Da San Francesco in mascherina. Il bacio al lebbroso non va più di moda

Dato che rientra dalle vacanze anche il commissario Maigret, è rientrato anche il collaboratore di Ricognizioni, che il commissario se l’è portato per diletto e compagnia durante il suo giro estivo. La prolungata assenza da queste pagine, dunque, non è data dall’indulgere nell’accendersi una pipa accomodato in poltrona per concedersi un’intervista con il proprio cervello, ma dall’aver girovagato sull’Appennino tosco-umbro in cerca semi-vana di un benedetto momento di pace.

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Assisi è la città della pace, il luogo in cui, anche se non piove, più facilmente si può riscoprire quanto sia semplice vivere sotto il cielo di Dio, piuttosto che sotto il sole di satana. Dove pane e lumache è un piatto povero, la comodità rimane ma è fatta di suola delle scarpe, le contraddizioni si accentuano esponenzialmente, ma chi se ne impipa. Assisi è la città in cui tutto scorre giustapposto rimanendo immobile come un sultano davanti alle fiamme, pensieroso del dubbio di ben altra fiamma.

Assisi è così. Ti mette davanti allo specchio, a uno specchio che non riflette, se non metafisicamente, perché è una grata rugginosa ma sorprendentemente liscia, lisciata dalle mani di milioni di anime assetate di Dio. Vedi di colpo chi sei e lo sai. Poi, come la sete, l’immagine svanisce.

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Sulla tomba del Santo si scoprono cose. Ginocchioni, ti puoi aggrappare, con gli occhi gonfi confidare. Puoi fermarti di fronte a frate Leone e implorarlo di renderti solo un poco meno ottuso. Scopri e vedi cose, soltanto in seguito ci bevi sopra, riflettendo come il commissario in un bistrot di Porquerolles. Scopri la fede di una moglie, vedi l’innocenza di un figlio, ti sorprendi della profondità spirituale del più piccolo. E poi vedi. Eccolo, un attimo di pace.

Lo sguardo ripassa gli affreschi, la mente rilegge san Bonaventura. Poi, sguardo e mente si posano su due vecchi della malora con la ffp2 che parlottano ad alta voce come scrofe rauche. Allora la mano, per fortuna, accarezza la testolina del figlio piccolo distendendo in un sorriso silenzioso le labbra, altrimenti avremmo dovuto magari disquisire di pace-keeping in questura.

In realtà, non erano mascherati solo gli anziani, ma anche giovani, famiglie e persino bambini. Il paterfamilias scamiciato davanti a noi all’ingresso, sentitomi dire a mio figlio “pensa: questi modernisti igienizzano ancora ma non si genuflettono”, ha fatto tosto un passo indietro per igienizzarsi a bella posta le mani.

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Fu così che realizzai che il problema del nostro paese oggi non sono il caro bollette, l’immigrazione clandestina, il nazipass o la siccità. Il problema vero sono questi simil-cristiani che hanno appestato come le piaghe d’Egitto tutte le chiese e le sacrestie con le loro chiacchiere da comare, con la loro bontà pelosa, con il loro moralismo da legge 194 che fa 104 sulla smorfia del calcolo razionale. Maledetti ipocriti, vanno a venerare il santo poverello che baciava sulla bocca i lebbrosi e dentro hanno un terrore tapino di prendersi l’influenza. Per la loro sconcertante apostasia, sono la causa di tutti i mali.

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Il male è consustanziale a questo popolo cattolico, o sedicente tale, che, a pochi chilometri di distanza dal sepolcro di san Francesco in cui entra mascherato, riempie un parco acquatico a viso naso e bocca scoperti: in chiesa ci si ammala mortalmente, in piscina no. Oppure: in chiesa ci si mostra vergognosi baciapile del potere, sia esso Cesare o Caifa, sputando sulla santità di Dio, in piscina ci si tuffa, cristiani adulti e vaccinati, come farisei più ciechi del cieco di Siloe. Vien da rivalutare il Roncalli che entrava all’osteria dei rossi, per farsi un bianchino e benedire, scandalizzando i bigotti del mio paese. La libidine del libertinaggio covava più nei bigotti che nei rossi. Due filosofie di vita tanto complementari che, quando hanno copulato, hanno generato una cristianità illuminata dalla stella decaduta, in fregola di obbligare tutti a far la pace e far l’amore, perché tutti soffocassero nel perverso egocentrismo di una falsa onestà.

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Ben li conosco, questi figliocci del sessantotto, i quasi-preti scappati dal seminario, i quali, con la scusa di essere stati nella stanza dei bottoni della curia, ti mettono a tacere in consiglio pastorale, supponendo di sapere come e quando la Chiesa di oggi debba scendere a patti col mondo e con quale nonchalance calare le braghe. È uno scontro metafisico che non si potrà mai vincere, fino quando non capiremo che il male è dentro di noi, personalmente, e nella Chiesa in generale. Senza dimenticare quei vescovi e cardinali che si sentono il fascino di Yul Brynner e invece sono dei Platinette in cappa rossa. Sommi teologi di un’altra religione, che si inginocchiano quando vanno in visita a Ratzinger e, come all’ultimo concistoro, non davanti al loro papa Bergoglio, perché la ciabatta sta comoda a chi non ce l’ha.

Possiamo combattere questo scontro metafisico non partecipando più ai falsi sacramenti della loro falsa chiesa, non pregando più il loro falso padre nostro, perché il nostro Padre che è nei cieli, non è lo stesso dei loro “Fratelli tutti”. Non siamo figli dello stesso padre. Fratello sole e sorella luna sì, ma fratello satana, no.

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