DIALETTICA, DIALOGICA E DIABOLICA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 


La particella greca “dià” è ricca di significato e fa da preposizione a molti termini italiani derivati dal greco, il cui elenco sarebbe molto lungo e significativo. Vorrei fermarmi qui soltanto su alcuni di questi termini con un accostamento che a qualcuno può sembrare strano e forse anche impertinente. E invece, se il lettore avrà la bontà di seguirmi, penso che non avrà la sensazione di perdere tempo, ma invece potrà nutrire il suo spirito.

platoMolteplici e diversificati sono i suggerimenti che provengono dall’usatissima parola “dialettica”: ci viene in mente Platone con i suoi “dialoghi” e il dibattito tra gli interlocutori nella ricerca della verità; ricordiamo la concezione aristotelica della dialettica come arte dell’argomentazione probabile. Aristotele lega la dialettica all’opinione, non alla scienza.

Ci vien poi in mente Abelardo, con le sue dispute nelle quali si giunge al vero mediante il confronto fra tesi opposte: è ancora la linea platonica irrigidita sul metodo del sic et non; saltiamo poi a Kant, con la sua famosa “dialettica trascendentale”, nella quale intende esporre quella che egli, influenzato dal pessimismo luterano, ritiene essere una frustrazione o inganno inevitabile della ragione rispetto ad apparenze trascendentali irresolubili, attinenti all’esistenza di Dio, del mondo e dell’uomo.

In Fichte, prosecutore del dialettismo kantiano, appaiono gli albori di quella che sarà la dialettica hegeliana con la concezione dell’Io che oppone a sé un non-Io all’interno dell’Io. Segue poi la ancora più famosa dialettica hegeliana, col suo “magico potere del negativo”, per il quale dalla negazione sorge l’affermazione come negazione della negazione, in quanto la negazione nega se stessa, così come del resto anche l’affermazione, cosicchè la dialettica si rimette in movimento. Da questa dialettica, poi, come è noto, “rimessa con la testa in alto e i piedi in basso”, per usare la stessa espressione di Marx, sorge l’altra notissima dialettica marxiana.

Volendo tirare le fila di questa panoramica storica a volo d’uccello, è possibile notare due concezioni della dialettica in rapporto alla scienza: la dialettica come scienza e la dialettica come abbozzo della scienza. Platone apre la strada ad entrambi questi cammini. Nel primo gruppo Platone ci insegna il movimento del pensiero, per cui abbiamo l’idealismo che conclude nell’ateismo: esso va da Fichte ad Hegel e Marx.

Ma Platone apre anche il secondo gruppo, con la tensione verso l’eterno e l’immutabile. E da qui partono Aristotele, Abelardo e Tommaso d’Aquino, che riprende Aristotele. Kant costituisce un punto di passaggio dalla dialettica dell’apparenza alla dialettica fichtiana ed hegeliana come scienza, senza per questo rinunciare alla riduzione kantiana dell’essere (la cosa in sé) all’apparire (il fenomeno).

Si scontrano qui due concezioni opposte del sapere: nella prima, cioè la dialettica come scienza, il primato spetta al divenire e al movimento del concetto; nella seconda invece, dove la dialettica prepara alla scienza, il primato spetta all’essere e all’immutabilità del concetto, sia pur al termine della ricerca dialettica.

Nella prima non c’è nulla di fisso ma tutto è sempre rimesso in discussione; nella seconda invece si raggiungono risultati definitivi e indiscutibili, anche se a questi se ne possono aggiungere sempre altri, ma sempre di questo valore. Il primo è un pensiero che non trova pace e non risolve i conflitti ma sempre di nuovo li riapre. Il secondo invece, dopo il moto e la ricerca conosce la quiete, dopo il lavoro trova il riposo e dopo il cammino raggiunge la meta.

Col calo attuale di queste grandiose visioni totalizzanti, le cosiddette ideologie”, pare oggi che sia in ribasso anche l’importanza della dialettica e l’interesse per questo meccanismo del pensiero, che hanno avuto una storia così lunga, antica e complessa, non senza variazioni notevoli di significato.

Un senso di fondo tuttavia è rimasto: l’opposizione fra due termini in contrasto con la prospettiva o la speranza della sintesi e della conciliazione. La particella “dià” dice infatti attraversamento fra due termini e quindi ad un tempo collegamento ed opposizione, rapporto e mediazione, differenza e motivazione. La dialettica è quindi legata al parlare, al dialogo, al ragionare, al confrontare, al dibattere, al divenire, al progresso, ma anche al contrasto, alla contraddizione, al conflitto, al litigio, alla contesa, alla lacerazione, al dilemma, all’alternativa insolubile.

