Da disfatta a rivolta. Caporetto secondo Malaparte

Nel 1921, a opera di un giovane di Prato, Kurt Suckert, più tardi noto col nome d’arte di Curzio Malaparte, esce un libro destinato a fare scandalo e a essere occultato, per quanto possibile, da quello che oggi si chiamerebbe mainstream. Si intitola Viva Caporetto. Il libro verrà censurato e poi ripubblicato, nel tentativo di eludere il divieto, col titolo La rivolta dei santi maledetti che oggi viene accettato, in quanto approvato dall’autore stesso, come quello definitivo. Peraltro anche con questo titolo il pamphlet verrà a più riprese tolto dalla circolazione.

Viva Caporetto, prima edizione

Nella vastissima letteratura di guerra il libro di Malaparte occupa un posto di rilievo, sia per l’intrinseco valore letterario, sia perché è uno degli scritti più utili a comprendere l’humus nel quale maturarono gli eventi successivi alla conclusione della guerra.

Protagonista del libello è il popolo della fanteria, fatto assurgere dal giovane Suckert a classe proletaria che nella sofferenza e nelle vicende assurde della guerra prende coscienza di sé e, decidendo di non combattere a Caporetto, innesta il germe di una futura rivoluzione.

Il libro lascia spiazzati, è urticante. La valenza che il giovane Suckert vuol dare alla sconfitta di Caporetto non regge a un’analisi storica rigorosa. Eppure fino alla fine Malaparte ha rivendicato l’interpretazione rivoluzionaria del suo libello.

Nessuna rivolta (e di conseguenza nessuna disfatta) ci sarebbe stata se i soldati non si fossero trovati a un certo punto privi di ordini, non avessero sentito di essere stati lasciati soli, e dunque in qualche modo “incoraggiati” ad abbandonare il campo. Malaparte si cura poco delle inefficienze operative e strategiche degli alti comandi, oggi in larga misura acclarate (1), ne denuncia invece soprattutto le responsabilità morali e sociali durante tutta la guerra, in un’ottica di “lotta di classe”.

A rendere la lettura un po’ difficile da digerire c’è anche il fastidio che ti prende a venir descritta quella catastrofe nazionale che è stata Caporetto senza un’ombra di rincrescimento. Si può anche capire che a uno spirito conservatore come Giuseppe Prezzolini, che aveva considerato il comportamento della fanteria a Caporetto alla stregua di uno sciopero, il libro non fosse piaciuto: “Quando Malaparte era un giovane principiante, mi venne ad offrire il suo primo libro I Santi maledetti di Caporetto, come mi par si intitolasse un’operetta che faceva in un certo modo, l’apologia di coloro che avevano abbandonato armi a bagagli in quella occasione. Non mi piacque. Non dico lo stile, ma l’idea. I soldati che scappano, dicevo io, scapperanno sempre, anche se cambia il regime italiano”. (2)

Nonostante tutto ciò, destituito del sostrato ideologico, comunque importante se si vuol seguire Malaparte nella sua parabola esistenziale, si legge il libro e si sente che qualcuno ci sta raccontando quelle cose che di solito si nascondono sotto il tappeto, che non si ha voglia di ascoltare perché ridestano la coscienza assopita, ti tolgono dalle comodità.

Con una capacità sorprendente in un ventenne (Malaparte nacque nel 1898 e il libro è stato scritto tra il 1918 e 1919), una capacità più di artista che di politico, Kurt ci rivela l’incolmabile distanza che corre tra potere e popolo, ci dice la sofferenza dei poveri contadini in grigioverde che non comprendono perché sono lì, ma nondimeno combattono e muoiono.

Ne spia gli umori e i reconditi moti dell’animo: “L’uomo che scrive, soldato fra soldati, curvo ai servizi più umili, alle fatiche più deprimenti, ai lavori più duri, quando alzava gli occhi in viso ai compagni di buca e di vedetta, non vi spiava i segni della paura e dell’esaltazione, ma vi seguiva con amore e pazienza quelli che rispecchiavano la lenta trasformazione spirituale da cui ognuno era travagliato.”

Il potere insensato si manifesta attraverso il cinismo brutale con il quale gli uomini vengono spesi e sacrificati nelle vicende militari, ma anche attraverso quel complesso di rapporti meccanici che si stabiliscono tra i militari e nella società civile, per i quali ciascuno è inserito nell’ingranaggio in modo tale che né i funzionari addetti allo svolgimento delle operazioni di guerra, né tutti coloro che a vario titolo ne sono esclusi, possano sentire su di sè il peso, la personale responsabilità delle loro azioni, la solidarietà umana che si stabilisce in una autentica comunità.

