).

Corre l’obbligo di segnalare che l’oggettiva virata da parte di molte aziende verso un atteggiamento di indifferenza nei confronti del lavoratore ha risvegliato nelle istituzioni la necessità di correre ai ripari. Con una semplice ricerca in internet, è infatti possibile trovare una pletora di organizzazioni, istituti ed enti che si occupano di progetti sulla responsabilità etica e sociale dell’impresa. Sfortunatamente, ciò che pare emergere è l’esigenza di ricondurre il processo di umanizzazione dell’azienda ad un ‘modello’, da applicare al pari di una procedura.

Il nostro modesto parere è che i modelli e le procedure siano modalità spesso subite e imposte dall’alto. Solo la  lievità di un sincero e convinto impegno personale proveniente da valori individuali forti e condivisi può – a parer nostro – avere possibilità di successo e contribuire a cambiare l’attuale situazione.

 


[1] organigramma delle società partecipate e/o controllate

[2] HR sta per Human Resources, ossia Risorse Umane

[3]Credo in un’Impresa umanistica: un’impresa che risponda nella forma più nobile a tutte le regole di Etica che l’uomo ha definito nel corso dei secoli. Sogno una forma di capitalismo moderno con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso venga utilizzato per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali. Nella mia organizzazione il punto di riferimento è il bene comune, come strumento di guida per il raggiungimento di azioni prudenti e coraggiose. Nella mia impresa ho messo l’uomo al centro di qualsiasi processo produttivo, perché sono convinto che la dignità umana gli venga restituita solo attraverso la riscoperta della Coscienza. Il lavoro eleva la dignità dell’uomo e l’affettività che ne deriva. Nel cammino di ogni giorno ascolto la parola dei grandi del passato, da Socrate a Seneca, a Marco Aurelio, ad Alessandro Magno. Corroborato da tale comunione spirituale e seguendo la forza, la semplicità e la bellezza di questi luoghi densi di storia e di fascino, ho intrapreso e condotto a termine lungo 14 anni di lavoro il restauro del borgo medievale di Solomeo, dove ha sede la mia azienda, fedele a questi precetti che uomini come Leon Battista Alberti, Palladio, Serlio, trassero dagli insegnamenti classici di Vitruvio. Credo nella qualità e nel bello del prodotto artigianale; penso che non può esservi qualità senza umanità; amo il misticismo leggero che pervade questa mia Umbria, quel misticismo che fu proprio del Poverello di Assisi, amante del bello e della semplicità; sono fiero di essere umbro; fiero della mia passione per la Filosofia e il Restauro e per tutto ciò che aiuti a restituire bellezza e dignità alle cose sepolte dall’oblio dell’uomo sotto la polvere del tempo.” (fonte:  sito www.brunellocucinelli.it)

 

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