DA GENOVA PAROLE DI SPERANZA. CONSIDERAZIONI A MARGINE DEL CONVEGNO DELLE ACLI – di Miriam Pastorino

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di Miriam Pastorino

 

Condizioni di autentica povertà, troppo spesso generate da comportamenti degradati, famiglie allo sfascio o in grave situazione di precarietà con conseguenze drammatiche sulla prole, anziani malati e disabili, cioè persone autenticamente bisognose, in stato di solitudine e abbandono: dalle relazioni degli esponenti dell’Acli della Liguria, riuniti a Genova in convegno il 22 ottobre scorso, è emersa in tutta la sua drammaticità la situazione di una regione che da pretesa fucina della modernità sociale, culturale ed economica (alcuni ancora ricorderanno la Genova Città Laboratorio degli anni Settanta del secolo scorso, quella dove si sperimentavano le sorti magnifiche e progressive dell’intero nostro paese) si è trasformata in capitale, forse mondiale, della denatalità e dell’inerzia.miseria

Fatalismo e rassegnazione al peggio sono le conseguenze, quasi scontate, di una negatività ormai diffusa e radicata: tutti gli oratori legati all’associazionismo cattolico provenienti dalla nostra regione si sono limitati a descrivere una situazione di fatto che vede il malessere sociale crescere intorno a noi in maniera esponenziale e, quasi in parallelo, il drastico ridimensionamento delle risorse che fino a ieri servivano a lenirlo, almeno un po’. Una realtà angosciosa che, così rappresentata, appare senza alcuna via d’uscita, visto che un rigido inverno sta calando non solo sulle improvvide cicale nostrane ma su quelle, altrettanto sconsiderate, di tutto l’Occidente imbambolato dai suoi stessi vizi.

Denunce e rivendicazioni che hanno anche messo in evidenza, in questo convegno, l’universo limitato di tutto il sindacalismo nostrano: un fiato, a mio avviso, un po’ troppo corto per un’associazione nata nel pieno della seconda guerra mondiale con il compito specifico di affermare i principi cristiani nella vita sociale. Quegli stessi principi cristiani che, trasmessi di generazione in generazione, sono sempre stati in grado di garantire comportamenti virtuosi, consentendo alle famiglie e alle collettività di superare senza danni irrimediabili momenti sicuramente ben più duri dal punto di vista materiale di quelli attuali.

Fortunatamente, a riportare al centro dell’attenzione i fondamenti statutari della storica associazione, ha pensato il suo presidente nazionale, Andrea Olivero, un giovane coraggioso e dalle idee estremamente chiare. “Bisogna ricordarci che siamo chiamati a portare Speranza in ogni contesto perché siamo figli del Risorto”: queste le parole con cui egli ha esortato i presenti a ritrovare i Grandi Valori della Tradizione Cristiana. Poi, con la concretezza e la semplicità di parola di chi è abituato a confrontarsi con il disagio materiale, ha energicamente richiamato l’urgenza dei nostri tempi rappresentata dal rinnovamento spirituale che, in ogni caso, deve accompagnare l’intervento sociale per renderlo produttivo.

Un discorso, quello del giovane Olivero, che è risultato il miglior assist per l’intervento successivo del Cardinale Angelo Bagnasco.

E’ sicuramente riconducibile alla discussione aperta nel corso del recente convegno dell’associazionismo cattolico di Todi, la frase con cui il Cardinale ha aperto il suo intervento: “La Chiesa non è un’agenzia politica, sociale, etica. Questi aspetti ridurrebbero il ministero della Chiesa a religione civile e deformerebbero il volto della Chiesa” che, invece, “ha la missione di annunciare la Salvezza e di occuparsi dell’uomo”.

Una premessa importante ma anche molto confortante in quanto apre a prospettive di Speranza, a partire dal tema specifico dello stesso convegno. Infatti, vale la pena qui ricordare che la politica d’assistenzialismo prodotto dalle istituzioni ad esso preposte e tutte le etiche richiamate dalle più moderne costituzioni e dalle carte degli organismi internazionali rivolti alla soluzione o almeno al contenimento dei problemi, hanno fin qui fallito clamorosamente l’obiettivo di frenare la spaventosa deriva sociale ed economica che tutti i relatori genovesi e liguri avevano appena finito di descrivere con tanta puntualità e precisione.

Entrando poi nel merito di tutte le emergenze che affliggono l’Italia, come la maggior parte dei paesi dell’Occidente, egli ha detto chiaramente che non è compito della Chiesa trovare delle soluzioni né indagare le cause tecniche che le hanno originate, quanto piuttosto andare alla loro radice, che risiede proprio nell’uomo, nelle priorità della sua coscienza da cui procedono scelte e comportamenti; precisando che tutto questo, ben lontano da costituire un modo per eludere l’argomento, rappresenta invece una grande assunzione di responsabilità: l’assunzione del compito proprio della Chiesa di “richiamare alla Speranza per riconoscere il Bene nella Storia”. Parole alte e chiare eppure, al momento, difficili da comprendere per gli italiani contemporanei, vittime di una scuola troppo debole e di pregiudizi inculcati ad arte, disastrosamente propedeutici al crollo del senso comune e a quell’autolesionismo generatore d’una parte rilevante dei gravissimi mali che oggi ci affliggono. Anche se, come ha inteso sottolineare lo stesso cardinale per smentire analisi troppo pessimistiche della realtà, gli antichi valori fondamentali sono ancora forti nella coscienza popolare e il vincolo familiare, bersaglio privilegiato dell’individualismo dilagante, da noi resiste assai più che nel resto d’Europa.

“Il Vangelo va prima capito e poi condiviso” è il sostanziale richiamo del Presidente della CEI. Una sfida impegnativa che presuppone l’impegno corale di tutti i cattolici e il superamento di non più sopportabili divisioni e distinguo, in quanto sarà impresa richiedente lo sforzo congiunto di tutti reintrodurre questo valore nella coscienza collettiva (come anche altri fondamenti della tradizione cristiana), considerato il punto troppo basso raggiunto oggi dalla dimensione spirituale.

Sì, penso proprio che dovremmo imparare a guardare un po’ meno ai personaggi che costituiscono il riferimento della politica che ogni giorno di più appaiono impotenti e del tutto inadeguati alle sfide dei tempi e seguire con maggiore attenzione le parole del nostro acuto e preparato Cardinale.

Chissà che Genova, attuale laboratorio di depressione e regressione umana, non possa diventare un luogo di Speranza.

 

 

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