DALLO GNOSTICISMO ANTICO ALLA MITOLOGIA INTORNO AL “MONDO NUOVO” – di Piero Vassallo

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La letteratura come contro-visione della realtà

 

di Piero Vassallo

 

 

lmbDestinato, purtroppo, all’onnivoro tritacarne attivato dai seminatori del disinformante silenzio, il magnifico saggio di  Paolo Mariani,  “L’idea del mondo nuovo negli scrittori del novecento”, edito in questi giorni da Europa Edizioni in Milano [1], estende alla produzione letteraria del secolo sterminato la geniale intuizione di Gian Carlo Benelli, sul conflitto perpetuo e insanabile, che oppone la teologia cattolica alla tetra fantasticheria degli gnostici [2].

Avanzando sulla traccia delle geniali e anticipatrici intuizioni del card. Giuseppe Siri e di Julio Meinvielle, Benelli approda alla conclusione che “tutta la storia dell’Occidente può essere interpretata come svolgimento di due percorsi in fondo paralleli: quello ufficiale, classico-cristiano, che ha trovato la sua espressione più matura nel concetto di creazione e nel razionalismo dell’aristotelismo/tomismo, e viceversa quello gnostico, che rifiuta un’ermeneutica razionale del mondo e ne propone per contro una incentrata sull’immanentismo e sul panteismo, sul mito sulla fantasia”.

Mariani al fine d’integrare e aggiornare le più accreditate definizioni della gnosi ne precisa ulteriormente i caratteri originali, ossia la tesi sulla realtà in cui viviamo, “generata da forze cosmiche anonime e inconsce, nelle quali ogni ente dopo il processo di individuazione e differenziazione … è riassorbito“, e il giudizio sull’aspirazione pseudo-religiosa (in realtà nichilistica) degli eretici al “compimento della propria verità di uomo attraverso la fuga-salvezza da questa realtà e il ritorno all’Indistinto originario”.

Nell’età moderna i nuovi pensatori gnostici, pur non perdendo di vista l’orizzonte nichilista [3], hanno propagandato l’utopistico progetto “di piegare il divenire delle cose verso un mondo altro collocato sulla terra” e in ultima analisi “di trascendere le società storiche e di far sbocciare dal loro seno una super umanità, di creare una superiore società alternativa”.

La febbrile circolazione di suggestioni pseudo mistiche e di progetti palingenetici e la loro sterminante discesa nella storia del Novecento ha causato, quale effetto collaterale, la tracimazione dei pensieri neo-gnostici e il loro alluvionale influsso nella letteratura di (presunta) avanguardia.

Mariani al proposito cita un recente giudizio di Christian Lagrave, “la letteratura oggi è il luogo di maggior diffusione della gnosi” e ne precisa il contorno:La cultura in cui i nostri poeti e prosatori sono cresciuti, l’aria stessa che hanno respirato li hanno orientati spesso proprio in questo senso. E anch’essi hanno dato conferma per parte loro alle constatazioni della critica e della storiografia”.

Hanno dunque la ragione padre Giandomenico Mucci s.j., il quale afferma, nella “Civiltà cattolica”, che “la gnosi è la forma culturale che meglio caratterizza l’epoca moderna”, ed Etienne Couvert, secondo il quale “l’uomo moderno è uno gnostico senza saperlo”.

Da tali puntuali considerazioni e con l’ausilio di una voluminosa ed esauriente bibliografia ha inizio l’inedita escursione di Mariani nei segreti della letteratura del Novecento italiano.

Sotto le lenti di una curiosità penetrante sono esaminate le suggestioni gnostiche agenti in autori celebrati dagli studiosi delle scolastiche d’avanguardia: Sibilla Aleramo, Italo Svevo, Tommaso Filippo Marinetti, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio, Massimo Bontempelli, Emilio Cecchi, Elio Vittorini, Umberto Saba, Riccardo Bachelli, Antonio Delfini, Guido Piovene, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Dacia Maraini, Armanda Guiducci, Elsa Morante.

A un’ideale antologia della decriptazione appartiene, senza ombra di dubbio, il denso capitolo dedicato al saggista e narratore triestino Italo Svevo (1861-1928), nelle languide pagine del quale è annunciato l’incontro dello slancio vitale, suggestione che possiede e agita i cuori in progress, con la tetra malinconia, che annuncia la desolante età postmoderna.

Svevo, infatti, ha esplorato l’ambiguità del progressismo di stampo darwiniano: “Da una parte l’uomo è stato il protagonista di un’opera di liberazione ed autoredenzione di sé, consistita nello sviluppo identificabile con l’insieme della civiltà. … D’altra parte però con questa stessa crescita l’uomo si è procurato anche condizioni di infermità, si è creato lui medesimo i suoi malanni”.

