Dialogo tra Dio e un anacoreta – racconto di Alfonso Indelicato

di Alfonso Indelicato

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zzzzAnachoretaEra scesa la notte sul monte della Meta.

La giornata era stata ventosa e fredda, per essere estate. Scrosci di pioggia si erano alternati a frettolose schiarite. Ora, sdraiato sulla terra coperta dalle foglie secche del faggio, tutto ravvoltolato in vecchie coperte, Isidoro dormiva.

Più che definirsi una vera e propria grotta, quella che gli dava rifugio era una modesta spaccatura aperta nel pendio del monte, alta appena da consentirgli di entrare senza piegarsi, e profonda non più di tre metri. Però era protetta da un folto leccio che era cresciuto presso l’imboccatura, e l’intrico della ramaglia la difendeva dai raggi del sole e regalava così un senso d’intimità al vecchio anacoreta, il quale vi si sentiva dentro come Giona nel ventre della balena.

Di là del leccio, un breve pianoro cosparso di arbusti spinosi si affacciava sui Prati di Mezzo.

* * *

Isidoro stava dormendo sodo. Del resto egli diceva sovente a se stesso (a se stesso, poiché aveva rare occasioni di parlare coi suoi simili) di aver ricevuto due doni da Dio, oltre a quello della Santa Fede: il sonno profondo e l’animo sereno.

Poi, il greve torpore cominciò a scemare nel frattempo che nella sua mente si insinuava e cresceva un rumore di fondo, come un crepitio continuo. Quando il barlume della coscienza si fu acceso ed ebbe riconosciuto quel rumore, l’eremita si riscosse e si sollevò in piedi rapidamente, per quanto glielo consentirono le povere ossa consumate dall’artrite. Vacillò un poco, poi si fece affannosamente spazio tra la ramaglia all’ingresso della grotta e uscì infine all’aperto.

La notte era illune, ma nel cielo color dell’antrace occhieggiavano stelle lontane.

Di fronte a lui il solito piccolo rovo era acceso da cento fiammelle. Scintille salivano ondeggiando dalla sua cima e subito svanivano nel cielo nero.

  • Isidoro, Isidoro. –

L’anziano si inginocchiò sul terreno soffice e ancora umido di pioggia.

  • Eccomi, mio Dio, eccomi. –

Il cespuglio ondeggiò lievemente.

  • Ho solo avuto desiderio di parlare con un uomo buono. E ho pensato a te. –
  • Non confondermi, mio Dio. –
  • È così. Provo per te quello che provavo tanto tempo fa per il mio Noè quando gli dissi: “Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione”. Egli era giusto in mezzo agli ingiusti. Ed ecco, così sei tu ora per me: giusto fra gli ingiusti. –
  • Signore! – esclamò allora Isidoro allarmato – non vorrai dire che … –

Il rovo prese ad agitarsi e  le scintille che salivano in cielo si moltiplicarono. Il crepitio divenne simile a un riso sommesso.

  • Stai tranquillo. Niente più diluvi. –

Isidoro chinò il capo e sorrise: Dio era di buon umore.

* * *

Dio veniva a trovare Isidoro circa una volta al mese. L’eremita ricordava benissimo la prima volta che era successo, tanti anni addietro: il crepitio improvviso fuori della grotta (il leccio, allora, era alto poco più di un metro), il roveto in fondo al breve pianoro che ardeva (non aveva mutato dimensioni, questo, negli anni) la voce chiara e dolcissima che lo chiamava per nome.

Isidoro piangeva di quieta gioia.

Poi il pianto sommesso ebbe fine, e l’anacoreta guardò mitemente nel fuoco, senza che questo gli ferisse la vista.

  • Parla, Isidoro. Cosa devi chiedermi? –
  • Tu lo sai già, mio Signore. –
  • Ma desidero ugualmente che sia tu a parlare. –

L’anacoreta  tacque a lungo, come raccogliendo le forze.

