Dante lettore di san Benedetto

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Un caro amico, lettore assiduo di Dante, di recente mi faceva notare un verso del XXII canto del Paradiso: ciò che ci si fa vien da buon zelo? (9).

Era sorpreso perché fra i non pochi commentatori che la sua predilezione per la Comedia lo porta a frequentare, nessuno sembrava aver associato il buon zelo citato da Dante all’inizio del canto in cui appare l’anima di san Benedetto, come un aperto richiamo alla Regola di san Benedetto che proprio nello ‘zelo buono’, a cui è dedicato l’importante capitolo finale 72.  Buon zelo che è il senso profondo, mistico, dello spirito della Regola.

Seguendo le tracce di una lettura dotta sono andato a cercare nell’Enciclopedia dantesca (Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970-; volume 5: SAN-Z, 1976) il termine zelo, nei secoli il vocabolo è stato letto come calda passione, giusto amore, amore per il bene, indignazione, rammarico ecc.

Commenti recenti (cfr ad es.  Dante Alighieri, Commedia; con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonard, Milano : Mondadori, 2013) oltre ai riferimenti sopra indicati, si soffermano sulla Summa Theologiae di San Tommaso, in particolare I-II q. 28 a. 4 per sottolineare l’aspetto in negativo dello zelo come rifiuto appassionato di qualcosa che sempre nasce da amore e che può essere giusto e ingiusto secondo l’oggetto dell’amore stesso (Purgatorio commento al verso 83 pag. 245, ripreso dal commento al paradiso verso 9 pag. 606).

Proprio partendo da questa citazione della Summa di san Tommaso, meditando direttamente sulle sue parole si può concludere su un piano diverso. Dice dunque Tommaso nella questione 28, dopo aver esposto, secondo il proprio metodo, i vari pareri: lo zelo, comunque lo si consideri, deriva dall’intensità dell’amore. È evidente infatti che quanto più una virtù tende intensamente verso un oggetto, tanto più fortemente reprime quanto la contrasta. Ora, essendo l’amore «un moto verso l’amato», come dice Agostino, un amore intenso tende a escludere tutto ciò che lo contraria. – Tuttavia ciò si verifica diversamente nell’amore di concupiscenza e nell’amore di amicizia. Infatti nell’amore di concupiscenza chi vuole intensamente una cosa si volge contro tutto ciò che ostacola il conseguimento o la fruizione pacifica di essa (Tommaso d’Aquino, La somma Teologica, Prima sezione della seconda parte/Prima secundae : Il *fine ultimo, gli atti umani, le passioni, le virtù, i vizi e i peccati, la legge, la grazia, Bologna, ESD, 1996, pag. 290). 

Tommaso ha la precisione del chirurgo, la sua osservazione non si pone tanto sull’aspetto negativo in quanto tale, ma sull’intensità dell’amore che spinge a contrastare, anche in modo determinatissimo, tutto ciò che contrasta con l’amore stesso.

Lo zelo, quindi, non è contrasto (addirittura amaro sostiene qualcuno), ma fortissimo stimolo di desiderio.

Non dimentichiamo che Tommaso era stato educato a Montecassino, con la speranza famigliare di poterne diventare abate, ha masticato la Regola fin da bambino e la sua mente avrà registrato quanto Benedetto dice nella Regola zelum ferventissimo amore exerceant monachi (i monaci si esercitino con uno zelo di amore senza tregua (RB 72, 3).

L’aggettivo ferventissimo, unico luogo in cui Benedetto usa il termine, indica quel tipo di eccesso a cui tendere e che già sant’Agostino (lettera 109,2) aveva espresso con una efficacia divenuta famosa: la misura di amare Dio è proprio quella d’amarlo senza misura.

É ora di ritornare a Dante avendo cercato di dare una qualche illuminazione sul senso del termine zelo.

Dante nel canto XXI e XXII del Paradiso si incontra con gli spiriti che hanno vissuto la vita nella dimensione contemplativa. Ha di fronte una scala dorata che va verso l’alto, mentre gli spiriti, come luci, compiono vari movimenti.

A differenza del percorso precedente c’è silenzio, rotto a un certo punto da un grido altissimo che lascia Dante sgomento e stupito, Beatrice quasi lo riprende con queste parole: 

Non sai tu che tu se’ in cielo? 
e non sai tu che ‘l cielo è tutto santo, 
e ciò che ci si fa vien da buon zelo

Il buon zelo è naturale nel Paradiso è ciò che qualifica il modo di essere dei beati e si esprime come quell’ardore che non tollera nulla che si interponga tra sé e Dio; il grido dei beati né è l’espressione, preannuncio della punizione contro la corruzione ecclesiastica.  

Se noi andiamo a leggere il capitolo della regola dove Benedetto lo illustra vediamo che è una fine e sensibile descrizione della vita di carità che dovrebbe caratterizzare l’ambiente monastico quale anticipazione della vita paradisiaca.

Beatrice invita Dante a guardare verso le sfere luminose, tra le quali una risplende maggiormente.

San Benedetto. É interessante la presentazione di Benedetto, Dante riesce a parlare di Lui senza descriverne in prima battuta le gesta, ma la carità che lo invade.  Benedetto riesce ad essere se stesso (e a lasciare una grande eredità) senza bisogno di attirare l’attenzione su di sé, in due terzine costruisce una autobiografia senza l’io:  

Se tu vedessi 
com’io la carità che tra noi arde, 
li tuoi concetti sarebbero espressi

Ma perché tu, aspettando, non tarde 
a l’alto fine, io ti farò risposta 
pur al pensier, da che sì ti riguarde.

