Deep State, il Nemico in casa

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Siamo stati educati a credere che l’idea di un mondo unico – con stile sognante vent’anni fa era chiamato “villaggio globale” – sia nata spontaneamente nella coscienza collettiva dell’Occidente, sullo sfondo di un orizzonte mondiale pacificato dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991. Il sistema mediatico e politico hanno così presentato il globalismo come naturale corollario di una pace, dopo la Guerra Fredda, che invitava il mondo a diventare “unico”.

La democrazia mentiva, come d’abitudine: era ed è una balla. La globalizzazione non è uno slancio di unione, ma un progetto di potere, una macro-strategia pianificata fino nei dettagli da poteri paralleli, da élite finanziarie da molto tempo tracimate in politica, appassionate di potere globale. Il filosofo ed economista Serge Lautoche scriveva nel 1996: “Lo spettro che ossessiona ormai il mondo non è più il comunismo del 1848, ma il liberismo del 1776”. (1) Ricordiamo che in quella data fu pubblicata a Londra La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, il testo sacro del liberismo classico, scuola economica molto vicina alla criminalità che sta alla base della globalizzazione economica.

Latouche ne annunciava, allarmato, il ritorno. Scrive: “Questa restaurazione, che ha sorpreso gli ambienti europei, è stata preparata da lungo tempo nei dipartimenti di economia delle università americane (…) Progressivamente, hanno popolato con le loro creature i consigli economici dei Presidenti degli Stati Uniti, gli staff della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (…). Sono quindi riusciti a colonizzare quasi tutte le facoltà di economia del pianeta e le Business School”. (2)

L’analista Tony Clark, 1998: “Negli ultimi trent’anni (…) le élites politiche ed economiche del pianeta si sono riunite regolarmente per elaborare una strategia economica che aprisse la strada alla globalizzazione”. (3)

Ma quale forza in campo aveva il potere di coordinare questa strategia planetaria? Valga la risposta del “Corriere”, 1 agosto 2000, articolo di Paolo Lepri: “La Commissione Trilaterale fu costituita nel 1973 per iniziativa del banchiere americano David Rockefeller (…) Raccoglie le personalità politiche, economiche e finanziarie di Giappone, Europa e Nord America. (…) Lo scopo della Trilaterale è quello di governare la globalizzazione”.

Parliamo quindi di un’organizzazione semi-ufficiale, ma tale caratteristica non ha smorzato l’entusiasmo del presidente Mattarella, che così si esprimeva il 15 aprile 2016, in occasione del suo incontro al Quirinale con rappresentanti dell’organizzazione: “Quando, oltre quaranta anni fa, David Rockfeller ebbe l’intuizione di dar vita alla Commissione, si mosse nell’intento di capitalizzare le risorse e le energie degli ambienti imprenditoriali, culturali e sociali in America, Europa e Giappone, per superare le rigidità che sovente accompagnano le relazioni ufficiali tra Governi (…). Proprio il tumultuoso sviluppo della globalizzazione conferisce nuova validità a quell’intuizione”. (4)

Si concedeva insomma credito – anzi si lanciavano fiori – a un potentato sovranazionale non eletto, non eleggibile e neppure conosciuto dall’opinione pubblica, capace di governare “il tumultuoso sviluppo della globalizzazione” capitalizzando, in una superiore visione, le risorse “imprenditoriali, culturali e sociali” delle tre aree industrializzate del pianeta. Cioè tutto. In altre parole, un Deep State, uno “Stato profondo” controllore delle nazioni. Sembra avere strani gusti, Mattarella, dato che la sostanza del Deep State è plasticamente rappresentata nel “regno” del fondatore della Trilateral Commission, il “Rockefeller Center” a Manhattan: un supermercato di simboli massonici.

Del resto, a riguardo, un Gran Maestro della massoneria italiana ha parlato chiaro (5) “…la fondazione della Trilateral Commission fu guidata con mano sapiente e ferrea dai massoni della loggia ‘Three Eyes”.

Che i fini nascosti della Trilateral, coerentemente con la massoneria della quale è emanazione, siano liberticidi, lo ha ampiamente sottinteso la Trilateral stessa, non solo attraverso le dichiarazioni dei suoi dirigenti, come subito vedremo, ma anche in un documento ufficiale pubblicato nel 1976: “ The crysis of democracy”.

Vi si legge : “La democrazia politica quale oggi esiste è una forma di governo attuabile per i paesi industrializzati? Negli ultimi anni, acuti osservatori di tutti e tre i continenti hanno previsto un futuro grigio per lo stato democratico”. (6)Infine, dopo un’estenuante disamina delle fragilità della democrazia, la conclusione: “ Non è possibile oggi dare per scontato l’efficace funzionamento dello stato democratico”. (7)

Quale sarebbe dunque l’alternativa? Risponde David Rockefeller: “Ora il mondo e più sofisticato e più preparato ad andare verso il governo mondiale. La sovranità sopranazionale di una élite intellettuale e di banchieri mondiali e sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli precedenti” (8) .

Gianni Agnelli, alto dirigente della Trilateral in Europa e consigliere personale di David Rockefeller, curatore della prefazione all’edizione italiana di The crysis of democracy, faceva eco in un’intervista rilasciata al Corriere il 30 gennaio 1975. Dichiarava Agnelli “Probabilmente dovremo aver governi molto forti, che siano in grado di far rispettare i piani cui avranno contribuito altre forze oltre quelle rappresentate in parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelel che gestiranno la macchina economica; probabilmente i regimi tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sarà un male. La tecnologia metterà a nostra disposizione un maggior numero di beni e più a buon mercato”.

Non vi è qualcosa di familiare in questo quadretto? Ma vi è dell’altro. Leggiamo su un numero del 1982 della rivista del “Movimento italiano per la vita”, organizzazione antiabortista: “Quanti mostrano insofferenza o scetticismo di fronte agli allarmi che spesso lanciamo sul futuro che potrebbe attendere la nostra società, farebbero bene a leggere un’opera uscita tre anni fa a Parigi con l’invitante titolo ‘De la vie avant toute chose’ (La vita prima di tutto). L’autore è Pierre Simon, ostetrico-ginecologo ed ex Gran Maestro della Grande Loggia di Francia. (…) Il punto di partenza del Simon è la concezione della vita umana come ‘materiale da gestire’, la cui gestione spetta al corpo sociale mediato dal medico, il quale dovrà perciò uscire dal suo campo di azione propriamente sanitario per assumere un ruolo politico-sociale di primo piano, gestore di una “tecnocrazia medica”. (9)

Il secondo quadretto non è ancora più familiare del primo?

Note

1) Cfr.Jerry Mander-Edward Goldsmith, “ Glocalismo”, Arianna Editrice, Casalecchio (BO), 1998, p.12
2) Ibid., pp12-13
3) Ibid. p.161
4) il testo integrale dell’intervento su Quirinale.it/elementi/1131
5) Cfr.Gioele Magaldi “ Massoni – società a responsabilità illimitata”, chiarelettere, Milano 2014, p.14
6) Pdf traduzione italiana del documento
http://www.mauronovelli.it/Trilateral%20La-crisi-della-democrazia%201975.pdf. Il passaggio citato in Introduzione,
pp.17-18
7) Ibid., p.189
8) Daniel Estulin “ Il club Bilderberg – La storia segreta dei padroni del mondo” – seconda ed.aggiornata – Arianna Editrice 2012, p.135
9) Cfr. Sì alla vita, mensile del “Movimento per la vita italiano”, numero di ottobre 1982, p3.

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