È la mano destra che non sa cosa fa la sinistra, è l’imbrigliamento in un meccanismo dal quale non si può uscire, che consente di accettare e obbedire alle direttive sconcertanti, e favorisce la soggezione psicologica della truppa. E, come in tutti i momenti di emergenza, è la propaganda che non permette alla popolazione di vedere le cose per quel che sono.

Il giovane Malaparte è schifato dagli attacchi senza speranza con i quali si manda a morire i soldati, sapendo che il sacrificio non servirà : “Chi non ha fatto la guerra sul nostro fronte nel 1915 non può avere un’idea di ciò che significa . Dallo Stelvio a Monfalcone, una moltitudine d’uomini laceri si accaniva giorno e notte contro formidabili posizioni, magnificamente, prodigando con meravigliosa rassegnazione sangue ed energie, senza una bestemmia”.

Sente profondamente la distanza profonda che separa i generali dalla truppa: “Il Comando Supremo! Specie di Monte Cassino dove una confraternita di unti dal Signore lambiccava metodi e rinforzava codici, astratta in una concezione della guerra che risentiva molto delle ville venete, non del fango e del sangue delle trincee.”

E si indigna della mancanza di pietà con la quale negli ospedali militari vengono trattati i feriti: “Tutti sanno (parlo di quelli che lo sanno per esperienza) come fossero trattati i feriti e i malati negli ospedali del bello italico Regno: i feriti, presi di mira dalle circolari del Comando Supremo e della Direzione della Sanità, evacuati in fretta e furia alla vigilia delle ispezioni, inviati al fronte senza un giorno di convalescenza dopo aver passato guai e noie d’ogni sorta; gli ammalati, curati alla buona, trattati quasi con disprezzo, boicottati come se simulassero o si fossero ammalati per comodità, per non andare al fuoco, costretti a ingoiare, ai primi sintomi di miglioramento, immonde e inqualificabili brodaglie e impasti, sinchè non venissero inviati al reparto di provenienza, in trincea,per finirvi il periodo di cura.

Ma Malaparte non tollera neppure gli imboscati, coloro che magnificano la guerra senza correrne i rischi: “L’odio contro chi aveva strillato nelle piazze ed era poi rimasto indietro, contro chi speculava sul sangue, contro chi si gloriava falsamente d’essere in trincea e di far la guerra pur rimanendo in pianura, contro chi sfruttava il sacrificio dei combattenti per fregiarsi di nastrini e di distintivi, l’odio per chi non capiva o non voleva capire, per chi faceva il patriotta a spese degli altri- martoriava il cuore e la bocca degli eroici pezzenti del Carso e degli Altipiani”.

Allo stesso tempo chi non subisce i danni degli avvenimenti, chi è lontano dalla guerra, viene distolto dal partecipare realmente, empaticamente e non retoricamente, alla tragedia delle trincee: odiavano i giornalisti che ingannavano il paese, raccontando fandonie di fanti sempre desiderosi di andare all’assalto del barbaro nemico” () “L’Italia assomigliava un po’ a una di quelle brave donnine in buona fede: offriva una bandierina e si scandalizzava al gesto rude del fante, che domandava ben altro. Si scandalizzava senza capire. Senza capire che la guerra non è una cromolitografia, che i soldati non soffrono il solletico di panacee retoricamente, stupidamente patriottiche, e che talvolta basta un bicchiere di vino e un pezzo di pane per far felice un povero fante.”

Finché, nel mezzo dell’emergenza, si svela il tessuto fragile della solidarietà sociale, si scoprono i caratteri, si capisce di che pasta gli uomini sono fatti: “fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati dellazona temperata, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori del patriottismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli della guerra… fuggivano i della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare, e parlavano del Re come del < primo soldato d’Italia>”.

Vi sarà stata certamente in queste parole l’esaltazione ideologica di un giovane rivoluzionario. Del resto è Malaparte stesso che nella sua autobiografia, chiedendo nel 1945 l’iscrizione al partito comunista, si accredita come tale: “Il libro conteneva la negazione assoluta della Patria borghese, del patriottismo borghese, della guerra borghese. Il richiamo all’esempio della rivoluzione bolscevica russa vi era frequente ed aperto. La rivolta di Caporetto vi era prospettata come l’atto iniziale della rivoluzione comunista italiana.” (3).

Ma che rivoluzionario sarà mai stato un uomo che di lì a pochi anni sarebbe diventato direttore della Stampa e avrebbe frequentato gli ambienti della buona società per tutto il corso della sua vita? Lo si nota non per criticare Malaparte, ma per sottolinearne l’irriducibilità a un’etichetta qualsiasi: rivoluzionario, conservatore, fascista, comunista, aggettivi che potrebbero applicarsi indistintamente a tutti i periodi della sua vita.

