Declino, decadenza, disfatta. De Profundis per l’Italia – di Roberto Pecchioli

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di Roberto Pecchioli

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Disse qualcuno che il pessimista è un ottimista bene informato. Deve essere così, giacché i fatti italiani ispirerebbero cattivi pensieri al più irriducibile cuorcontento. Chi scrive, si avvede che le definizioni che escono dalla penna cominciano tutte con la lettera D: declino, decadenza, e, conseguentemente , disfatta. Davvero, sembra che solo il canto del De Profundis sappia esprimere la realtà della nostra Patria. Restiamo sul solido terreno economico e sociale, ancorati alle statistiche ufficiali. La disoccupazione totale non diminuisce, anzi sale al dodici per cento della forza lavoro. Quattro giovani su dieci risultano inattivi e la percentuale di chi svolge un’attività sul totale della popolazione sino a 65 anni è tra le più basse d’Europa, 57,3 per cento. L’incredibile è che il tasso di attività è più elevato tra gli stranieri che tra i connazionali, dal che si inferisce che essere italiani, nella repubblica-democratica-nata –dalla-resistenza il cui nome è Italia, è un handicap. Il tasso di povertà è in aumento costante, sono quasi cinque milioni i residenti statisticamente tali, e quasi nove milioni quelli che rischiano di entrare nel poco invidiabile club. Secondo l’ attivissima CGIA di Mestre, la percezione di povertà che i cittadini hanno della propria condizione economica investe quasi un italiano su cinque.

Fin qui la statistica; poi c’è la cronaca. A Nola , ben 66 dipendenti comunali sono sotto inchiesta giudiziaria per il solito vizietto di non essere al lavoro e di far timbrare il cartellino a colleghi compiacenti  che ricambieranno il favore. Si tratta di circa il 30 per cento del personale municipale, e tra loro una dolce signora con al guinzaglio l’amatissimo cagnolino. A favore di telecamera nascosta, si sono ascoltate anche le sue proteste per problemi con il parcheggio dei disabili. Un impiegato nolano, protetto dall’opportuna schermatura della voce e del viso, ha proclamato una verità sin troppo comune per l’Italia intera: sono in gran parte parenti di chi comanda, ha ammesso, o clienti politici dell’ amministrazione. Probabilmente, hanno trovato, attraverso concorsi sulla cui correttezza il tacere è bello, un “posto”, cui non corrisponde un lavoro, ed in ogni caso, meglio rimandare a domani o dopo quel che si dovrebbe fare oggi, se si hanno altri impegni in orario di servizio.

Nola non è che l’ennesimo caso, un sentito grazie a chi, finalmente, esercita controlli, ma certo, nella cittadina campana, sono davvero sfortunati: è di qualche settimana fa lo scandalo dell’ospedale locale i cui  pazienti in attesa erano stesi per terra. Mancanza di barelle, sembra, e di tante altre cose che hanno a che fare con l’onestà, il rispetto per le persone e la responsabilità di quella che continuiamo a chiamare pomposamente classe dirigente.  Ovviamente, Nola non è la pecora nera della nazione, ma solo un esempio, un segnale della decomposizione civile in atto.

La cronaca ci offre poi casi che non si riescono a commentare senza rischiare il turpiloquio o la denuncia per uno dei numerosi reati d’opinione vigenti nella libera repubblica di Mattarella & Company.  Ad alcuni immigrati clandestini è stato offerto un corso di sci con permanenza pagata (da noi, evidentemente) in una località montana. Ciononostante, i nostri connazionali votano come votano, e, per fare un esempio di cui siamo stati tutti protagonisti nella vita, sono vittime di interminabili liste d’attesa per esami medici, soprusi ed asfissiante burocrazia per ottenere un timbro che autorizzi a qualsiasi cosa, certifichi situazioni di disagio o istituisca un diritto. Eccetto, naturalmente, se si è parenti, amici, clienti di qualcuno che conta e “comanda”.

Nel frattempo, la nostra madre superiora Europa ingiunge al governo del mite Gentiloni e del vecchio dirigente di istituzioni finanziarie transnazionali Piercarlo Padoan di tirar fuori circa tre miliardini e mezzo che sforano il nostro bilancio, in base alla follia chiamata Patto di Stabilità, il famoso rapporto del 3% tra debito e PIL, ovvero tra un flusso ed uno stock, pere e patate. Non è certo finita qui con i guai finanziari, giacché alcune banche italiane stanno fallendo. Il caso Monte dei Paschi dei Siena, se non coinvolgesse la sinistra politica avrebbe portato in piazza folle giustamente inferocite, ed invece non riusciamo neppure a conoscere nomi e cognomi dei principali debitori. La somma da ripianare è sette miliardi di euro, ma solo per incominciare.

