Democrazia Militarista da esportazione. La prospettiva rovesciata

Anche se gli eventi straordinari e per molti versi fatali allungano su tutto ombre inquietanti e non possiamo non sentirne un senso di spaesamento, abbiamo anche la possibilità di vedere riepilogate in un unico film certe sequenze essenziali di una storia che sembra arrivata ad una sorta di resa dei conti. Possiamo leggere, come in un grande schermo, le componenti essenziali di questa storia e insieme anche le tante facce e le contraddizioni di quella modernità, che ha guidato la storia contemporanea, e ora potrebbe imboccare la via di un annichilimento finale, o di una qualche palingenesi.

Abbiamo davanti tutta una complessa realtà che, per essere compresa, va guardata negli intrecci delle sue numerose componenti. Come viene suggerito dalle antiche icone russe, dove tutte le dimensioni della figura sono riprodotte per esteso sulla superficie piana: non per imperizia dell’autore, ma per la sua necessità speculativa di non ridurre il soggetto sacro in una rappresentazione di scorcio. Lo spiegava Pavel Florenskij con l’immagine di un Vangelo di cui si vedono sullo stesso piano la costola e entrambe le facce aperte senza riduzioni prospettiche. Ma non meno significativa, e geniale, egli avvertiva, risulta anche la “prospettiva rovesciata” in cui le figure in secondo piano appaiono più grandi di quelle messe davanti, a significare quale sia la vera gerarchia dei valori rappresentati di cui si deve tenere conto.

Eppure oggi più che mai la complessità del reale e le sue evidenze sfuggono all’occhio dell’uomo ad una dimensione, sotto ipnosi mediatica, che della modernità è forse il prodotto più significativo. E le conseguenze di questa forma moderna di cecità le abbiamo sotto gli occhi.

Di certo gli attuali eventi bellici sono incomprensibili senza i tanti e diversi antefatti, senza mettere insieme i tasselli di una storia tortuosa che si è andata complicando nel tempo in un crescendo drammatico e scomposto. È una storia di differenze etniche e di odi secolari, di incompatibilità religiose e di tradizioni radicate, dell’uso dissennato del potere, di irresponsabili strategie politico militari.

Su alcuni di questi aspetti, su certe radici più antiche del dramma, può illuminare, come spesso accade, anche la letteratura. Gogol ci ha tramandato l’immagine leggendaria di Taras Bul’ba, l’ataman dei cosacchi di forte fede ortodossa attestati al di là del Dniepr ed impegnati a respingere, in nome della Santa Russia, le scorrerie dei tartari e le offensive degli odiati polacchi. In nome dell’onore e nel coraggio, sue leggi supreme, uccide il proprio figlio che, per amore della bella polacca, ha tradito la sua gente ed è passato a combattere dalla parte del nemico.

Quel racconto, che accoglie una più antica leggenda, contiene già alcuni ingredienti essenziali della storia di una terra, tra oriente e occidente, i cui confini sono stati spesso disegnati a tavolino dai vincitori di questa o quella guerra, senza alcuna attenzione alla fisionomia dei popoli e alle loro vicende spirituali. Gli eventi fatali che si succedono sono noti. Dalle deportazioni staliniane dei contadini in vista del piano di industrializzazione forzata, alla conseguente micidiale carestia con la decimazione di quelli rimasti. Di fronte alla avanzata hitleriana, c’è chi vede nell’invasore tedesco un liberatore dal regime sovietico con cui collaborare. Così una intera comunità cosacca a guerra finita, per evitare la prevedibile rappresaglia, con le donne e i bambini, condotta dal proprio generale fino oltre il confine friulano, si consegna al comandante inglese, che, con l’inganno, induce tutti a tornare indietro condannando l’ataman a una esecuzione ignominiosa e gli altri allo sterminio. 

Altre vicende modificano gli assetti istituzionali di quelle regioni durante, prima e dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Ma, su quella scena tormentata e percorsa da passioni ataviche e recenti conflitti, comincia a primeggiare un nuovo ingombrante protagonista, cioè l’impero americano e il suo braccio armato. Col suo programma di espansione planetaria accelerato con l’intervento nella seconda guerra mondiale, ed ecco che gli eventi drammatici di oggi sono impensabili senza le dinamiche di quel disegno egemonico e del suo strumentario bellico.

La Nato, come tiene sempre a ricordare Sergio Romano, a sfatare le sue false etichettature, è una organizzazione che ha come scopo quello di fare la guerra e deve perciò pianificare sempre nuove guerre. Del resto, l’intero sistema militare americano serve a tenere ben oleata una abnorme macchina industriale, e deve avere dunque avere un nemico contro cui impiegarla. E la Nato è la parte imbellettata da falsa alleanza difensiva di quel sistema, messa in piedi anche a spese dei soci europei.

