DAL PAGANESIMO ALLA METAFISICA ATTRAVERSO LE CONTRADDIZIONI DELLA FILOSOFIA GRECA – di Piero Vassallo

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Storia di un contrastato cammino

 

di Piero Vassallo

 

La sofistica gettò l’ombra del dubbio radicale sulla mitologia pagana ma fu incapace di indicare agli antichi greci una via di ricerca indirizzata alle verità attingibili dalla ragione.

Quasi prefigurazione del relativismo oggi incubante nella cultura che soffia sulle ceneri delle ideologie di matrice illuministica, il fine perseguito dai sofisti fu la demolizione dei valori prevalenti nella società dell’epoca.

La parabola sessantottina insegna che la contestazione globale può essere opportuna ma è sempre sterile. Michele Federico Sciacca (1908-1975) ha stabilito che “Tutte le epoche solo critiche sanno demolire e non costruire; la loro importanza è negativa: insegnano perché non bisogna credere in certe cose ma non che cosa bisogna credere. Però questo non basta: è molla del progresso, ma non il progresso, che necessità di elementi positivi“.

Solamente le teorie a fondamento razionale avviano il progresso della filosofia. La critica brutale è capace di confutare le superstizioni e le utopie, ieri rappresentate dal politeismo oggi dalle ideologie, non di costruire l’edificio del sapere sulla tabula rasa, che costituisce il suo avvilente risultato.sciacca esegeta di platone

E’ dunque condivisibile Gaetano Messina, l’autore del pregevole saggio “Sciacca esegeta di Platone“, edito in Firenze dall’editore Leo Olschki, quando afferma che “Si può riconoscere alla sofistica un solo merito: quello di aver provocato la salutare reazione di Socrate, che Platone accoglie e istituzionalizza nel suo sistema“.

Sciacca ha dimostrato che i sofisti, e in special modo Gorgia di Lentini (483-380 a. C.), identificavano tutto il reale con il Non-Essere: “Il pensiero del sofista corrisponde dunque a una filodossia che, non percependo l’Essere, confina nel Non-Essere tutta la realtà del mondo“.

Nella confutazione del paradosso sofistico si può intravedere il punto d’appoggio che ha permesso a Platone di capovolgere la unilaterale ontologia degli Eleati.

Rapito dalla contemplazione di un unico, immobile, impersonale essere, Parmenide affermava l’esclusione o l’abbassamento a pura illusione del mondo fisico. In tal modo, osserva Messina, la filosofia era ridotta a ente di pensiero, fuori dal tempo, dallo spazio, dagli oggetti concreti dell’universo.

Alla irrealistica teologia degli eleati si oppose risolutamente Platone. Secondo la magistrale ricostruzione di Sciacca “Platone si avvede che, sì, non c’è metafisica senza l’Essere trascendente, ma che quest’ultimo non può rendere conto di sé e di altro, se l’altro da sé, il Non-Essere, in qualche modio non è. … Il parricidio [il parmenicidio], a cui si appresta il forestiero di Elea [Platone] è, dunque, legittimo: è il prezzo necessario per non negare l’essere del mondo sensibile e, con esso, anche l’essere in sé“.

Purtroppo Platone si arrestò all’affermazione del molteplice come altro dall’Essere sommo. Per confutare la sofistica e per scardinare la teologia monistica di Parmenide, la filosofia greca intraprese l’accidentata via del dualismo: Dio e le Idee sono l’essere, la materia increata è l’altro.

Platone ha confutato Parmenide e i sofisti stabilendo che la materia è altro dal puro essere, ma per ottenere un tale risultato è stato costretto a compiere un giro tortuoso, ossia a stabilire la perfetta indipendenza della materia dalla volontà del demiurgo.

Di conseguenza la figura della divinità si accartoccia davanti alla limitazione costituita dall’altro,rappresentato dalla materia.

L’ostacolo in cui è inciampata la filosofia greca, a cominciare da Platone ed Aristotele fino ai neoplatonici, è la contemplazione dell’opera compiuta da un Demiurgo limitato e condizionato dalla materia increata e ribelle.

Dopo Platone l’ombra del dualismo – inteso come conflitto che oppone un antidio a Dio – accompagna l’intero cammino della filosofia greca.

“La materia esiste ab aeterno, l’Artefice divino o Demiurgo, rammenta Sciacca, se la trova davanti ribelle a farsi informare, sorda alla sua azione, quando vuole ordinare il mondo sensibile ad imitazione di quello delle idee”.

Emblema dei paradossi di timbro gnostico presenti nella tradizione platonica affermati è la dottrina di Plotino (Enneadi V, 2) contemplante nell’Uno la causa dell’essere: “È perché nulla è in esso [nell’Uno], che tutto viene da esso; perché l’essere sia esso stesso non è essere ma creatore dell’essere, e l’essere è come il suo primogenito”.

La filosofia greca possedeva tuttavia gli argomenti necessari a dimostrare l’esistenza di un Dio creatore e signore dell’universo, ossia le nozioni di potenza ed atto e di partecipazione.

Secondo Cornelio Fabro, infatti, è stato possibile perfezionare la filosofia greca oltrepassandola: “L’Angelico ha prodotto una sintesi nuova in cui la nozione platonica di partecipazione incorpora la dottrina aristotelica dell’atto e della potenza in una sintesi originale e diventa la chiave per la soluzione dei problemi fondamentali come la creazione, la causalità, la composizione dell’ente finito, l’analogia.  Mediante un’esegesi unica in tutto il medioevo e che rappresenta il punto di vista superiore da lui raggiunto, che in questa prospettiva superiore della partecipazione Platone e Aristotele si trovano d’accordo”.

Opportunamente Fabro ha indicato le contraddizioni generate dal parmenicidio, sottolineando la via della loro soluzione: “Parmenide, conscio della propria istanza, rinunziando alla verità di essere del divenire e dei molti, ha lasciato la causalità fuori dall’Essere, dando in questo, una volta per sempre, la formula del pensiero puro, formale ch’è l’analiticità dell’essere: lo sviluppo ulteriore del pensiero classico prende significato dal recupero, tentato in tutti i modi, del divenire e quindi della causalità dell’essere. Se non che la formula di tale recupero si concreta di volta in volta con la rinuncia in tutto o in parte dell’unità parmenidea, mediante una contaminazione di opposti che non si possono rapportare se non per potersi toccare: né il Bene o l’Idea platonica, né l’atto puro aristotelico si mescolano al divenire e ai molti, coi quali invece si mescola, si fa presente essenzialmente, il Dio ch’è creatore e conservatore del mondo secondo il Cristianesimo”.

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