Dan Brown: un ignorante che scrive di Dante – una lettera di Luciano Pranzetti

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Il Prof. Luciano Pranzetti, stimato e profondo studioso di Dante, ci ha inviato questa lettera, di grande utilità per inquadrare la figura dello scrittore Dan Brown, che rifila ai lettori “sòle, balle e falsità guarnite da seriosa autorità storica”. Ringraziando l’amico Pranzetti, riportiamo qui di seguito la sua lettera.

PD

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Caro Direttore,

uscito, ai primi di maggio del 2013, il romanzo “Inferno” di Dan Brown, ne lessi con attenzione ogni pagina avvertendo subito che l’autore aveva, more solito, rifilato ai lettori sòle, balle e falsità guarnite da seriosa autorità storica. E non mi sbagliavo perché, ultimata la lettura, mi fu facile stilare un catalogo degli errori riferiti all’opera dantiana, catalogo che ti invio perché, dopo la bella e mordace analisi di Pucci Cipriani sull’evento del film e, soprattutto, sulla cifra massonica di evidenza astrale, tu possa, se credi opportuno pubblicarlo, dare ulteriormente prova della protervia menzognera con cui talune opere, come questo libro e il relativo film, osano disseminare nella mente e nella coscienza delle persone, a danno specialmente della santa Chiesa Cattolica, la cui Gerarchia pavidamente – o connivente? – tace e, nella fattispecie, della nostra maggior Musa, Dante.

Ecco il testo che, qualche giorno dopo, 25 maggio 2013, Il Giornale, a firma Daniele Abbiati, pubblicò, sintetizzandolo, nella pagina culturale:

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Dopo le sesquipedali cappellate, disinvoltamente prese col suo “Codice da Vinci” ed. Mondadori 2003 – rimasticatura di quella brodaglia esoterica da bancarella che è il “Santo Graal” ed. 1982, di Baigent-Leight-Lincoln, dopo le menzogne, le fantàsime e le leggende fatte passare per storia, ora Dan Brown, il cocco della massoneria azzurra angloamericana, si produce in altro attacco alla Chiesa cattolica così come si legge nell’ultimo suo aborto, “Inferno”, ed. Mondadori 2013, dove, a sostegno dei propri labirintici vaneggiamenti, entra nella struttura letteraria dantiana e in altri ambiti collegati. E qui, il prode illuminato cade nella più fitta sequenza di smarronate che nemmeno uno studente di terza liceo.

   Noi, attenti studiosi del maggior universale poeta-teologo, Dante Alighieri, abbiamo sottolineato, e trasmesso all’editrice, 17 errori ascrivibili alla saccenza e all’ ignoranza dell’autore affibbiandogli, perciò, uno zero in letteratura, storia e verità. Siamo lieti di rendere pubblici, se la cortesia di qualche rivista ci premierà, gli sfondoni del suddetto Dan perché taluni incauti lettori possano essere messi in guardia dal trangugiare l’acido beverone e la poltiglia di bugie e, soprattutto, possano valutare  di cotale scrittore “già la lega e ‘l peso” (Par. XXIV, 85).

    Ne diamo conto ordinato per pagine successive:

14 – I lussuriosi non si contorcono sotto la pioggia ma sono trasportati da “una bufera infernal che mai non resta” (Inf. V, 31). L’autore li confonde con i golosi;

44 – Il “David” non misura, in altezza, m. 5,20 bensì m. 4,10 (cfr.: Michelangelo scultore – I Classici dell’Arte Rizzoli n. 68, 1973);

55 –  Non furono gli uomini della Chiesa cattolica a chiedere la morte di Copernico, ma Lutero e Calvino;

78 –  Quello di Botticelli sull’inferno non è “un quadro” ma una serie di disegni riportati a stampa da Niccolò di Lorenzo della Magna nel 1481;

79 –  Nella decima fossa di Malebolge non c’è folla di peccatori sepolti nel terreno e confitti capovolti – questi sono i simoniaci della terza bolgia – ma vi stanno i falsarî;

165- La morte di Buondelmonte de’ Buondelmonti non dette origine alle lotte tra guelfi e ghibellini ma tra le due fazioni guelfe distinte in Bianchi e Neri,

174-È chiacchiera gratuita, offensiva e smentita dai più seri studiosi, che Michelangelo avesse per amante Tommaso de’ Cavalieri;

179 -I teschi, come scrive Brown, non sono una costante nella Divina Commedia o nell’inferno. Ve ne appare uno solo – un cranio peraltro vivo – quello dell’arcivescovo Ruggieri, roso da Ugolino (XXXIII);

187- Coloro che si mantennero “neutrali” – vale a dire, gli ignavi – non stanno “nei luoghi più caldi” ma semplicemente fuori dell’Inferno (III), rifiutati da Dio e da Satana;

274- Dante non saltò nella vasca del Battistero, ma ne ruppe le pareti a far defluire le acque onde salvare un bambino – o uomo che sia – che vi stava affogando (XIX, 19/21);

283- Le anime degli invidiosi – cucite le palpebre col fil di ferro  – non debbono “salire”, ma starsene ferme, addossate une alle altre in accosto alla ripa rocciosa, in attesa di scontare il peccato (cornice II);

284- L’angelo portiere del Purgatorio incide le 7 P soltanto a Dante che deve fare esperienza di tutte le balze e le anime purganti non debbono necessariamente passare o sostare per ciascuna. Stazio (cornice V), scontato infatti il peccato di prodigalità, potrebbe salire subito al Paradiso ma preferisce accompagnare Dante e Virgilio (XXI);