Di qui, quando la Russia post sovietica cerca di riorganizzarsi internamente fra le difficoltà di una trasformazione politica ed economica difficile, comincia, a dispetto delle rassicurazioni richieste da Gorbaciov, accolte all’apparenza e poi del tutto disattese, quel il processo di accerchiamento militare da nord a sud rilevabile dalle carte geografiche. Se la Nato serve a fare la guerra, occorre anche un nemico contro cui farla, e l’accerchiamento militare della Russia dice quale è questo nemico prescelto. Dopo l’Unione Sovietica, nemico ufficiale durante la guerra fredda, anche la Russia post sovietica, accolta in un primo tempo come un nuovo amico, doveva riacquistare il suo antico ruolo. Così, doveva essere considerata in continuazione politica con quella sovietica, in modo da non perdere la funzione di nemico necessaria per mandare aventi a pieno regime l’industria bellica.

Ma al di là dei fatti stanno i movimenti di idee, i fenomeni culturali, le forme del potere che hanno dato e danno ad essi la loro autentica colorazione. Qui entra in campo come il protagonista assoluto della storia dell’ultimo secolo sia l’espansionismo americano, che non è un mero fatto quanto il precipitato di una teologia politica, di una conquista politico culturale sentita come destino, preparata con alterne vicende durante tutto l’ottocento e approdata con Wilson all’intervento determinante nella prima guerra mondiale. Va collocata qui, come è stato osservato, l’idea di in “nuovo ordine mondiale” guidato dagli Stati sicuri della propria acquisita superiorità culturale e morale sull’Europa, in quanto “paese benedetto da Dio” secondo la visione messianica puritana. Nella visione wilsoniana per cui gli Stati uniti sono “i campioni dei diritti dell’umanità”, essi hanno anche il compito di assumere la guida morale del mondo.

Tutto questo, applicato in campo militare, come vide con chiarezza Schmitt a ridosso del primo dopoguerra, comportò il recupero della guerra giusta la inedita trasformazione dell’hostis nel criminale. Infatti, nella idea di un nuovo ordine mondiale guidato da chi è detentore dei valori morali, la guerra giusta esige l’ingiustizia del nemico, e quindi la sua criminalizzazione. Erano così gettate le basi del dominio universale. Il nemico, diventato un criminale, come tale non va solo combattuto, ma processato. Tanto che questo avrebbe dovuto essere il destino dello stesso Gugglielmo II, cui egli per poco riuscì a sottrarsi.

Va da sé che questo nuovo concetto di nemico si può estendere alla intera entità di popolo guidato dal nemico criminalizzato, e che dovrà essere punito altrettanto duramente per essersi scelto un capo esecrabile. Questo ha consentito una sorta di persecuzione postuma del popolo tedesco da punito adeguatamente a freddo a guerra finita, non solo con i nuovi bombardamenti punitivi ma anche con le deportazioni di nuovo conio.

Così accadrà più tardi alla Serbia, cui è stata estesa la stessa maschera oscena infilata sulla testa di Milosevic, demonizzato, processato e fatto morire in prigione sotto la sapiente regia di Madeleine Albreight, onnipresente anche nelle ecatombi irachene.

La supremazia morale diventa politica attraverso il marchio della democrazia di cui l’America si è fatta depositaria esclusiva. Lo stigma democratico è sacro e santificante. Tanto che, ancora oggi, dell’arma atomica usata in due riprese contro la popolazione civile non si parla apertamente come di un crimine mostruoso, per il quale avrebbe dovuto essere allestita una qualche Norimberga, ma del mezzo utile e persino ragionevole impiegato per mettere fine alla guerra.

La democrazia mantiene un grande credito e fa scuola, perché, come dice Carlo Galli, è “la forma politica della libertà”. Anche se è meglio dire “si presenta”

La libertà democratica all’americana ci ha esportato divorzio e aborto libero, omosessualità e le pratiche eutanasiche inaugurate con Terri Schiavo, rovesciamento della famiglia, droga, gender e tentazioni pedofile, deviazioni pedagogiche, ovvero tutto ciò che serve a cambiare il volto di un una civiltà nel giro di una o due generazioni, mentre l’immagine della libertà americana fissata nella pietra sembra soddisfare l’esigenza idolatrica di un mondo privato di Dio. Intanto noi, sudditi dell’impero, che non osiamo né ostacolare né contraddire perché già colonizzati anche culturalmente, abbiamo invertita la sorte toccata a Roma quando Graecia capta ferum captorem fecit, avallando nei fatti quella idea presuntuosamente vuota della propria superiorità, su cui gli Stati Uniti avevano fondato anche il proprio espansionismo.

La libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la promozione culturale, la scienza, i diritti e il diritto, la conoscenza, la falsa morale di importazione sono servite per sostituire alla realtà le parole, confondere la percezione degli eventi, la capacità di leggere fatti e intuirne le implicazioni nel gioco delle cause e degli effetti che di quella lettura sono i cardini indispensabili.

Si dirà che abbiamo a che fare con lo spirito del tempo. Ma questo non è un fantasma sceso per caso sulla terra, è la risultante delle idee che gli uomini vanno ruminando spesso in modo scomposto e ancora più spesso irresponsabile.

Ma la democrazia moderna, oltre a rifornirci delle sue conquiste morali e al di là di una certa stabilità della sua definizione teorica, è soggetta in concreto a tante mutazioni da finire per assomigliare con disinvoltura a qualche imperturbabile tirannia. Insomma, è un prestigioso involucro a contenuto variabile che il manovratore di turno utilizza a seconda delle contingenti esigenze di potere.

Del resto la democrazia americana ha potuto coniugarsi fin dall’inizio e senza difficoltà con massacri di massa in casa propria e altrui, con il commercio all’ingrosso di africani, con le guerre gratuite e le sedizioni fomentate in casa altrui, con i brogli elettorali, con la violazione di ogni norma internazionale e diplomatica, con l’arma finale usata a freddo contro le popolazioni civili.

In ogni caso, al di là e al qua dell’oceano, dati certi suoi ricorrenti inconvenienti pratici, la democrazia viene lasciata in vetrina, per essere esibita nelle grandi occasioni, come la gran reliquia il cui possesso basta a certificare ogni superiorità morale, politica e culturale. Che non è poco.

Quando, sempre Sergio Romano, definisce gli Stati Uniti una “Democrazia Militarista”, è difficile non pensare che si tratti di un ossimoro formulato diplomaticamente per togliere ogni dubbio sull’idea che egli si è fatto sugli assetti politici di quel paese e sui relativi processi decisionali e sulla insaziabile volontà di dominio di un impero che ha sempre puntato al risultato quali che fossero i mezzi da impiegare, dal Lusitania all’undici settembre, passando per le atomiche sul Giappone e il napalm sul Vietnam.

È vero che la storia non deve e non può essere rivangata all’infinito, e per questo dovremmo ribellarci al perpetuarsi del nostro stato di sudditanza postbellica, ma le esperienze pregresse diventano un criterio più che legittimo per valutare il presente, quando non solo la colpa del passato non viene mai espiata, ma si rinnova perennemente e anzi si gonfia sempre più con quel cinismo che non conosce ripensamenti.

La potenza militare che ha alimentato una sorta di bulimia acquisitiva, prima interna e poi proiettata all’esterno sempre in crescendo, può assomigliare un po’ a quella di Roma, che però non la poté giustificare in nome della democrazia, poiché neppure la stessa parola esisteva nella lingua latina.

Una parola che invece, nonostante tutto, ha acquistato un potere performativo capace di creare virtualmente le realtà politiche e assegnare d’autorità le parti in commedia. Di qua i democratici, di là gli autoritari, secondo un concetto tanto chiaro anche al signor Draghi che, insediato nel governo per scelta arbitraria del suo mentore quirinalizio, e imprigionati gli Italiani, di cui si presentava come liberatore, in una rete di lacci senza giustificazione logica e giuridica anche sotto il profilo costituzionale, di ritorno da un prestigioso “summit” internazionale, riferì di aver affrontato con altri capi di governo altrettanto democratici, il problema dei regimi “autocratici” che tanto inquietano il nostro mondo illuminato.

Ma per conquistare il mondo non basta seminare valori democratici a suon di bombe in ogni parte del mondo, dall’Iraq alla Serbia, dalla Libia al Venezuela, dalla Siria a Piazza Maidan, e conquistare le casematte della cultura. Occorre costruire il consenso che trasforma le masse in un alleato ottuso e dunque affidabile e, all’occorrenza, e per certi versi, persino indispensabile.

Il consenso lo costruisce la comunicazione, resa scienza potentissima dai mezzi tecnici, e produce l’altro grande protagonista del teatro mondiale, appunto l’uomo a una dimensione lettore scrupoloso del copione che gli è stato messo in mano. Nessun bempensante doveva scandalizzarsi del genocidio iracheno o di altre catastrofi ideate a tavolino al pari delle bande feroci create per mettere in moto il pachiderma militare contro un nemico nuovo. La regia hollywoodiana ha messo in campo tutte le sue abilità, dando alle guerre di casa sua la forma di uno spettacolo pirotecnico e ad altre quella del film horror, a seconda delle necessità strategiche, e politiche.