  • Lascia, o Signore, che la mia ignoranza sia la mia giustificazione. Io so che tutto quanto avviene, avviene per tua volontà. E io sempre la amo, questa volontà. La amavo – ricordi? – anche l’anno scorso, quando la mia pelle si macerava per una sorta di scabbia che mi ero presa. L’ho amata in principio di quest’anno, quando la serpe mi morse il polpaccio, e la gamba destra mi diventò nera e gonfia, e mi doleva forte, e credevo morire … sempre l’ho amata e la amo … –

Il cespuglio arse all’improvviso con più vigore.

  • Isidoro, sant’uomo … Tu parli bene. Ma non divagare. Cosa vi ha detto il mio caro Figlio? Sì sì, no no. Tutto il resto viene dal maligno.

Il vecchio chinò il capo e si strinse nelle spalle. Restò qualche tempo così, chino e rattrappito in se stesso, con gli occhi chiusi e le mani ossute strette l’una nell’altra. Poi disserrò le mani e le aperse dinnanzi a sé, sollevò il viso verso il cespuglio, e la sua voce risuonò improvvisamente vibrante e accorata.

  • Dimmi Signore, questa è ancora la tua santa Chiesa, o non lo è più? E se non lo è, cos’è mai diventata? Dimmelo, Signore! –

Il cespuglio, nel silenzio della notte, si muoveva ora in modo tanto  impercettibile da parere immoto. Esprimeva, si sarebbe detto, un senso di attenzione e di attesa.

La voce dell’anacoreta si alzò di nuovo, lamentosa.

  • Che mai stanno facendo, Dio mio, a Roma? Cos’è questo vento di novità che scuote la tua santa Chiesa, come la tramontana scuote il leccio fuori della mia grotta, e annuncia mal tempo? –
  • Ma tu Isidoro, che te ne stai quassù tutto solo di giorno e di notte, e discorri tutt’al più con camosci e caprioli … come sai queste cose? –

Così  rispose Dio dal cespuglio, e la sua voce pareva ora di nuovo divertita.

  • Tu sai tutto, Signore, e sai già anche la mia risposta. Ma poiché lo desideri, te lo dirò. Simone e Nicola, che vivono a Picinisco, e Prisco, che vive a Isernia, ogni tanto vengono qui a trovarmi … mi portano un po’ da mangiare e da coprirmi, e mi raccontano quello che succede nel mondo: il tanto male, il poco bene. –
  • Continua, Isidoro. Spiegami ciò che ti agita il cuore. –
  • Ecco, Signore. Io mi chiedo … Quando ci insegnavano questa cosa e quest’altra, e quest’altra ancora … credevano veramente, a ciò che dicevano? Io ci avevo creduto, da bambino, come ci credo ora, eppure … Cose che sembravano ferme come la roccia, e perenni come queste stelle nel cielo, da un momento all’altro non lo sono più. Perché hanno cambiato idea tutto a un tratto, su tante cose? –
  • Di chi parli, Isidoro? Chi sarebbe il colpevole? –
  • Tu lo sai, mio Dio: parlo dei tuoi preti. E, con rispetto parlando, di … – ma gli mancò l’animo di concludere la frase.

Poi la voce di Isidoro, ripresosi dall’ esitazione, si alzava nel buio della notte, non più querula ma composta, con una nota di dolorosa preoccupazione. E diceva le cose senza un ordine preciso, così come gliele presentava alla mente l’ anima turbata.

  • … Forse che non ci credevano essi, quando ci insegnavano il Catechismo in parrocchia o quando, da bambini, sedevamo ai banchi di scuola? E se non ci credevano, siamo sicuri che ci credano ora, a queste altre cose tanto diverse che ci raccontano? O forse un giorno diranno che erano sbagliate anche queste, e ce ne racconteranno ancora delle altre, e diranno che a quelle dovremo credere?
  • Parla piano – disse allora Dio con voce improvvisamente piena di tenerezza – ti sento bene, Isidoro, lo sai? –
  • Da bambino, quando recitavo il Padre, mi insegnavano a pregare con le mani giunte; ora in chiesa le spalancano come se afferrassero delle canestre di pesche duracine … –
  • Continua… –
  • L’ostia santa la prendevo in bocca standomene in ginocchio, ora il sacerdote neanche fa cenno di avvicinarla alle labbra, ma la poggia in mano al comunicando così, come fosse una moneta data a resto. –
  • Cos’altro vuoi dirmi? –
  • Ero ragazzo, anni prima di dedicare a Te tutta la mia vita ritirandomi dal mondo, e a Messa dovevo dire: “ascoltaci, o Signore”. Mentre adesso si deve dire: “ascoltaci, Padre buono”. Perché? Forse eri meno buono quando ero ragazzo, e buono lo sei diventato nel frattempo, magari ascoltando le prediche loro? Ed è scoperta, questa, di qualche sinodo? Ma a me quel “Padre buono” sembra solo, (perdonami, il mio amore per Te sia la mia giustificazione …) un arruffianamento … Tu sei il Signore, ma questo non ti ha mai impedito di essere buono. –
  • Ma infine, Isidoro, sono piccole cose … –