Antonio Gramsci ebbe a giudicare Malaparte uno sfrenato arrivista, smisurato vanesio, camaleonte, e mise spregiativamente il libello di Curzio nelle tendenza “brescianistica” della letteratura di guerra. Palmiro Togliatti invece gli consegnò in articulo mortis la tessera del partito comunista, con professione di stima. Né mancò, pare, un’estrema conversione al cattolicesimo. I rapporti col fascismo furono altalenanti, ambivalenti e contrastati.

Dunque, si diceva, vi sarà stata anche un’ ideologia sottostante nella Rivolta dei santi maledetti. Ma destituiamo il testo da questa ideologia, e anche da quella dei suoi esegeti. Resta quel che vale del libro: la messa a nudo dell’ipocrisia sociale, la finta solidarietà, la descrizione dei modi concreti con i quali il potere esercita la sua autorità. Quando descrive certi atteggiamenti della società civile, la ripugnanza dei benpensanti nei confronti dei laceri fanti, la severità della sorveglianza mentre essi sono in licenza, il sentimento dei soldati in trincea, Malaparte dice ciò che vede e scrive ciò che ha in cuore, e lo scrive con una potenza di espressione che rivela già il futuro scrittore. È persuasivo, riesce ad evocare forse non tutta la società del tempo, ma degli umori fondamentali di essa che i resoconti dei giornali non vollero e non poterono tramandare.

A Caporetto non vi fu, né poteva esserci, rivolta di classe. Certo, nel “caporettismo” di Suckert c’erano i segnali del percorso che la storia italiana avrebbe seguito negli anni a venire, ma questo lo sappiamo oggi. Vale la pena di rileggere dunque il libro di Malaparte non come saggio di analisi storica e politica, ma come il grido di rabbia di un giovane davanti all’ingiustizia, la cui denuncia non è monopolio né della destra, né della sinistra, né di alcuna delle etichette dentro le quali di tempo in tempo si pretenderebbe situarsi la verità.

In un articolo di qualche giorno fa su La Verità (4) Marcello Veneziani definisce Malaparte un conservatore inquieto, riunendolo nella categoria ad altri letterati con i quali crediamo che abbia poco in comune: Prezzolini, Longanesi, Guareschi, Flaiano, ed altri.

C’è però un particolare che potrebbe avvicinare uomini tanto diversi tra loro per idee, stile di vita e temperamento, più un’affinità caratteriale che di pensiero: l’esigenza di mettere il naso dove non si deve, di rompere gli schemi, di non stare al proprio posto, di dire quello che l’opportunità e la convenienza suggerirebbero di non dire. Il non voler essere politicamente corretti, potremmo semplificare oggi con una formula.

Malaparte corretto non lo è stato di sicuro ed è forse anche per questo che le storie della letteratura, ad onta della qualità alta della sua scrittura, che è fuori discussione, gli dedicano poco spazio, non nascondendolo neppure: “non forse con animo pravo, ma con animo egoistico e torbido, egli s’è servito di cose che non si potevano né dovevano toccare…Ha tirato in ballo, ha spogliato d’ogni decenza, miserie, vergogne, atrocità troppo gelose, per adoperarle a scopo letterario, Ha montato una gelida, macabra burla intellettuale, su una materia religiosa” chiosa Emilio Cecchi nelle poche righe che regala al pratese tra i narratori inseriti nella storia della letteratura italiana del 900. (5)

Cecchi si riferisce a La Pelle, pubblicato nel 1949, romanzo certo scabroso, messo all’indice dei libri proibiti dalla chiesa cattolica. Ma proprio per il tirare in ballo miserie e vergogne nascoste, si può dire che questo romanzo concluda coerentemente la parabola che inizia con la Rivolta dei santi maledetti. Non si doveva farlo? Non si dovrebbe? Ma a ciascuno il suo mestiere: agli statisti e ai politici difendere la ragion di stato, agli scrittori scrivere quel che vedono e sentono.

*** *** ***

  1. Tra la vastissima letteratura a riguardo vi è anche il recente Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, cap. X: “I perché della disfatta”.
  2. Citato in Luigi Martellini, «Caporetto e La rivolta dei santi maledetti di Malaparte», Line@editoriale [En ligne], N° 009 – 2017, Varia, mis à jour le: 20/01/2019, URL: https://revues.univ-tlse2.fr:443/pum/lineaeditoriale/index.php?id=1161.
  3. Citato in Mario Isnenghi, Il mito della grande guerra, Il Mulino
  4. La Verità, 13 novembre 2022
  5. Emilio Cecchi, Storia della letteratura italiana. Il novecento, prosatori e narratori, Garzanti

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