Unicredit, prima banca con sede in Italia e maggiore azionista/partecipante di Bankitalia, sta addirittura peggio. Il bilancio 2016 si è chiuso con 12 miliardi di perdite, con una capitalizzazione sul mercato che in un anno si è pressoché dimezzata. Poi ci sono Banca Carige, le Popolari Venete, Banca Etruria. Delinquenza più incapacità più irresponsabilità, la foto di famiglia dell’Italia contemporanea. I debiti bancari li chiamano, graziosamente, NPL, gli acronimi inglesi piacciono tanto ai ceti medi semicolti, ma il significato è denaro perduto, quattrini che non si rivedranno più, non performing loans, prestiti non performanti, deteriorati. Nella pancia delle banche italiane, ce ne sono per almeno 200 miliardi, ma c’è chi sostiene che siano quasi il doppio.

Giusto per chiudere definitivamente con l’ottimismo beota che di tanto in tanto spunta nel sorriso di qualcuno, vale la pena ricordare che le amministrazioni pubbliche (comuni, province, regioni, Stato), sono titolari di derivati, quei titoli metà spazzatura e metà scommessa già vinta da chi li piazza – le banche d’affari – per svariate decine di miliardi. Le perdite, in un decennio, saranno ben superiori a sessanta miliardi, cioè quasi 120.000 miliardi del vecchio conio, come dice Bonolis. Scommessa da un centesimo: chi pagherà, se non Pantalone De’ Bisognosi? Un’ulteriore modesto dato statistico: le rimesse nei paesi d’origine degli immigrati regolari, quelli che lavorano, non di rado al posto dei pecoroni tricolori, sfiorano i sei miliardi all’anno. Sono le nuove “risorse”, amate alla follia dalla signora Boldrini e dai preti, e fanno benissimo a mandare a casa i loro soldi. Gli emigranti italiani hanno mantenuto province intere con i risparmi sudati e spediti in patria, oggi gli stranieri vengono taglieggiati da mafie sempre nuove, tipo quelle che controllano il cosiddetto money transfer, chi fa viaggiare per il mondo il denaro. Non osiamo immaginare quali e quanti traffici, illegalità ed autentici delitti si celino in tali ambienti, senza parlare della probabilissima evasione fiscale.

In compenso, i più disgraziati tra noi, i terremotati del cuore d’Italia lottano contro la burocrazia, l’incapacità e  la lentezza. Sembra che decine di milioni frutto della generosità della nostra gente siano bloccati in banca per chissà quali motivi “tecnici”, ma una ragione c’è sempre, nel Paese dei Balocchi del rimpallo di responsabilità e dei cartigli pieni di visto e considerato, ognuno da timbrare ed approvare da infinite ed oscure entità. Qualche casetta provvisoria, giusto per sopravvivere alla meglio, viene consegnata, ma a sorteggio. Occorre commentare? Non è declino, disfatta, decadenza, desolazione e molto altro?

Chi di dovere, come si diceva una volta, è troppo impegnato a scoprire se Silvio Berlusconi mantiene un manipolo di ragazze di buon cuore, a rivelare le malefatte di Virginia Raggi, colpevole unica di mezzo secolo di sacco della Città Eterna, nonché, ovviamente, a condannare in sede penale qualche cretinetto che ha insultato via Internet la  benemerita comunità Rom. Proprio queste assurdità rendono infausta la prognosi a carico del Bel Paese e destano la meraviglia per la mancanza di vere reazioni popolari. Qui tira avanti un popolo che dorme, narcotizzato da decenni di menzogne ormai credute come verità, affida i suoi giovani alle raccomandazioni e se stesso al Superenalotto ed al gioco d’azzardo.

Ma il povero (si fa per dire) Padoan dove troverà i circa 4 miliardi pretesi dagli oligarchi europoidi? Intanto, salta all’occhio che è proprio la cifra che spendiamo per i signori migranti, quelli che raccogliamo con le grandi navi grigie della Marina ed affidiamo alle cure amorevoli e disinteressate di cooperative, Caritas e carrozzoni vari. Poi, potremmo affrontare l’accusa di populismo e rammentare le spese per le missioni umanitarie in conto terzi dell’Esercito, o far presente che il costo delle oltre cento basi militari straniere presenti sul “nostro” territorio è a carico del contribuente italiano. La vergognosa vicenda del gioco d’azzardo e dello sconto fiscale plurimiliardario ottenuto dagli operatori del settore potrebbe forse convincere anche i più ostinati militanti della sinistra dell’invidia sociale che l’evasione fiscale non è quella degli artigiani e della piccola impresa .