A tutt’altra atmosfera mentale sembra appartenere quella che ho chiamato “diabolica”, ispirandomi alla forma verbale “dialettica”, quasi a voler accostarla ad essa e confrontarla con essa, anche se l’idea può sembrare, come ho detto, improbabile ed indiscreta, trattandosi di un orizzonte – così sembra a tutta prima – del tutto estraneo a quello della dialettica. Eppure l’esame stesso delle parole dovrebbe già farci sospettare che così non è. E che così non sia lo voglio qui dimostrare, con risultati che ritengo culturalmente, moralmente e spiritualmente utili.

Già molti avranno capito con che cosa immediatamente si collega la diabolica: col diavolo, circa il qualecartcertamente molti si domanderanno che cosa c’entri con la dialettica. Infatti, nella dialettica si vede la razionalità, mentre nel diavolo vedono l’irrazionalità. Eppure, ripeto, in realtà è possibile trovare un rapporto, un rapporto appunto – mi si perdoni l’apparente gioco di parole – “dialettico”, ossia di opposizione-legame logico non solo di tipo razionale, ma anche di tipo morale, religioso e spirituale.

“Diavolo” viene da dia-ballo, che significa: “getto o lancio con violenza qualcosa contro qualcuno”, “metto male tra due persone”, quindi: “divido”, “metto in contrasto o in conflitto” e quindi anche: “calunnio”, “accuso”, anche se “accusatore” riferito al diavolo nell’Apocalisse è reso col termine “katègoros”.

Il diavolo è colui che semina discordia, mette in contraddizione, provoca l’incoerenza, spinge alla rottura e alla violenza, diffonde menzogne, getta discredito, diffama gli innocenti, crea inimicizie, fomenta le guerre, separa e divide gli amici, spezza le unioni, guasta l’armonia, rompe i  patti, spinge al tradimento, all’infedeltà ed a non mantenere la parola data. Per questo Cristo chiama il diavolo “omicida sin da principio” e “padre della menzogna”. Egli è “principe del mondo”, in quanto esso è soggetto al peccato, all’ingiustizia, alla sofferenza, alla morte.

Il leghein della dialettica e del dialogo si oppone al ballein del diavolo. Il primo fa riferimento al logos. Da qui abbiamo la dialettica e il dialogo. Leghein dice: raccogliere, collegare. Da qui il sillogismo del ragionare, del logos. Anche la dia-forà, la “differenza” appartiene a questa famiglia di vocaboli. Ferein dice: condurre, procurare, addurre, apportare, portare a, e quindi anche qui un atto costruttivo, edificatore. Similmente dià-airesis, diàiresis, dieresi, significa “distinzione”. Aireo è: “prendo”, “raggiungo”, “afferro”. Anche qui abbiamo l’opera della ragione che coglie l’oggetto e lo raggiunge.

Viceversa ballein dice: colpire, lanciare, ferire, trafiggere, violentare. Questa è l’opera del diàbolos. Ora la dialettica, se è ricerca, confronto, distinzione, collegamento, rapporto, sintesi, dialogo, certo è benefica e costruttiva. Essa può diventare sapere certo e definitivo, vera scienza immutabile dell’Immutabile e dell’Eterno. Ma se essa è contraddizione, conflitto, separazione, opposizione, ostilità, alienazione, inimicizia, dualismo, è “diabolica”, non costruisce né la pace né la giustizia, ma danneggia il pensiero e quindi l’azione conducendo l’uomo fuori della verità e del bene.

La dialettica di per sé è un procedimento fondamentale e necessario del pensiero e della ragione, perché si basa direttamente sull’osservanza del principio di non contraddizione, che è il primo principio della scienza: essa procede affermando A ed escludendo non-A, secondo il famoso principio del “terzo escluso”: A o è B o non è B: tertium non datur. Un’enunciazione di questo principio si trova sulla bocca di Cristo stesso quando dice: “Il vostro parlare sia: sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Il di più è menzogna, contraddizione, insincerità, doppiezza, equivoco, confusione: tutte le risorse della dialettica diabolica, che potremmo chiamare senz’altro con aggettivo sostantivato: la “diabolica”.

Ciò vuol dire che se la dialettica è necessaria, non è sufficiente a strutturare e ad esprimere tutte le articolazioni e le formazioni del pensiero e della ragione, ma essa ha bisogno di essere integrata da quella che Tomas Tyn chiama “analettica”, ossia il principio del ragionare analogico o per somiglianze, il solo che è veramente in grado di creare veri rapporti, di concepire e spiegare i fatti ontologici fondamentali come quelli della coesistenza dell’uno con i molti, del rapporto tra l’identico e il diverso, la questione del divenire, nonché il rapporto del finito con l’infinito.