* * *

Così disse Dio, e aveva un tono tale che non si capiva se parlasse sul serio o volesse provocare il vecchio anacoreta il quale, inginocchiato nella notte illune, si sbracciava davanti a lui riempiendo il buio di strepiti. Questi infine tacque e parve rilassarsi, pur così inginocchiato com’era. Rimase a lungo con gli occhi rivolti alla terra, come chi medita le parole adatte a dire qualcosa gli preme.

  • E allora, mio Dio, senti se anche questo che ti dico ora è una piccola cosa … Cos’è questa pazzia di somministrare la santa Eucarestia, il corpo del tuo Figliolo crocifisso, a chi ha abbandonato la sua famiglia e vive insieme ad altri? –
  • Sei arrivato al punto finalmente, vero Isidoro? Era questo che volevi dirmi. –
  • … Dicono: un conto è la regola in sé, un altro conto la sua applicazione: caso per caso bisogna decidere. Ora, Dio mio, io non sono certo uno di quei grandi teologi che oggi ne parlano tutti neanche fossero attori del cinema, però qui nella grotta ne ho del tempo per pensare e riflettere … e, pover’uomo che sono, non mi pare che si tratti semplicemente di una regola con le sue eccezioni, come quando ero contadino e le mie galline ovaiole facevano ogni tanto un uovo dal guscio più scuro degli altri. Qui si tratta della volontà Tua e del Tuo figlio: “Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. è questa una regola con delle eccezioni? Talvolta risposarsi è peccato, talvolta non è? E senza fare peccato, quindi, si può vivere insieme a un’altra persona? Oppure si può somministrare l’Eucarestia a chi è in condizione di peccato, epperò in qualche modo non fanno peccato né il prete che la somministra né il peccatore che la prende? Peccato? Sacrilegio si diceva una volta …. dimmelo, per carità. E infine, Signore, dimmi quello che più mi preme: posso continuare a credere in una verità che non cambia? O devo accontentarmi di una verità che muta come le quattro stagioni che vedo succedersi qui sul pianoro e nella valle, che ora fa freddo ora fa caldo, ora piove ora è asciutto, ora gli alberi sono coperti di foglie, ora alzano al cielo i rami spogli?  –

* * *

Le fiammelle sopra il roveto improvvisamente si estinsero. Si approssimava l’alba, e un tenue chiarore esalava in lontananza dalle sagome scure dei monti. La voce di Dio risuonò, non alta ma solenne, chiara, scandita, e non proveniva più dal cespuglio, ma da ogni dove intorno al vecchio anacoreta:

  • Che cos’è la verità, Isidoro? –

Allora l’anziano capì, e seppe, che il Signore non gli chiedeva una risposta qualunque. Si raccolse in se stesso per un lungo minuto, invocando lo Spirito.

  • La verità, o Signore, è il tuo figlio diletto Gesù Cristo. Cristo solo è la verità: essa non abita in nessun altro, se Egli non gliela dona. Tutti gli altri sono falsi dei: ombre, follie di menti perdute che hanno trovato credito presso gli stolti e i maliziosi. E chi non riconosce questo, non avrà salvezza. –

Queste furono le sue parole, perché era semplice e buono e  perché lo Spirito Santo era con lui.