Poco conta, il governo finirà per aumentare di un altro punto l’IVA, con effetti negativi su prezzi e consumi e tacerà dinanzi all’Unione Europea sul costo del carrozzone comunitario, a partire dai dazi “messi a disposizione” anche se non incassati dall’erario. Taceranno anche dinanzi alle province e regioni autonome, altro pozzo senza fondo di spesa. Pochi sanno, ad esempio, che l’Alto Adige, anzi Der Suedtirol, così non si offendono, incassa la quasi totalità delle accise pagate nel territorio, tabacchi, alcoli, elettricità, benzina, gasolio, metano, ma non si comprende perché tale privilegio non valga per calabresi o romagnoli. A Santa Romana Chiesa non verrà chiesto di pagare l’IMU e lo stesso 8 per mille è una bella sommetta sottratta al bilancio pubblico. Il governo resterà muto e sordo dinanzi alle grandi fondazioni bancarie, che, tutto sommato, qualche piccolo sacrificio potrebbero farlo, e ben difficilmente riuscirà a recuperare l’immensa evasione fiscale delle grandi attività criminali, i cui ricavi pure inserisce nel Prodotto Interno Lordo.

Insomma, anche per la manovrina gradita a Juncker e Moscovici pagheremo noi, mentre il mercato sovrano porta lontano dall’Italia il controllo di Generali, Telecom, probabilmente di Luxottica. La ex Fiat è già una società di diritto olandese, quotata soprattutto a Londra e con sede principale negli Stati Uniti. L’eventuale perdita di Generali  porrà in mani estranee una quota assai importante del debito pubblico, ma ci divertiamo tanto con le schermaglie sulla legge elettorale. A proposito, due parole anche sull’illustrissima Consulta, la Corte Costituzionale che ha riformato l’Italicum di Renzi . Nei libriccini della vecchia educazione civica ad uso dei fanciulli di qualche decennio fa, se ne parlava come della massima istituzione di garanzia dello Stato, la concretizzazione di quel principio di check and balance, controllo e bilanciamento, i pesi e contrappesi che caratterizzano lo stato di diritto.

Saremo degli inguaribili qualunquisti, più probabilmente degli estremisti pericolosi da rinchiudere o rieducare, ma se prima credevamo assai poco nell’incenso di regime, ci ha prodotto una collera incontrollabile la visione televisiva di Giuliano Amato schierato, assiso tra i quindici insigni giuristi della Corte nominati, come recita l’art. 135 della costituzione “per un per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative”. Ebbene sì, il dottor Sottile, l’antico sodale di Craxi, quello che ci ha sottratto il 6 per mille del nostro corrente nel 1993 dopo il crollo della lira al tempo di Ciampi governatore della Banca d’Italia e della svendita del patrimonio pubblico del popolo italiano, il Talleyrand che ha attraversato indenne sempre in prima fila regimi, governi e stagioni politiche, il super pensionato che incassa in un mese ciò che i più ricevono in almeno tre anni, quello che, per non annoiarsi al circolo del tennis di Orbetello – finanziato anche da Montepaschi – fu pure presidente della Treccani, l’enciclopedia italiana, è adesso e sino al 2022 giudice costituzionale.

Alla faccia nostra e dell’istituzione di garanzia, ma del resto l’esito della sentenza dei quindici supremi giudici sulla legge elettorale era largamente conosciuta dai principali mezzi di comunicazione: discrezione, riservatezza e, naturalmente, la più indiscussa indipendenza di giudizio. La verità è cruda e dimostra che esiste uno strato profondo del potere che resta intangibile, imperituro, indiscutibile e del tutto autoreferenziale.

Sì, il pessimismo non è che il realismo disincantato di chi ne ha viste e subite troppe, e, “se dai fatti occorre trarre significazione”, come scriveva Machiavelli, ciò che vediamo accadere non sono altro che le convulsioni avvilenti , imbarazzanti di uno Stato e di un popolo giunti alla fase terminale della loro vicenda storica avendo smarrito non solo il senso di sé, ma la percezione stessa del proprio penoso declino, della decadenza tanto accentuata da non fare più neppure impressione, tanto appare naturale, normale il piano inclinato su cui discendiamo. Gira una specie di ansia di dissoluzione, o al contrario l’incredulità di massa dinanzi al peggio, una stolta allegria di naufraghi.

In fondo, pensano gli italiani, vecchio popolo di camerieri infedeli che si sentono astutissimi, ce la siamo sempre cavata. “E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare”, cantava il giovane Ungaretti. Stavolta no, il viaggio non riprenderà. Comunque, non con quest’equipaggio, non con questo gregge che forse fu un popolo.

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10 commenti su “Declino, decadenza, disfatta. De Profundis per l’Italia – di Roberto Pecchioli”

  1. Vero, gli italiani si stanno riducendo ad un branco di pecoroni rassegnati che si lasciano guidare senza reagire verso il peggio da personaggi improponibili e senza limite di spudoratezza. In piedi, Italia “populista-razzista-omofoba-nazionalista”! In piedi!!!