288- Le balze del Purgatorio non sono a spirale tale che si tratterebbe di una sola cornice, ma sono gradoni raccordati tra loro da scalee intagliate nella roccia;

309- La “Mappa” citata non è del Vasari ma di Botticelli,

347- Nell’inferno dantiano non ci sono fiumi di pece ma solo un pantano, bollente e viscoso, sito nella V bolgia, ove sono a cuocere i barattieri;

425- Enrico Dandolo, doge veneziano, espugnò la cittadella di Bisanzio il 17 luglio 1203 e non, come scrive Brown, nel 1202;

425- La prima chiesa di Santa Sofìa fu inaugurata nel 360 e distrutta, poi, completamente da un incendio. La seconda, eretta da Teodosio II nel 415, finì anch’essa preda di un rogo durante la rivolta di Nika nel

  1. Giustiniano, allora, fece erigere la terza, quella attuale di cui si parla nel romanzo, inaugurata nel 537, affidandone il progetto e la direzione a Isidoro di Mileto e Antemio da Tralle. Brown fa confusione attribuendo alla terza basilica l’età della prima. Il quale Brown, nel descrivere la cisterna colonnata, in cui si svolge l’ultima azione del romanzo, potrebbe – mera ipotesi – aver saccheggiato Umberto Eco che, in “Baudolino” – ed. Bompiani 2000, pag. 26/32 – descrive questa cisterna, che si estende sotto la basilica di Santa Sofìa, come “selva di colonne. . .di una foresta lacustre”, teatro di una complicata avventura.

         .

Cordialmente.

Santa Marinella 20 maggio 2013.

Prof. Luciano Pranzetti

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9 commenti su “Dan Brown: un ignorante che scrive di Dante – una lettera di Luciano Pranzetti”

  1. Quando Massimo Introvigne esplicò tutte le problematiche relative al Codice Da Vinci, terminò il suo intervento mostrando quanto la vita, spesso, possa essere grottesca e crudele. Il personaggio Plantard, pittoresco buffone, un livello sotto Un Evola o un Guenon, si starebbe agitando nella tomba a fronte del successo incontrastabile dei vari Lincol, Baigent, Leigh, Brown (che tra l’altro, gli autori de Il Santo Graal, opera leggermente meno erudita del l’accozaglia fumettistica dell’opera omonima evoliana, hanno accusato Brown di aver violato i diritti d’autore e a ragione). Così va la vita: tutti copiano tutti. Evidentemente l’aridità di pensiero non tocca solo l’ambito filosofico; non è solo Galimberti che scopiazza le tesi di suoi studenti già a loro volta plagiati dal fumoso pensiero ultra debole imperante, ma anche il sensazionalistico mondo fumettistico. E si! Tempi duri. Tutti ‘tengono famiglia’, anche gli ex ghibellini fuggiaschi di oggi che, nel riveder le stelle, le scambiano per monete!

  2. Quello che, appunto, ho scritto ieri: Brown un ignorante che non legge testi e, dunque, figuriamoci una Divina Commedia con tanto di note e critica…… E neppure usa il ….. bignami. Usa il metodo copia e incolla, tipico degli ….. asini. Firenze non si vergogna di celebrare uno che fa scempio del sommo vate? No? Figuriamoci. E ben stanno le spoglie a Ravenna.

    1. Brava Maria Teresa, più tempo passa e più personaggi fiorentini si dimostrano indegni del Sommo Poeta. Io sono solo un lettore della D.C., lettore nel senso che la leggo spesso proprio per il piacere di leggerla ma semmai avessi avuto l’ardire di scriverne o, più semplicemente, l’occasione di citarla, per non incorrere in errore sarei andato a rileggere attentamente il verso o l’intero canto. Questi squallidi sedicenti scrittori non solo scrivono ad uso dei loro committenti massoni ma si convincono di essere bravi, se non bravissimi, e così, pervasi da una sconfinata presunzione, non si degnano nemmeno di leggere quello di cui pretendono di scrivere. Povero Dante, in bocca a giullari (benigni) e a penne ignoranti.

  3. Curioso, ma anche inquietante il fatto che, come si legge anche su Wikipedia: “Nella versione cinematografica il finale risulta cambiato: l’effettivo rilascio del virus e conseguente contagio dell’intera popolazione mondiale viene impedito in pieno contrasto con il finale dell’opera letteraria”. Il senso complessivo delle due versioni tuttavia sembra invariato, se lo si intende come apologia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale peraltro, come noto a molti non brilla certo per neutralità ideologica.

  4. Giovanni Ipavec

    Puntuale e precisa la rassegna degli errori riscontrati dal prof. Pranzetti nel libro di Brown, con una sola eccezione: si legge, relativamente ad un passo della pag. 165, che “la morte di Buondelmonte de’ Buondelmonti non dette origine alle lotte tra guelfi e ghibellini ma tra le due fazioni guelfe distinte in Bianchi e Neri”. Non è così: la morte di Buondelmonte avvenne nel 1215, mentre la divisione tra Bianchi e Neri avvenne alla fine del secolo. Dell’episodio diedero una valutazione politica gli stessi cronisti del tempo Giovanni Villani (Cronaca, V, 38) e Dino Compagni (cronaca, I, 2) i quali fecero risalire alle discordie scatenate dall’uccisione di Buondelmente la divisione di Firenze in Guelfi (la parte dei Buondelmonti) e Ghibellini (la parte degli Amidei, la famiglia oltraggiata da Buondelmonte a causa della sua decisione di rompere il patto matrimoniale con una Amidei).
    Giovanni

    1. Beh, l’animale comunque una sua minima dignità c’è l’ha sempre in quanto non aspira a scrivere (e soprattutto vendere!) libri…

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