Di qui la tensione sempre più insopportabile, che alla fine trascina il pensiero di Svevo nelle tenebre del nichilismo, dalle quali emerge l’allucinazione, che rappresenta “un uomo degli altri un po’ più ammalato porrà fine alle disgrazie prodotte dalla civiltà, collocando al centro del mondo un’eccezionale carica di esplosivo. Allora ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie“.

Molto interessante è anche il confronto che Mariani istituisce fra due celebri ancorché quasi dimenticati protagonisti del Novecento italiano, Emilio Cecchi ed Elio Vittorini.

Cecchi è rammentato quale autore di un libro in cui “chiaramente viene messo in rilievo che gli Stati Uniti sono esattamente il contrario dell’Italia fascista” e in cui la contrarietà si manifesta in puntuali antitesi: spiritualismo contro pragmatismo, corporativismo contro individualismo, tradizionalismo contro modernismo, umanesimo contro economicismo.

Mariani riconosce in Cecchi l’intellettuale di confine: “egli resta sempre l’autore che anni addietro, parlando di sé, ha ammesso non abbiamo la fede ma che, se confessa una propria impossibilità d’accettare la trascendenza nelle forme tradizionali, riconosce in sé anche una contraria impossibilità di farne a meno“.

In contrasto con il giudizio di Cecchi, l’analisi di Elio Vittorini contempla un’America “che nella sua avventura storica ha avuto un valore quasi escatologico: ha iniziato l’attuazione del processo di disalienazione promosso da tutta la cultura moderna e ora ne sta portando la buona novella alle altre culture”.

[Chi ha vissuto i giorni della liberatoria irruzione americana in Italia ricorda lanciatori di gomme da masticare e sigarette, sorrisi conformi al tetanico imperativo keep smile, fondazione di balere consacrate a una selvaggia danza detta bughi-bughi, miracolosa moltiplicazione delle segnorine e dei lustrascarpe, e truffaldina circolazione di am-lire.]

L’americanizzante Vittorini, invece, mette al centro del meraviglioso paese una nuvola rosa, in cui si contempla “la trasformazione dell’ideale soprannaturale del cristianesimo in ideale puramente terreno; interpreta la storia americana come invasa dialetticamente dal male (la religione schiavizza l’uomo e ne nega la possibilità di autoredenzione) e, per contro, come vincente grazie ad un uomo che si sente capace di compiere da sé la propria prometeica salvazione”.

Il capitolo dedicato a Cesare Pavese rivela il lato decadente della rivoluzione comunista, il ritratto oscuro che sarà disegnato dal plaudente dissacratore Roberto Calasso: rivoluzionario non era “l’operaio virtuoso, allevato nelle scuole tecniche e in fabbrica”, il compagno che rivendica la propria dignità indossando ogni domenica un ingenuo doppiopetto blu alla Togliatti, ma l’interprete del nichilismo “fiorito nella mostruosità totale”.

Dall’accidentato e drammatico percorso di Pavese, Mariani estrae, anzi tutto, l’oscillazione tra fascismo e comunismo e la forzatura subita dall’esterno durante la stesura del romanzo “Il compagno”. Al proposito Mariani cita una sentenza di Vladimir Volkoff: “il realismo socialista fu impresa di disinformazione attraverso la letteratura, una delle più eleganti che siano state tentate: non si trattava soltanto di manipolare l’opinione pubblica di un dato paese … ma di mirare alla posterità e all’assoluto, di preparare una disinformazione a scala storica e mondiale”.

Tuttavia l’opera di Pavese sfugge alla presa dei disinformatori comunisti perché, lo dimostra autorevolmente Mariani, un’ottava sopra l’ideologia corre la nota sorda di una disperazione dal timbro gnostico.

Infatti “Pavese come pochi altri nella letteratura del secolo attinge alla mentalità tutta gnostica, che nell’interpretare la vita tende all’irrazionale e al fantastico e miscela la prospettiva di una possibile liberazione, che poi sempre si rivela nichilismo reale”.

In una fase storica segnala dalla fuga dei progressisti verso i rifugi offerto dal cabaret sculettante, dalle effervescenze dei romanzieri in delirio e dai rugiadosi pistolotti dei banditori buonisti, la lettura del saggio di Mariani invita alla scoperta dei pensieri tenebrosi soggiacenti al teatrino della sinistra che trionfa nel vuoto.




[1] Paolo Mariani è noto anche quale autore del saggio “L’accademia e la loggia”, edito dal Il Cerchio di Rimini Si tratta di un profilo degli autori che produssero gli inni, le canzonette e le leggende risorgimentali finalizzate all’esaltazione del falso patriottismo.

[2] Quali autorevoli fonti della sua conoscenza dello gnosticismo Mariani cita anche Julio Meinvielle, Ugo Bianchi, Eric Voegelin, Charles Moeller ed Ennio Innocenti.

[3] Il pessimismo gnostico agisce nella dialettica hegeliana e (lo ha dimostrato Roberto Calasso) nella rivoluzione marxista oltre che nella pseudo-controrivoluzione nazista.

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