  • Ora ti lascio, Isidoro – gli disse allora Dio.
  • Ma … –
  • Non sono venuto per risponderti, questa notte. –
  • E allora perché sei venuto, mio Dio? –
  • Sono venuto per compiacermi. –
  • Per compiacerti? Di che cosa mai, o Signore? –
  • Della tua innocenza scandalizzata e ferita. Della tua bontà che si ribella, e che grida la sua indignazione. La santa indignazione degli onesti mi commuove e mi consola. –
  • O Signore, in verità Tu ora mi hai risposto, anche se non a tutto.-
  • Addio Isidoro. Ora torna nella tua grotta, riposati. E non dubitare: non prevarrà il maligno dentro la mia Chiesa, io non lo permetterò. – E aggiunse, dopo una breve pausa: – Copriti bene, perché la mattina è fredda. –

Per tutto nella grande vallata si fece silenzio. Il chiarore intorno ai monti, all’orizzonte, era più vasto e intenso, e il cielo sopra Isidoro si era fatto di color grigio cinerino, qua e là con una timida sfumatura di azzurro. L’aria era umida e fredda. Il vecchio, che era rimasto ginocchioni per tutto il tempo, si alzò in piedi a fatica, e si avviò arrancando verso la grotta. Entratovi, gli venne in mente che era circa l’ora di recitare il Mattutino. Ma si sentiva spossato: ogni volta, l’incontro con Dio gli dava una tale emozione che lo svuotava di ogni energia. E poi Dio stesso non gli aveva appena detto: riposati? Entrato nella grotta attraverso la ramaglia, si sdraiò sul povero giaciglio di foglie e si ravvoltolò tutto nelle vecchie coperte sdrucite di lana grossa, quelle che gli avevano regalato Simone e Nicola. Faceva freddo, nella grotta: tanto più era piacevole avvolgersi nel grosso bozzolo delle coperte, con il capo coperto dalla cuffia, avvertendo appena un po’ di umidità sulle palpebre chiuse e sul naso. Tra i rami del leccio filtrava una timida luce lattiginosa insieme al verso fine del primo fringuello del giorno.

Isidoro si voltò su di un fianco, mormorò un’Avemaria e subito si addormentò, felice.

4 commenti su “Dialogo tra Dio e un anacoreta – racconto di Alfonso Indelicato”

  1. Veramente una storia piena di amore divino, non voler possedere niente, si ha il possesso di tutto, solo Gesu’ che e’ la Via, la Vita e la Verita’ potra’ riempire i nostri cuori, morire al mondo, noi cerchiamo di riempirci di cose materiali. che sono effimere, che danno gioia al momento e dopo si e’ piu’ svuotati di prima.
    SIA LODATO GESU’ CRISTO

  2. Grazie a Dio per questa vostra bellissima parabola. Mi sono sentito vicino a Isidoro, nel freddo del terso mattino; e con lui rabbrividivo, ma non per il freddo.

  3. Maria Teresa Rita

    Donaci Signore “la SANTA INDIGNAZIONE degli onesti, quella che ti commuove e ti consola!
    Donala a quei parlamentari che si definiscono “cattolici” e che purtroppo,oggi pomeriggio,non saranno per niente “indignati” nel votare a favore di una legge diabolica dal contenuto che grida vendetta al Tuo cospetto!!!

  4. Confesso che verso le ultime righe del racconto mi sono spuntate le lacrime agli occhi. È solo Gesù la Verità e la Verità non può essere che una. Quello che provoca più angoscia in chi ha ancora un briciolo di coscienza cattolica è sentirsi irreversibilmente un relitto del passato, un oggetto da museo. Io sono cresciuto col Catechismo di San Pio X. Imparavo a memoria brevi frasi, concise ma essenziali, che in poche parole racchiudevano meglio di plurimi volumi tutto il senso dell’essere cattolico, spiegavano senza farraginose circonlocuzioni ma con linguaggio chiaro e preciso il perché si doveva e poteva solo essere cattolici per dare significato all’esistenza e per raggiungere la meta a cui eravamo destinati da chi ci aveva con sommo amore creati e con sommo amore redenti. Vivevamo seguendo sentieri già tracciati e fatti di azioni gesti cerimonie preghiere che avevano ognuno una sua essenziale collocazione nella nostra vita; servivano tutti, nel ruolo loro assegnato. a salvarci l’anima. Ante CVII…

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