E’ all’analettica, non alla dialettica, che bisogna lasciare l’ultima parola nelle questioni più difficili dell’ontologia, dell’antropologia, della morale, della teologia. La buona dialettica prepara il sapere, ma non lo può sostituire. Se tenta questo si cade solo nelle illusioni e nelle assurdità sotto l’orpello di una facile chiarezza.

La buona dialettica instaura la precisione e l’univocità, esclude il contrario e salvaguardia l’identità e la coerenza del pensiero, ma non sa veramente conciliare in unità i molti, i diversi, i lontani, i successivi, non sa rivolvere le questioni più elevate, non sa collegare il finito con l’infinito.

Quindi in certi campi del sapere, come quello metafisico, morale e teologico, dove queste dimensioni dell’essere assumono proporzioni estremamente complesse e delicate, l’uso della sola dialettica porta fuori strada e sotto una falsa chiarezza induce all’errore o confondendo anziché unire oppure separando anziché distinguere. Per questa “dialettica” la distinzione è “dualismo” da sopprimere, per creare un’“unità” che è la coesistenza degli incompossibili. Questo tipo di falsa dialettica combina solo guai, come farebbe – secondo un’usuale espressione – l’elefante che entra in una cristalleria.

Pretendere di risolvere tutto con la dialettica, come hanno iniziato a fare la filosofia e la morale nate da Cartesio, blocca l’accesso della ragione al mistero e alla trascendenza e la chiude in se stessa, nonchè conduce ad offendere la stessa dialettica, con la pretesa di trovare una “sintesi”, un tertium, un’impossibile “mediazione”, che non concilia gli opposti ma semplicemente li giustappone o li confonde, offendendo il principio di non-contraddizione e creando nello spirito insanabili lacerazioni, che sul piano morale incentivano l’ipocrisia e la falsità, mentre dal punto di vista psicologico conducono alla dissociazione della personalità e alle neurosi. La dialettica idealistica, applicata alla convivenza sociale, è sorgente di eterni conflitti o di squallide confusioni che tolgono le legittime differenze, come ha dimostrato soprattutto la sua versione marxista.

tynDa questa “dialettica” vengono le insensate teorie che negano Dio o portano l’uomo a farsi Dio, mettono assieme l’essere col non-essere, il vero col falso, il bene col male non solo nell’uomo ma persino in Dio. Da qui l’incoerenza e la disonestà nel pensare, nel parlare e nell’agire. Mentre la Scrittura dice che non c’è nulla in comune tra Cristo e Beliar, la falsa dialettica finisce per conciliare o addirittura confondere Dio col demonio.

Questi gravi inconvenienti appaiono soprattutto in teologia, quando per esempio si tratta di distinguere la natura umana dalla natura divina. Qui la Scrittura raccomanda l’analogia (cf Sap 13,5), che viene espressa anche col concetto dell’uomo creato “ad immagine e somiglianza di Dio”. Invece la dialettica può certo arrivare a dire che l’uomo non è Dio. Il suo strumento infatti  è l’affermazione e la negazione, ma non va più in là di ciò. Quando invece si tratta di chiarire il rapporto tra l’uomo e Dio, se non si usa lo strumento dell’analogia, si finisce o per identificare o per confondere l’uomo con Dio o al contrario per opporli l’uno all’Altro, contravvenendo peraltro allo stesso principio della dialettica che è quello di evitare la contraddizione.

Bisogna dunque dire che una “dialettica” non integrata dall’analettica porta alla diabolica. E’ questa purtroppo la parabola dell’idealismo iniziato con Cartesio, troppo attaccato alle idee “chiare e distinte”, per cui egli fu incapace di apprezzare il valore del metodo analogico, che indubbiamente chiede alla ragione di rinunciare ad una certa precisione o chiarezza, ma vale pagare questo prezzo, perché è proprio in tal modo che la ragione può umilmente e coraggiosamente trascendere se stessa e pensare coerentemente e plausibilmente i misteri più profondi del reale e soprattutto i misteri della fede cristiana, come per esempio quello dell’Incarnazione, dove le due nature di Cristo, come insegna il Concilio di Calcedonia, vanno distinte ma non separate, vanno unite ma non confuse.

Il buon uso della dialettica congiunto a quello dell’analogia, conduce invece alla dialogica, metodo dell’umana conversazione e del progresso umano, per il quale l’unità, l’immutabilità e l’universalità dei valori di fondo si esprimono liberamente e costruttivamente nella legittima molteplicità e pluralità dei diversi modi di viverli e di applicarli nella prassi di ogni giorno e nel corso della storia.

 

Bologna, 11 giugno 2012

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