  2. silvia masetti

    Questa feccia , gentaglia, se fosse davvero esistito il terrorismo reale, non diretto e controllato da loro, sarebbero già morti in parecchi, o, dovrebbero uscire in panzer o in un carro armato per la strada. Di fronte al vero terrorismo tutti sono vulnerabili. Loro sono tranquilli perchè sanno che nessuno li ucciderà per il semplice fatto che il terrorismo è rivolto solo verso i POVERI e contro i POVERI. Perchè il giornalismo si incaponisce dall’11-9 affinchè nessuno possa vedere l’evidenza? I paparazzi sono sempre a tiro, i supermegaservizi di sicurezza non vedono uccelli volare alto, e non impediscono il volo. Già! I poveri, che mangiano gli scarti, credono che un teleobiettivo arrivi a fare foto a 10 km! Solo Berlusconi fu colpito, premeditatamente.

  3. Il popolo presuppone sovranità e non vedo sovranità nell’attuale passaggio storico, sempre se il popolo italiano abbia mai avuto sovranità. L’esempio che di solito i non conformisti tirano in ballo è il Ventennio Fascista, ma il discorso è molto ostico e richiede molto tempo. Una cosa è certa, viviamo in un momento storico nel quale si festeggia il trionfo della setta verde, come la chiamava il grande soldato di Cristo e di Santa Rmana Chiesa, Monsignor Umberto Benigni. Quali sono i frutti della setta verde? Analfabetismo, clientelismo, disoccupazione, miseria, decadimento morale, ingiustizia, sopraffazione, mafia, schiavitù, totalitarismo, terrore. Non è un caso che nel nome della democrazia moderna, quindi liberté, egalité, fraternité, si stanno organizzando per chiudere la bocca a blog e realtà del web non conformi al sacro verbo progressista. Dunque, siamo un popolo sovrano? Siamo mai stati un popolo sovrano? Queste due domande andrebbero rivolte all’ambasciatore inglese! Magari qualcuno alla Great Queen St. risponderà.

    1. Semplicemente perché allora -in realtà solo dall’ 11 febbraio 1929- lo Stato smise di farsi utilizzare dalla Setta Verde per “fare la predica” alla Chiesa, ripetendole che le sue fantasie bigotte potevano essere tutt’al più tollerate, e che comunque rimaneva e sarebbe rimasta un’Entità Terronica rispetto alle logge di “Ricerca del Senso” delle rive del Tamigi, della Senna, dell’ Hudson, del Rio de la Plata.

      Risultato: Romanità attiva e fattiva, anziché trombonesca e di cartapesta. Come ho già scritto, Asmara nel 1940 aveva più semafori di Roma

      1. Ben detto caro Raffaele. Bellissima risposta, come tuo solito. Romanità attiva e fattiva. Vorrei che tutti capissero questa romanità attiva e fattiva.

        1. Roma come cuore pulsante del Mediterraneo e del mondo, non come estrema appendice sudorientale del sistema liberale (atlantico).
          Napoli come porto di Roma (lo era stata già al tempo dell’Impero) e come città di cultura e di industria.

          Fra le due, lungo la nuovissima ferrovia costruita attraverso le ex-paludi e traforando le montagne costiere (fra le gallerie, due di circa 7,5 km ciascuna), Gaeta: città marinara, sede arcivescovile, città dell’Immacolata.

          Questo sistema bipolare Roma-Napoli era il biglietto da visita dell’Italia che si occupava non di PRENDERE lezioni dai Massoni, ma di fare e DARE moltissimo dal proprio tesoro autentico.
          Sul tratto Campoleone-Cisterna della ferrovia (a una cinquantina di chilometri da Roma) furono toccati i 200 km/h

          1. Prendere coscienza vuol dire rigettare la definizione di “espressione geografica”. Negli anni del secondo dopo guerra, Hollywood produsse film nei quali Roma veniva denigrata e i romani passavano come luridi stupratori avidi di potere, praticamente come le SS tedesche. Dopo il 9/11 Roma è diventata metafora dell’imperialismo a stelle e strisce. Il Gladiatore ne è un esempio. In ogni modo, Roma torna sempre, ma nessuno ha compreso il significato profondo, metapolitico e metastorico, di coloro che portarono Civiltà. Maurizio Blondet, in un filmato reperibile in rete, afferma che quando i romani arrivano in Gran Bretagna, scompaiono i tetti di paglia e le capanne e nascono costruzioni in mattone. Vanno via i romani e tornano le abitazioni di paglia. Ecco, un piccolo aneddoto, ma che la dice lunga su ciò che Roma portava in seno. Non estrema appendice di qualcosa che è il Nord ma il centro di un ordine e un freno alla barbarie. Sant’Agostino scrisse pagine mirabili sul mistero di Roma come preparazione a Cristo.

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