Dal vescovo magno ai vescovi del magna-magna

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Lettura interrotta da alcune memorie liturgiche, purtroppo. Comunque proprio in questo paio di settimane, ai tanti o pochi che logorano l’Ufficio divino rinnovato a norma dei decreti del concilio ecumenico Vaticano II e promulgato da Paolo VI, cioè la Liturgia delle ore secondo il rito romano e bugniniano, volume IV, tempo ordinario, settimane XVIII-XXXIV, l’Ufficio delle letture presenta (in ovvia abbinata con estratti dal libro del profeta Ezechiele ai quali si riferisce) il celebre “Discorso sui pastori” di sant’Agostino.

È catalogato come Discorso 46 il “Sermo De Pastoribus in Ezechiel XXXIV, 1-16”. Il breviario nuovo lo estrapola dal CCL (Corpus Christianorum Latinorum) 41, ma lo si può reperire anche nella Patrologia latina del Migne (PL 38) addirittura nella obliata ma in assoluto nostra preferita Edizione Veneta del testo maurina pubblicata nel 1756. Chi cerca tutto su internet lo trova facilmente, sia nel testo latino che in traduzione italiana, nell’aureo sussidio digitale www.augustinus.it. Il discorso sarebbe stato approntato, premessa tutta l’incertezza che accompagna le redazioni agostiniane, tra l’anno del Signore 393 (Agostino è ordinato sacerdote a inizio 391, viene consacrato vescovo tra maggio 395 e agosto 397) e il 430 (ad agosto rende l’anima a Dio).

Pedanteria bibliografica e cronologica, ma per dire che vale davvero la pena leggerlo o rileggerlo il sermone: pensarlo, meditarlo, ruminarlo e trarne le inevitabili riflessioni per l’oggi. Perché Agostino è “padre dei teologi” (secondo sant’Antonino di Firenze), “genio vasto, luminoso, fertile e sublime” (definizione di Fénelon), “maestro così maestro… un miracolo di dottrina… la biblioteca e l’arsenale della Chiesa, la lingua della verità” (Bossuet), colui che “ha riunito il passato all’avvenire” (Tixeront), “una delle poche personalità da cui tutti i tempi traggono luce ed ispirazione per i loro fini eterni, e che stanno esse medesime sopra tutti i tempi” (Rudolf Eucken). E perché, come incomincia il santo Dottore, “ogni nostra speranza è posta in Cristo. È lui tutta la nostra salvezza e la vera gloria. È una verità, questa, ovvia e familiare a voi che vi trovate nel gregge di colui che porge ascolto alla voce di Israele e lo pasce. Ma poiché vi sono dei pastori che bramano sentirsi chiamare pastori, ma non vogliono compiere i doveri dei pastori…”.

L’Ipponense li circoscrive, li ammonisce, li sprona, li provoca, li critica. Constata che trascurano il gregge, mentre coltivano beatamente l’orticello dei propri interessi. In questo sono dei veri maestri: nel fregarsene dei fedeli, però facendosi mantenere tra benefici e onori. Non sono vescovi magni, ma vescovi del magna-magna, specializzati nell’occuparsi degli affari propri. Predicano bene e razzolano male, a volte non predicano neanche bene. E “non basta che essi trascurino le pecore malate o deboli, sbandate e smarrite. Per quanto sta in loro, uccidono anche quelle che sono forti e in buona salute”. Un episcopato di deviati e deviatori, insomma.

Che razza di pastori sono quelli che, temendo di offendere gli uditori, non solo non li preparano alle tentazioni future, ma anzi promettono loro la felicità di questo mondo, felicità che Dio non promise neppure al mondo stesso! Egli predice che verranno sino alla fine sopra questo mondo dolori su dolori e tu vorresti che il cristiano ne sia esente? Proprio perché è cristiano soffrirà qualcosa di più in questo mondo!”.

Se la dottrina viene rovesciata, pervertita, è il caos delle anime. “È in questo modo che tu edifichi? Bada a ciò che fai, dove poni il fondamento! Tu poni sulla sabbia colui che stai cercando di edificare. Verrà la pioggia, strariperà il fiume, soffierà il vento, si abbatteranno su questa casa, ed essa cadrà e sarà grande la sua rovina. Toglilo dalla sabbia, mettilo sulla roccia, abbia il suo fondamento in Cristo colui che vuoi far diventare cristiano. Fa’ che volga lo sguardo alle sofferenze immeritate del Cristo, che guardi a colui che, senza peccato, paga i debiti non suoi. Fa’ che creda alla Scrittura la quale dice: Egli sferza chiunque riconosce come figlio”.

Merita davvero una rilettura il discorso di Agostino, fosse pure grazie alla Liturgia delle ore riformata: una lettura e un confronto con chi va a zonzo per il mondo predicando un Vangelo diverso dove la sofferenza non fa più parte del piano divino.

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2 commenti su “Dal vescovo magno ai vescovi del magna-magna”

  1. Oswald Cobblepot (the Penguin)

    Certi pastori, oltre alla fede, hanno perso anche la vergogna. Un esempio. in un punto dell’Instumentum Laboris (documento preparatorio del prossimo Sinodo sull’Amazzonia), si può leggere una simile perla teologica: quella che premia le visioni indigene della religione quali “fonti di rivelazione divina e percorsi alternativi per la salvezza”. (Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ora-i-tradizionalisti-lanciano-crociata-contro-papa-1752695.html, in data 13/09/2019.) Vi risulta esservi un’alternativa alla salvezza di Gesù?
    LJC da Gotham, il Pinguino.

  2. Predicatori del contrario che ai funerali sostengono sempre che l’anima del defunto già gode nella cosiddetta casa del Padre. Mai che si esorti alla preghiera e ai suffragi, mai che si accenni al Purgatorio, mai. Non è così che si consolano le persone, né è giusto che i preti facciano finta di niente quando si sceglie la cremazione come se la nostra carne, di cui si è rivestito persino Gesù, fosse un nulla da disprezzare.
    Qualche tempo fa, esattamente un due novembre, mi toccò di vedere un celebrante farsi una risatina nel mentre leggeva una preghiera di suffragio. “Che bisogno ce n’è”, avrà pensato, come d’altronde apertamente sostiene, “si va tutti in paradiso!”.

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