Cos’è la contemplazione se non la capacità di vedere Dio (cioè la carità) proprio nel punto d’intersezione tra ogni creatura, cioè il legame che regge il creato?

Inoltre, non sembra forse di intravedere in queste terzine quanto Gregorio Magno (Vita, 35) racconta di Benedetto (che) vicino alla finestra, pregava. D’un tratto, fissando l’occhio nelle tenebre profonde della notte, scorse una luce scendente dall’alto che fugava la densa oscurità e diffondeva un chiarore così intenso da superare persino la luce del giorno. In questa visione avvenne un fenomeno meraviglioso, che lui stesso poi raccontava: fu posto davanti ai suoi occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole. 

Proprio perché la contemplazione è Caritas e proietta l’uomo fuori di sé portandolo dall’individualità all’unicità (di figlio di Dio), Benedetto non accentra l’attenzione su di sé neppure quando richiama i fatti della sua vita perché questi, frutti della Caritas, non sono che un debordare da sé dell’unico amore per Cristo:

quel son io che sù vi portai prima 
lo nome di colui che ‘n terra addusse 
la verità che tanto ci soblima

Che senso ha dire di essere di Dio se non si sente lo stimolo a portare Dio là dove non è conosciuto, apertamente e realmente, non solo per attrazione?

Altrimenti, sempre usando un’immagine che Dante mette in bocca a Benedetto mo nessun diparte 
da terra i piedi (v. 73), che era la condizione della chiesa ai tempi di Dante, ma ancor di più oggi.  

Dante suggerisce attraverso Benedetto, 

quantunque la Chiesa guarda, tutto 
è de la gente che per Dio dimanda; 
non di parenti né d’altro più brutto

allora si trattava di denaro, oggi è lo stesso depositum Fidei che viene trattato come proprietà personale dalle più alte sfere della chiesa.

Ecco perché nella chiesa odierna non s’invita più a guardare, come ricorda Benedetto, (vv 70-72) la scala di Giacobbe.  Guardarla vorrebbe dire pensare al Regno dei Cieli, ma noi, quando ne parliamo [se ancora ne parliamo…] ci limitiamo a usare il termine Regno che, ben presto, è coinciso con il mondo, l’unico regno di cui oggi si occupi con piacere la chiesa.

Non ci si può congedare da questo canto, dove apparentemente sembra che Benedetto sia una comparsa per condannare i suoi monaci attaccati al denaro, senza soffermarsi su un altro piccolo dettaglio, sempre contenuto all’interno di quello specchio, il buon zelo, che così ben ne delinea non solo la grandezza, ma la qualità del cristiano desideroso di salire la scala di Dio.

però ti priego, e tu, padre, m’accerta 
s’io posso prender tanta grazia, ch’io 
ti veggia con imagine scoverta». 

Ond’elli: «Frate, il tuo alto disio 
s’adempierà in su l’ultima spera, 
ove s’adempion tutti li altri e ‘l mio

In queste terzine Dante raccoglie forse il messaggio più incisivo della Regola: il monastero come desiderio di Dio, perché in questo consiste la schola divini servitii.  

Prima di terminare è importante non tralasciare un altro aspetto solo in apparenza secondario, ma che segnale come Dante sia stato un fine lettore dell’anima di san Benedetto e ne abbia interiorizzata la lezione.

Si rivolge a Benedetto chiamandolo ‘padre’ e si sente chiamare ‘fratello’. Sembra essere un richiamo che ricalca, se pur in prospettiva inversa, l’inizio della Regola là dove si evidenzia la diade magister/pater.

Dante fa propria quella forma di riverenza che si deve a chi è deputato a reggere la chiesa di Dio, Benedetto, però, non lo chiama ‘figlio’, bensì fratello.  Siamo in Paradiso, luogo nel quale la carità annulla le distanze senza nulla della solennità dell’incontro perché indipendentemente dal ruolo che si occupa nel mondo ogni uomo porta in sé l’immagine di Dio e ognuno venera nell’altro il suo Creatore.

Leggiamo nella Regola

I più giovani, dunque, trattino con riguardo i più anziani, che a loro volta li ricambino con amore.

Anche quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all’altro con il solo nome,

ma gli anziani diano ai giovani l’appellativo di “fratello” e i giovani usino per gli anziani quello di “nonno”, come espressione del loro rispetto paterno (RB, 63,10-12).

Quest’immagine di fraternità mansueta (non di fratellanza) ha un riverbero concreto di affettuosa paternità. Nel momento del congedo Benedetto, come ogni uomo di Dio e vero padre di monaci, guarda verso l’Alto e dà un giusto peso alle proprie ispirazioni (che possono sempre essere illusorie), Dante ne tratteggia il congedo con un’immagine di vera comunione che ne racchiude la santità:

Così mi disse e, indi si raccolse 
al suo collegio, e ’l collegio si strinse; 
poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.

Parole suggestive che paiono costruite per richiamare alla mente la celebre immagine del Cenacolo, rimando alla chiesa nascente, ma anche icona dello spirito del monastero di Benedetto così come lo intendeva, cioè comunità dove si agisce non per paura, ma per amore di Cristo, consuetudine al bene e piacere della virtù (RB 7,69). 

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