L’uomo a una dimensione, con un solo occhio come Polifemo, è incapace di vedere la complessità del reale. È l’eterno fantozziano spettatore teleguidato del film programmato di volta in volta per lui che punta sui meccanismi emotivi veicolati dalle immagini. L’occhio mette in moto le reazioni emotive prima che il cervello abbia il tempo di controllarle e ordinarle.

È un film in cui compare soltanto il nemico dell’umanità, che i buoni sperano di abbattere con qualunque mezzo per ristabilire il regno della giustizia, della libertà e de Bene. Il nemico criminalizzato da tempo ha il volto del presidente della Russia omologata per sempre alla Unione Sovietica. C’è un nemico da eliminare e un popolo da disperdere per eliminare il Male. 

Infatti il telespettatore organico non ha perso tempo e appena ricevuto l’ordine di arruolamento nella parte assegnatagli dal videogioco, è sceso idealmente sul campo di battaglia, mosso dalla improvvisa pulsione schizofrenica di abbandonare tutti i principi inculcatigli con le parole di ordinanza e di un’etica politica diventata improvvisamente obsoleta. Del resto, quella norma che proclama il ripudio della guerra come soluzione delle controversie era stata abrogata già quando D’Alema e Mattarella, messa la tuta mimetica che stava loro a pennello, ci portarono a bombardare Belgrado per 78 giorni consecutivi.

Ora sappiamo che la Russia, di fronte a una minaccia diretta sempre più incombente e allo stillicidio di una guerra periferica già sferrata da anni contro popolazioni inermi, ha giocato di anticipo per non dover rimanere imprigionata nel gioco sporco predisposto dall’avversario. Ha di certo messo in conto che la massa teleguidata, tenuta digiuna di storia e di geografia, non sarebbe stata in grado neppure di pensare per capire e avrebbe eseguito l’ordine di conformare il proprio atteggiamento interiore al programma allestito per parole e immagini dall’officina mediatica. Nulla di più facile dopo il propedeutico tirocinio pandemico.

I nostri benpensanti greenpassati, arruolati direttamente nelle postazioni vaccinali, e in dialogo costante con il pensiero forte dei figuranti televisivi, spingono i cannoni anche se forse sarebbero restii a salirci sopra. Infatti, messi da parte i limiti di bilancio, il problema degli interessi sui prestiti usurari, la grande crisi in minaccioso avvicinamento, improvvisamente scopriamo che c’è a disposizione una montagna di denaro per comprare armi costose quanto sofisticate e organizzare l’armata del Bene.

L’unico problema sta nel fatto che le armi non camminano da sole e devono anche essere portate a chi pure ne ha già avute tante dai filantropi democratici e pacifisti da non sapere neppure dove metterle. In ogni caso meglio non badare a spese e assoldare i patrioti a contratto, merce ormai quasi inflazionata nel libero mercato del bene occidentale.

Abbiamo avuto il conforto di vedere che l’Europa, unita e pacifica per definizione, ha gridato quasi compatta “alle armi”. La Polonia deve sfogare rancori atavici mai sopiti. Gli inglesi, a rimorchio come sempre, soffiano sul fuoco. Macron prova a fare lo statista senza successo, cosa che i nostri non possono neppure provare a fare, per impossibilità naturale.

La Germania, che ha impiegato più di trent’anni per riportare all’antico splendore certe meraviglie barocche di Dresda polverizzate con tutto il resto dai liberatori universali, ha avuto il permesso di tornare ad armarsi e mettere i verdi a scavare il carbone. E poiché ogni rovescio ha la sua medaglia, le pale eoliche smetteranno di distruggere agricoltura, uccelli e paesaggio, mentre Greta Tumberg verrà spedita in un monastero della bassa Sassonia a pentirsi dei propri peccati.

La modernità naufraga nella distruzione culturale e morale, politica e religiosa, con l’occidente faustiano che ha venduto l’anima alla propria allucinazione di onnipotenza.

La filosofia del novecento aveva visto con disincanto la degenerazione del pensiero occidentale, anche attraverso lo strapotere della tecnica. Ma da quella degenerazione è venuta anche l’ossessione di dominio universale, che impedisce di pensare l’altro da sé ed esclude ci si possa opporre, in nome della propria dignità, al sopruso e alla mistificazione. Una ossessione che dispone di mezzi quasi incontrollabili con la cui cecità ora dobbiamo fare i conti, perché è da essa che può venire la catastrofe.

2 commenti su “Democrazia Militarista da esportazione. La prospettiva rovesciata”

  1. Quale sarà il nostro destino stretti tra una maggioranza assoluta di teleidioti ed una élite satanica fermamente determinata a distruggere l’umanità?

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